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DALLA SPAGNOLA AL COVID-19. COSA CAMBIA A DISTANZA DI UN SECOLO?

Conosciuta anche come “la grande influenza”, la spagnola fu una forma influenzale virulenta, esponenzialmente mortale, che tra il 1918 e il 1920 contò decine di milioni di vittime, infettando circa un terzo dell’intera popolazione mondiale di allora ed arrivando a colpire persino i luoghi più remoti del Mar Glaciale Artico; fu classificata come la più grave pandemia della storia dell’umanità.

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La spagnola fu causata da un virus influenzale H1N1 di origine aviaria, che era in grado di determinare una forma di polmonite particolarmente severa (tratto comune all’attuale pandemia da Covid-19 che da qualche mese affligge il nostro pianeta),  con conseguente forte indebolimento o addirittura azzeramento del sistema immunitario.

Il dato disarmante connesso alla terribile pandemia del primo dopoguerra, emerso evidentemente a posteriori, quando si dovette fare la stima dei costi e delle perdite, specie in termini di vite umane, fu quello per cui ci si rese conto che ad avere la peggio erano stati giovani uomini e donne in condizioni di salute ottimali, la qual cosa fece gridare ad una sorta di olocausto medico.

In ciò potremmo senza ombra di dubbio rilevare la notevole diversità tra la pandemia dell’inizio del secolo scorso e quella che attanaglia il pianeta a distanza di cento anni esatti, ostentando una fissità ed una meticolosità quasi agghiaccianti, soprattutto per la puntualità con cui essa si è presentata al suo appuntamento secolare; quest’ultima, però, al contrario della prima sembrerebbe colpire la popolazione più anziana del globo (sebbene una regola vera proprio non ci sia!) e risparmiare, invece, i bambini ed i giovani in buona forma fisica.

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Ma c’è un elemento in particolare che farebbe la differenza tra i due virus a confronto ed è la velocità di contagio delle due epidemie; la prima fu decisamente più lenta dell’attuale pandemia, che si propaga, invece, con una rapidità fulminante, senza lasciare il tempo di rendersi conto di quanto stia accadendo.

Certo a distanza di un secolo possiamo dirci ben più fortunati dei nostri predecessori, in primo luogo per aver compreso immediatamente che di virus trattasi.

Se si considera che nel 1918 si pensava che l’influenza spagnola fosse determinata da un batterio, si comprende bene quanti e quali passi da gigante abbia fatto la scienza medica in questi ultimi cento anni. Circostanza ulteriormente corroborata dal fatto che quando esplose la spagnola non esisteva ancora nemmeno l’antibiotico (rimedio venuto alla luce circa dieci anni dopo).

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Non può sottacersi peraltro che il contesto storico in cui “la grande influenza” si diffuse fece probabilmente più danni ancora dell’influenza stessa; il periodo in cui il virus killer si propagò era un periodo nel quale buona parte della popolazione del mondo sconosceva quello che andava di poco oltre il proprio naso, le comunicazioni e gli scambi lasciavano molto a desiderare, non esisteva monitoraggio sanitario nazionale né sovranazionale sulla diffusione delle malattie e la censura rappresentava la ciliegina sulla torta della disinformazione, limitando drasticamente il passaggio di notizie.

Ma soprattutto la Prima Guerra mondiale era ormai agli sgoccioli, in una fase che potremmo sicuramente definire cruciale per cui non c’era tempo per pensare alla pandemia; gli stessi effetti devastanti della guerra e le centinaia di migliaia di morti che essa aveva portato con sé, avevano peraltro reso indefiniti i contorni di un fenomeno sanitario di così ampia portata.

L’autunno del 1918, in particolare, vide il dilagare di una seconda ondata di influenza spagnola (la prima risaliva alla primavera precedente); questa volta però l’epidemia era piombata sull’Italia in maniera così prepotente che non era più stato possibile ignorare il fenomeno; la cosa peggiore è che quanto stava occorrendo aveva messo inevitabilmente  in risalto le contraddizioni di un Paese che non sapeva affatto da dove cominciare per poter fronteggiare la situazione; le contromisure del governo e delle amministrazioni locali erano state fallimentari, soprattutto perché  l’impatto del virus sulla popolazione era stato largamente sottostimato.

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E allora non fu semplice gestire l’emergenza, avendo così pochi mezzi a disposizione e così tante componenti negative a remare contro; non fu facile comprendere come combattere un nemico tanto agguerrito, ma questo in fondo è un pò ciò che accade anche oggi.

Ma vi è un dato che deve cogliere la nostra attenzione e sul quale è necessario soffermarsi. Quel che l’esperienza occorsa cento anni fa ha registrato, ma soprattutto quello che ha insegnato anche a noi che la pandemia la stiamo vivendo oggi, fu uno smisurato spirito di sopravvivenza; una grande forza reattiva basata su misure concrete e quotidiane messe in campo dalla gente comune; misure che andavano ben oltre l’assenza di medicine; o la svista del luminare di turno che aveva urlato all’infezione batterica e prescritto massicce dosi di aspirina, così contribuendo all’uccisione di quanti probabilmente avrebbero anche potuto salvarsi; o ancora ben oltre l’inadeguatezza della classe dirigente, superando persino le manovre grossolane dell’esercito che creava assembramenti per evitare assembramenti.

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Nacque proprio allora la consapevolezza (e forse anche l’amara rassegnazione) che il distanziamento sociale potesse rappresentare l’unica misura utile a salvare l’umanità; quella stessa umanità che paradossalmente viveva, si alimentava e traeva la sua forza, così come accade ancora oggi, dalle strette di mano, dalle pacche sulle spalle, dalla fisicità di un abbraccio, dal contatto costante tra le persone.

La pandemia del primo Novecento ha segnato una triste e buia pagina della storia e proprio quando sembrava dimenticata, ha risvegliato le nostre memorie assopite presentandosi in una nuova forma, per ricordarci quanto miserevole sia la condizione umana su questo pianeta che non ci appartiene affatto e del quale siamo semplici ospiti.

Il pericolo vero allora qual è? Stringersi, fare branco, stare vicini, sono gli impulsi primordiali degli animali che si sentono in pericolo, e l’uomo non fa eccezione. Le condizioni di pericolo rendono gli esseri umani più sociali, e non meno; in condizioni estreme ci riscopriamo indispensabili gli uni agli altri perché ciò rende più accettabili e maggiormente gestibili emozioni altrettanto ancestrali quali la paura o la tristezza.

La soluzione del distanziamento sociale può sicuramente limitare il danno da contagio da Covid-19 (così come ha sicuramente contribuito a salvare la specie ai tempi della spagnola), ma rischia di provocare un effetto collaterale che potrebbe far piombare l’umanità intera in una nuova emergenza, quella nella quale non saremo più in grado di controllare la fragilità ontologicamente connessa alla nostra condizione tutta umana.

 

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