CULTURA

SUL PERCHÉ “THE LAST OF US” È IL VIDEOGAME DEL DECENNIO

The Last of Us, il videogioco horror action-adventure sviluppato dalla Naughty Dog e pubblicato nel 2013 da Sony Interactive Entertainment per PlayStation 3 e PlayStation 4, è stato eletto da qualche mese il miglior videogame del decennio.

Ad attribuirgli l’ambitissimo riconoscimento sono stati ben due sondaggi, il primo degli utenti di Metacritic e il secondo su PlayStation Blog dove, con l’11% di voti, questo videogame è riuscito a scalzare dal podio i due titoli d’argento e di bronzo, God of War e The Witcher 3: Wild Hunt.

Un progetto così ambizioso da essere stato applaudito con sincera ammirazione persino dagli altri contendenti, consapevoli di quanto la sua realizzazione abbia spinto i videogame a essere più audaci, straordinari e intelligenti.

Per Cory Barlog, il director di God of War, l’avventura di Joel e Ellie è ad esempio:

Un traguardo nella regia e nella narrazione davvero toccante e capace di infondere ammirazione! Complimenti a tutti coloro che hanno partecipato alla creazione di quello che considero una master class definitiva sulla creazione.

O per il co-fondatore di Guerrilla Games e ora boss dei PlayStation Worldwide Studios, Hermen Hust invece:

Un capolavoro, ecco cos’è The Last of Us. Davvero meritato Naughty Dog e congratulazioni a tutti coloro che erano coinvolti. Non posso che essere eccitato per Part II!

In questi mesi è stata annunciata la realizzazione di una serie che sarà diretta da Craig Mazin (Chernobyl) e soprattutto sarebbe dovuta uscire su PS4, dopo ben sette anni dalla prima, la parte seconda (The Last of Us Part. II), un evento così atteso da milioni di fan in tutto il mondo che, quando la Naugthy Dog ha da qualche settimana deciso di posticiparne ancora più in là la pubblicazione a causa dell’emergenza sanitaria del COVID-19 (forse adesso prevista per il 16 giugno 2020), si è creato sui social uno scompiglio esorbitante.

Ma come mai The Last of Us è considerato il videogame del Decennio?

La Trama.

(Spoiler Allert!)

La trama di The Last of Us risulta così attuale da sembrare oramai quasi un triste presagio.

La storia in 12 capitoli incomincia a Boston nel 2013, quando la tranquilla vita di Joel e di sua figlia Sarah viene sconvolta da un evento sorprendente: un fungo parassita chiamato Cordyceps, che aveva causato in precedenza problemi all’agricoltura in tutto il Mondo, evolvendosi ha infettato anche gli esseri umani mutandoli in creature raccapriccianti.

Joel e sua figlia cercano quindi di scappare lontano dalla città oramai in preda all’isterismo ma Sarah viene però uccisa a sangue freddo da un militare che ha avuto l’ordine di abbattere chiunque gli si pari davanti.

La morte della bambina che sconvolge ogni giocatore per la sua precoce esecuzione e inaspettata violenza, apre di fatto i titoli iniziali di The Last of Us che riprenderà ufficialmente dopo un salto temporale lungo vent’anni, nel 2033, quando nel nuovo apocalittico scenario il 60% della popolazione globale è già caduta preda alle deformazioni del virus del fungo e la restante parte non ancora ammalata è invece sotto quarantena nei ventri scheletrici delle metropolitane oramai diventate fortificazioni di fortuna.

Tra il mondo dei Runner, Stalker, Clicker e Bloater (così come vengono definiti gli infetti nelle diverse fasi di evoluzione del virus), quello dei cacciatori -gli ancora sani che preferiscono un’esistenza fatta di razzie e scorribande-, i militari che cercano di imporre gli ordini marziali dall’alto e Le Luci, un gruppo di resistenza all’azione del governo deciso a scovare una cura o almeno un po’ di verità sulle origini del fungo, si muoveranno, così, Joel, diventato nel tempo un contrabbandiere cinico e ancora dolente per la morte della figlia e Ellie, una giovane orfana infetta ma stranamente immune che inizierà ad affiancare l’uomo nella dura e avventurosa lotta per la pura sopravvivenza.

La resa e la profondità del gioco.

Quello di The Last of Us è un mondo alla fine del mondo, da dove si riesce quasi a percepire il puzzo della patina ammuffita dei cassetti, frigoriferi, armadi e giornali delle case disabitate e aperte adesso al barbaro saccheggio.

Il giocatore (che può scegliere liberamente la difficoltà di gioco, da Facile a Realismo) è agevolato nell’approccio all’esplorazione e al combattimento dalla fluida resa della fisicità dei protagonisti e dagli agevoli potenziamenti delle rudimentali armi – un fucile, coltellino, una balestra da caccia, un collo di bottiglia o una mazza da baseball chiodata- che i nostri proveranno a sfruttare, specie in modalità stealth, per uccidere i numerosi nemici che cercheranno di stanarli.

La sceneggiatura di The Last of Us ha una maturità sorprendente.

Così come capiterebbe davvero nel bel mezzo di una catastrofe sconcertante, i dialoghi si spogliano di inutili orpelli diventando disorganici e frammentari, per lo più sostituiti da banali imprecazioni o da solitari silenzi.

In una realtà dove la quotidianità moderna è stata pressoché inghiottita dall’angosciante ordinario della materiale resistenza è a volte piuttosto la voce Natura ad impressionare per la sua robusta consistenza, ora attraverso il cinguettio di qualche uccello, ora per il barrito di un elefante e i richiami di una giraffa nelle vecchie città ritornate quasi ad essere delle torride giungle.

Troy Baker e Ashley Johnson doppiano e interpretano, grazie alla tecnica della performance capture, rispettivamente Joel e Ellie, regalandoci personaggi provvisti di una personalità complessa e sofferente, la cui storia personale non ci verrà però mai raccontata con didascalica sfacciataggine, saremo piuttosto noi ad intuirla al di là dei non detti e delle loro diffidenze.

I due si muovono nello spietato mondo postpandemico tra le cianfrusaglie di un ventunesimo secolo stracciato via, affidando il ritmo dei loro viaggi non più a delle macchine ma al dorso di alcuni cavalli mentre imparano a sottostare e anche a raggirare le asperità della spietate leggi del branco: uccidi per non essere ucciso, ruba per non morire di fame, cura le ferite con ago e bende, non empatizzare con quelli che moriranno col cranio fracassato per terra o una pallottola alla tempia.

Il loro rapporto si evolverà pian piano nel corso del gameplay fino a ricreare un sodalizio padre-figlia, un’intimità pudica e speciale che noi avremo spesso quasi timore di invadere, intanto che in sottofondo si allungherà la colonna sonora del premio Oscar (Brokeback Mountain, Babel) Gustavo Santolalla, una melodia con un richiamo ad echi di cose perdute, immalinconiti ricordi di vite precedenti non ancora spezzate e della depressione della contingente decadenza.

Attorno ai due protagonisti si agitano alcuni personaggi secondari che, benché risulteranno essere il più delle volte solamente di passaggio, avranno comunque una delineazione ben precisa fino a lasciare, durante l’avventura, anche delle tracce su vite passate mai esplicate e su probabili scenari futuri, come lo zio Tommy e Tess, la crudele Marlene o la piccola Riley (nel DLC del gioco “The Last of Us: Left Behind”).

The Last of Us è un videogame di una bellezza sconcertante che ha il coraggio di essere crudo e crudele nel suo inesorabile realismo, ora più che mai che ci stiamo anche noi confrontando con le angosce, le frustrazioni e gli addii di un virus ammorbante.

Si raccontano il disincanto della crescita e il coraggio di comprendere a pieno i propri desideri sessuali (Ellie), di quanto potere abbia credere ancora nell’altro nonostante la disumanità brutale e il desiderio dell’oblio dopo una perdita (Joel).

Il filo rosso che legherà tutti questi cambiamenti sarà la convinzione che qualsiasi redenzione dalla rabbia, dalla delusione e dalla vendetta avrà sempre bisogno di compiere un suo singolare percorso di viaggio affinché possa trasformarsi in accettazione e perdono.

E se questo abbracciare argomenti considerati tristemente ancora un taboo (l’omosessualità, la pedofilia, il fanatismo religioso) sta portando alcuni membri cattolici e conservatori del team a tentare subdolamente di boicottare le vendite della seconda parte a suon di Twitter contro una trama “troppo di sinistra“, da pochi giorni un ex sviluppatore in rotta con lo studio per il suo licenziamento (sulla Naughty Dog pende da qualche tempo anche una ipotetica accusa da parte di un altro ex dipendente, David Ballard, di molestie e mobbing) ha anche rilasciato dei leak sulla prossima uscita, ovvero una serie inedita di clip con spezzoni di gameplay, una piccola vendetta per scoraggiarne non solo l’acquisto ma il gusto dell’esperienza video-ludica.

Controversie e retroscene che non scalfiscono la granitica certezza che The Last of Us è di fatto davvero il videogame migliore del decennio, da giocare soprattutto oggi per trovare in questa storia perfetta e semplice un po’ di pace nel turbinio dei giorni.

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