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NADIA COMANECI, LA LIBELLULA DA DIECI PERFETTO

Per conoscere davvero l’atleta Nadia Comaneci non basterà leggere la sua autobiografia (“Letters to a Young Gymnast”) o tentare di scovarla fra le righe di qualche romanzo (“La piccola comunista che non sorrideva mai”, ad esempio), pleonastiche saranno anche le interviste attuali dove lei, ricordando i suoi lontani fasti, continuerà a rispondere con quel riserbo tutto tipico dell’Est.

Per chi è attento, infatti, basterebbe cogliere i guizzi del suo carattere -flessibile e elastico come quel corpicino fasciato di muscoli- tra le figure dei movimenti atletici che negli anni Settanta l’hanno definitivamente consacrata a divinità nell’Olimpo dello Sport.

Nadia nasce a Gheorghe Gheorghiu-Dej, in Romania, nel 1961 e la madre Stefania-Alexandrina decide di chiamarla proprio così, Nadezda -Speranza in russo-, con il desiderio che quella bambina diventasse in fretta proprio una luminosa stella.

Così, già a 3 anni, Nadia inizia a fare ginnastica presso la società sportiva “Flacara” (Fiamma), dove pochissimi anni dopo a notarla sarà il giovane allenatore Bela Karolyi e sua moglie, alla ricerca di nuovi talenti da arruolare nella loro nascente società sportiva.

Bela sceglie proprio Nadia perché quella che qualche anno dopo in diretta mondiale parrà ancora uno scricciolo, col suo metro e cinquanta per 40 chili di peso, già a sei anni sembra non conosca la paura, capace com’è di acrobazie incredibili per la sua età verdissima.

Al di là del talento naturale, Nadia viene fatta allenare strenuamente, spesso fino a quando le mani non le sanguinano e le gambe non diventano un unico c(r)ampo di vistose chiazze rosse.

L’intento è quello di plasmare una macchina perfetta, uno strumento ben confezionato del Potere, una scintillante rappresentante in tutto l’Occidente della nuova Romania di Ceausescu.

Ceausescu è infatti un ammiratore dei regimi di Cina e Corea e ha instaurato nel Paese un pesantissimo culto della sua personalità: vive in ricchezza mentre il suo popolo soffre la povertà, porta uno scettro come un re e si fa chiamare “Conduttore” e “Genio dei Carpazi”, ha un’implacabile polizia segreta e una massiccia produzione di armi ma, al tempo stesso, ambisce al Nobel per la Pace e scrive testi che inneggiano alla fratellanza e cerca di accreditarsi come mediatore politico fra Oriente e Occidente.

Si racconta che del figlio di Ceausescu, il temibile Nicu, Nadia ne diventi, costretta, la giovane amante.

Una relazione imposta fatta di violenze fisiche e psicologiche, intervallate nel mezzo dai duri allenamenti (sveglia alle 5.30, allenamento dalle 6 alle 8, scuola, pranzo, riposo di un’ora, compiti e di nuovo allenamento, fino a notte fonda) che, alla lunga, incominciano a far vincere al “Piccolo robot” -così come viene soprannominata- o la “Fata dei Carpazi“, una medaglia dopo l’altra.

Nadia non può ribellarsi.

Al regime comunista, a Nicu l’amante imposto, alle ossessive sessioni di preparazioni atletiche e alla dieta ferrea (100 grammi di carne a pranzo e 50 a sera, 3 vasetti di yogurt al giorno, 200 gr. di verdure a pasto, 3 frutti, niente pane, patate, zucchero e olio) che le blocca il ciclo mestruale solo per consentirle di sembrare il più a lungo possibile un’agile ninfetta.

Arrivano i primi Ori olimpici.

È l’imbattibile libellula del volteggio, delle parallele e del corpo libero.

Si consegna ufficialmente alla Storia nel 1976, alle Olimpiadi di Montreal.

Nadia, il prodigio, l’arma del regime, realizza un’esibizione perfetta con un volteggio alle parallele simmetriche che nessuno prima ha mai visto fare e che ha davvero del sorprendente.

Quando finisce il suo esercizio, sui tabelloni si accende il voto che è un 1 in grado di fa ammutolire tutto il pubblico.
Quell’1, però, è il solo modo con in cui la giuria può esprimere un 10, ché la numerazione digitale arriva solo a 9.99 e non può di certo contemplare il arrivo dirompente di Nadia Comaneci, atleta da dieci in ogni millimetro dei suoi movimenti perfetti.

Viene così riaccolta in Romania come quella star che la madre desiderava che sua figlia diventasse, fra gli agi di corte e la corte serrata di Nicu.

Ed ecco che di colpo la libellula, in asfissia nella sua gabbia dorata, decide di tagliarsi da sola le ali.

Tenta il suicidio con un bicchiere di candeggina, si ribella al suo allenatore (recentemente accusato di abusi sessuali e violenze fisiche sulle sue allieve) disertando caparbiamente le Olimpiadi del 1984, mangia a dismisura per dispetto e infine fugge da Nicu grazie a Constantin Panait, alcolizzato e losco personaggio che, in cambio di un’altra storia d’amore mercenaria, la aiuterà a lasciare dalla Romania nella notte del 27 novembre 1989, camminando per oltre sei ore attraverso il confine dell’Ungheria per poi arrivare in Australia, in Canada e Stati Uniti, dove Nadia verrá finalmente accolta come rifugiata politica.

Ma Nadia è un talento anche nel carattere, è forte, determinata, incapace di lasciarsi andare alle sfide che la vita le pone dinanzi, ribelle contro un destino che sembra volesse imporsi sui suoi slanci e istinti.

Una nuova vita è un lieto fine che di nome fa Bart Conner, anche lui un ex atleta americano che proprio dello sport ne conosce le soddisfazioni e le grandi rinunce.

Si sono già incrociati, in realtà, nel marzo del 1976 al Madison Square, giovanissimi, per l’American Cup. Hanno appena vinto i titoli nelle loro categorie quando un fotografo scatta loro quella storica foto di un timido bacio sulla guancia.
1991, Bart avvista Nadia in un programma televisivo visibilmente ingrassata, sfatta e dagli occhi tristi.
Nadia spera -accennerà lei dopo- che qualcuno si accorga della sua sofferenza e che la porti via.
E Bart non ci pensa due volte, sale sul primo volo per Los Angeles e la salva davvero.
Da quel momento lui incomincia a portarla con sé in degli spettacoli ginnici, a viaggiare per enti benefici, aprire negozi sportivi qua e là, a ritrovare la forma fisica e, soprattutto, a scendere finalmente a patti con quella innata diffidenza che l’aveva fatta sempre percepire agli spettatori così fredda e distante.
Sa che nell’ambiente lo chiamano “Mr. Nadia Comaneci”, che quando sono invitati alle aperture delle Olimpiadi lui, benché abbia alle spalle una carriera di tutto rispetto, resterà sempre l’eterno plus-one ma poco gli importa, perché se c’è una paura -dice- è solamente quella di poterla perdere, quella moglie così speciale.

Nadia che non ha più gli occhi tristi ed ha iniziato a sorridere, soprattutto ora che è madre e che ha riacquistato le forme sinuose delle donne, più che perfette, felicemente sane e soddisfatte.

Lei e Bart hanno ancora conservato nella parte inferiore di un cassetto della scrivania una sceneggiatura, èsu Joe Midwest e la misteriosa bellezza della Transilvania”, la grande storia d’amore di Nadia Comaneci nella grande Storia di quel talento da tutti dieci.

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