ATTUALITÀ

INFODEMIA: SE LA SCUOLA POTESSE EDUCARE ALL’INFORMAZIONE

L’informazione è premessa dell’azione, della decisione. E cos’ è l’azione nella vita di un individuo se non la capacità di autodeterminarsi, di essere sé stesso qui e ora?  

Fluttuiamo tutti con difficoltà in una galassia densa di informazioni dove anche i cosiddetti “nativi digitali” sembrano non avere la bussola. Eppure sono numerose le lezioni di pedagogisti e insegnanti per una didattica che educhi alla complessità, che dia vita ad una “testa ben fatta anziché una testa ben piena”, parola di Edgar Morin. Lezioni che la scuola, da  60 anni, è chiamata a rendere prassi.

Si è parlato spesso, durante l’emergenza covid-19, dell’infodemia ovvero dell’eccesso di notizie circolanti in rete tra le quali è difficile distinguere le vere dalle false e che influenzano negativamente lo stato d’animo del lettore. All’aumento della percezione del pericolo di ammalarsi infatti corrisponde la necessità di controllare il rischio imparando a riconoscerlo, raccogliendo ancora più dati sull’epidemia.

L’infodemia si traduce infatti in una sorta di bulimia di notizie che causa disinformazione, oltre che instabilità emotiva.

L’infodemia, così come le fake news, è tra gli effetti perversi di un sistema di comunicazione affollato e autoreferenziale che da anni si cerca di regolamentare. La questione è delicata perché si rischia ad ogni passo di ledere la libertà di espressione. Rendere accessibile la conoscenza è una sfida coniugata tutta al presente, ma ha conosciuto anche altri tempi; una volta si chiamava analfabetismo ed era alla base delle diseguaglianze sociali.

Don Lorenzo Milani diceva, senza peli sulla lingua, che anche coloro che vengono definiti scolarizzati non sono in grado di comprendere un contratto di lavoro o un articolo di giornale, ed era quello a fare la differenza tra sudditi e cittadini, l’abilità di ricerca e di comprensione del reale. Nella scuola popolare di Barbiana, Don Milani ha affinato la sua pedagogia linguistica, puntando l’indice contro il “padroni della parola”, contro coloro che pensano di intortare il contadino per non mettere nella loro testa troppi fronzoli, dubbi, incertezze. Oggi i nuovi emarginati sono i “contadini” della cyberspazio, coloro che non distinguono una fonte istituzionale o giornalistica da una amatoriale; coloro che non riconoscono il linguaggio scientifico e quello complottista; che non sanno maneggiare gli strumenti digitali e non possono partecipare attivamente ad una società sempre più automatizzata.

Su MicroMega, di recente è stato pubblicato il risultato di un laboratorio di sociolinguistica, dei corsi di laurea in Lettere e Scienze della Comunicazione dell’Università di Bologna. Lo studio afferma che l’indice di leggibilità media dei decreti della presidenza del Consiglio, durante l’epidemia, è molto basso, attorno al 38%, lo stesso vale per i comunicati presenti sul sito del Ministero della Salute e dell’Istituto Superiore di Sanità.

I testi redatti da figure istituzionali sono pienamente accessibili a chi ha la laurea, sono comprensibili con qualche difficoltà per chi ha frequentato un liceo e sono pressoché illeggibili per chi ha un titolo di studio diverso o inferiore”.

Di conseguenza, è inevitabile la migrazione dei cittadini verso canali di informazione alternativi e non verificati.

Se persone mediamente acculturate non riescono ad accedere pienamente ad una informazione istituzionale vuol dire che il modello di trasmissione dei saperi attuato a livello scolastico è ancora settoriale, rigido. Che la scuola debba educare al pensiero e svincolarsi da una funzione mnemonica e competitiva è cosa nota. Il modello della testa ben fatta auspicato dal sociologo Morin, spiega perché sia necessario cambiare metodo; una società che si modifica così rapidamente necessita di abilità più che di conoscenze, ha bisogno di mettere al centro l’apprendimento anziché l’insegnamento. Principi che  R. Baden-Powell, padre morale degli scout, aveva già sintetizzato agli albori del ‘900 con il famoso ask the boy. Il motto è alla base di un progetto educativo basato sulla progressione personale del ragazzo a partire dall’esplorazione delle sue attitudini personali, da trasferire a favore della realtà circostante.

Il  rinnovamento del modo di intendere l’educazione linguistica, dibattuto da pedagogisti come Lodi, Freire, De Mauro è stato mosso dalla convinzione che la scuola debba realmente essere una palestra di democrazia, di crescita individuale, inclusiva. 

Se viviamo in un sistema democratico, allora dobbiamo costruire una scuola che gli somigli davvero.

md milani_scuola popolare

no inc

 

Conoscere e pensare non è arrivare a una verità assolutamente certa, è dialogare con l’incertezza

Edgar Morin

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