ATTUALITÀ

COOPERAZIONE INTERNAZIONALE: UNO, NESSUNO, CENTOMILA

La cooperazione allo sviluppo è realizzata da una galassia di soggetti pubblici e privati e di gruppi di cittadini – quindi non facile da disciplinare – non esime nessuno di questi dal tutelare i suoi operatori con garanzie contrattuali e adeguati istituti normativi 

“Silvia Romano può definirsi o no una cooperante?” E soprattutto ha senso fare questa distinzione per spostare l’ago sulla bilancia (delle responsabilità)?

Io credo di no, per diversi motivi. Quando è stata sequestrata, Silvia aveva appena intrapreso il percorso fatto da gran parte degli aspiranti professionisti nel sociale: 1-2 anni di volontariato prima di un vero e proprio contratto di lavoro. Silvia poteva essere Floriana, Karin o Vittorio.

L’esperienza del volontariato ha un altissimo valore umano e sociale, che non è messo in discussione con il dilemma cooperante o non cooperante.

E’ necessario invece interrogarsi su quale sia il ruolo del volontariato nella cooperazione allo sviluppo. Secondo gli ultimi rapporti sul volontariato in Italia il 55% dei volontari sono impegnati nel campo dell’assistenza sociale e della sanità, di questi solo il 2% sceglie la cooperazione internazionale, eppure deve essere un numero determinante perché ogni volta che una riforma del settore li ha tirati in ballo, le ONG li hanno difesi a gran voce.

Quello della cosiddetta cooperazione allo sviluppo è un mondo frammentato, in Europa nasce nel dopoguerra per gestire le colonie. Gli “aiuti”, statali e sovranazionali, in questa fase sono tesi a innescare il processo di industrializzazione, meccanizzazione agricola e un miglioramento di strutture quali strade, dighe, ponti. Ma tra gli anni sessanta e i settanta nuovi soggetti rivendicano spazio e autonomia d’azione: associazioni, movimenti laici, privati. Le ONG, organizzazioni non-governative, sono il frutto di una trasformazione sociale e culturale che contesta le istituzioni e in qualche modo perora la causa dei movimenti di liberazione nazionale in tutto il mondo.

Gli interventi delle ONG, realizzati grazie a campagne di raccolta fondi e mobilitazioni, arrivano nei villaggi del sud del mondo e realizzano un modo di fare cooperazione inedito, a stretto contatto con la comunità locale.

Un modello oggi portato avanti anche da tutte quelle piccole associazioni – ci dice Floriana Bucca, capo progetto in Siria per la ONG COOPI – che con pochi fondi raggiungono obiettivi modesti, ma estremamente significativi per le comunità. Mentre le ONG operano su larga scala in modo strutturato, le piccole realtà associative svolgono un lavoro prezioso, altrettanto importante, che come tale va supportato.”

A cambiare nel tempo non è soltanto il modo di fare cooperazione ma anche gli scenari degli interventi umanitari e perfino il concetto di sviluppo, per decenni misurato solamente con il reddito medio di un Paese. È grazie all’economista Amartya Sen che l’ONU, nel 1990, rilascia il primo Rapporto sullo Sviluppo Umano con un indice del tutto innovativo che misura lo sviluppo di una popolazione in base alla capability, ovvero alla capacità dell’individuo di “scegliere il tipo di vita che desidera”.

Sempre negli anni Novanta, la cooperazione si intensifica nei Paesi con conflitti armati che portano al centro del dibattito politico la minaccia del terrorismo. Le nuove situazioni di rischio in cui lavorano gli operatori della cooperazione, compresi i sequestri di persona, sono costantemente oggetto di dialogo tra le Ong e il Ministero degli Affari Esteri.

Il tema della sicurezza è vasto e comprende rischi sanitari, socio-politici, rischi legati alle calamità naturali e ai traumi psicologici derivanti dall’assistenza alle vittime di abusi. Il volontario è equiparato alla figura del lavoratore autonomo, in quanto le sue attività sono equivalenti a mansioni lavorative, su questo il Testo Unico per la Sicurezza sul lavoro ha fatto chiarezza nel 2008. Tocca agli Enti del Terzo Settore riflettere sulle tematiche di salute e sicurezza dei volontari sinora poco attuate, come richiede la riforma del Terzo settore.

Nel 2015, un network di ONG, l’Unita’ di Crisi e la DG Cooperazione allo Sviluppo del MAE hanno prodotto il dossier  “Suggerimenti per la gestione dei rischi e la sicurezza degli operatori delle organizzazioni di cooperazione e solidarietà internazionale”. Un codice di comportamento che si focalizza sulla prevenzione del pericolo da parte dell’operatore. Un manuale, tra l’altro, con scarsi riferimenti ad un sistema di tutele che faccia da scheletro al gigante buono della cooperazione internazionale.

“In 10 anni ho avuto esperienze di cooperazione con piccole associazioni, ONG internazionali, agenzie ONU, imprese private e infine con l’Università – racconta Diego Battistessa, attualmente Coordinatore del Master in Project Management for International Cooperation della Social Change School. Non mi sono mai sentito più o meno cooperante a seconda dei casi, però mi sono sentito più o meno protetto come lavoratore e come essere umano a seconda delle garanzie professionali che mi sono state date nei diversi spazi in cui ho operato”.

La discussione reale è sulla realizzazione di progetti sostenibili che possano contare, con la partecipazione delle comunità beneficiare, sulla formazione obbligatoria in termini di sicurezza (duty of care) per chiunque. Sulla necessità di assicurazioni integrali per il personale, – continua Battistessa – sulla creazione di un organo sindacale di settore, sulle garanzie contrattuali che sono la base dei diritti di ogni lavoratore/trice.

I volontari sono cooperanti a tutti gli effetti. C’è chi ha il piacere di contribuire una tantum ad un progetto di sviluppo in un’area depressa. E c’è chi sta seguendo un percorso professionalizzante. A  fare cooperazione è una galassia di soggetti pubblici e privati e di gruppi di cittadini – quindi non facile da disciplinare – ma ciò non esime nessuno dal tutelare i propri operatori. E’ necessario potenziare la sicurezza a tutti i livelli, dalla formazione al momento della missione, perché rimanga in piedi l’unico modello di sviluppo possibile: una collaborazione tra paesi ricchi e paesi meno ricchi, tra nord e sud del mondo.

 

Report Nazionale delle Organizzazioni di Volontariato censite dai CSV (2015); Rapporto annuale Istat “Fare volontariato fa bene” (2018).

Annullati con un colpo di mano volontari e cooperanti della cooperazione internazionale http://www.focsiv.it/

 

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