CULTURA

“UN INDOVINO MI DISSE…”: STORIE DALL’ANTICA ARTE DELLA DIVINAZIONE

Quando era poco meno che ventenne, improvvisamente una vecchia sconosciuta afferrò la mano di Isabel Allende e iniziò a leggergliela.

Le profetizzò un esilio, dei divorzi e che uno dei suoi futuri figli sarebbe diventato famoso in tutto il mondo.

A distanza di anni la scrittrice cilena – esiliata e fresca del primo divorzio – si ritroverà a scrivere un libro di incredibile successo dal titolo “Paola” come il nome della figlia appena morta per porfiria fulminante.

Le affascinanti arti divinatorie, ovvero le conoscenze che travalicano la ragione umana per apprendere cose future o altrimenti ignote, sono esistite sin dalla nascita del mondo.

Alcune pitture rupestri raccontano già della presenza di sciamani impegnati in riti per la fortuna o testimonianze sulla loro capacità di interpretare le eclissi, la crescita di piante e le eruzioni vulcaniche.

Tra le prime popolazioni che credevano nell’arte della predizione del futuro ci furono i Caldei (Assiri e Babilonesi), convinti che gli Dei comunicassero con gli uomini attraverso fenomeni naturali e ovviamente gli Egizi che invece ritenevano che lo spazio celeste, dimora delle divinità, sarebbe potuto essere interpretabile dai sacerdoti qualora si fossero orientati tra tutte e sedici le parti in cui la volta era divisa.
Rispetto al carattere binario della divinazione nell’antica Grecia (una domanda da sì/no) il responso nell’universo egiziano era generalmente esplicitato attraverso un discorso aperto e, in quanto tale, suscettibile a maggiore interpretazione, come testimoniato dalla fonte più importante pervenutaci in merito sulle tecniche divinatorie più diffuse lungo il Nilo, il Papiro di Leida.

L’Oracolo di Amon (Copyright immagine)

L’indovino egiziano, prima di iniziare il suo vaticinio, doveva truccarsi gli occhi dopo tre giorni di digiuno e la purificazione della casa con acqua a base di natron e incenso per poi posizionarsi attorno ad un fuoco e ripetere sette volte delle formule di preghiera fino al raggiungimento dello stato di trance.
Nel fuoco sarebbe poi comparsa una divinità, magari Anpu “colui che apre le vie” Tehuti “il signore del misteri” o Khons, “la divinità della luna” che avrebbe lasciato al richiedente indizi e chiarimenti.

A questa tecnica si aggiungeva l’arte egiziana dell’interpretazione dei sogni che, per modalità, potrebbe essere forse paragonata alla sacralità che l’oniromantica aveva assunto presso i nativi americani visto che entrambe le civiltà ritenevano che le visioni notturne riuscivano a fornire agli sciamani soprattutto i rimedi medicamentosi per curare alcune malattie, così come simili poteri terapeutici possedevano d’altronde i sogni dei sacerdoti indigeni Maya, stregoni (aj itz) capaci di invadere anche la vita del richiedente sotto forma di animali feroci (nauhal) durante rivelatori incubi.

Grazie al trattato “Sulla Divinazione” di Cicerone, oggi siamo in grado anche di distinguere la differenza sostanziale tra predizione romana e quella greca, chiamata dai primi “divinazione” e dai secondi “mantica“, espressione, quest’ultima, che fa riferimento al furore estatico che conduceva alla conoscenza delle cose prossime.

Rispetto alla “divinazione naturale“, fondata sull’intervento diretto della divinità che parlava attraverso una persona ispirata o tramite segni casuali, indipendenti dalla volontà dell’uomo, la “divinazione artificiale” era un’ars in cui i segni erano appositamente provocati per ottenere un responso, come nel caso degli Oracoli: da quello egiziano di Amon (che, secondo Siculo e Plutarco, aveva condizionato il destino di Alessandro), ai responsi della sacerdotessa Pizia nel Santuario di Apollo a Delfi o a quello napoletano della Sibilla Cumana che interrogava il vorticare delle foglie per ottenere i responsi richiesti.

Una pratica d’origine etrusca che entrerà a far parte della tradizionale divinazione del popolo romano sarà quella dell’aruspicina che si basava sulla determinazione del templum, ovvero dello spazio sacro su cui si proiettava la suddivisione della volta celeste, tecnica divinatoria contraria, perciò, della geomanzia, nata nel VIII secolo nell’Africa nord-orientale e diffusasi grazie all’espansione dell’Islam sull’interpretazione del futuro tramite dei piccoli cerchi tracciati sul terreno o sulla sabbia.

Per gli antichi romani particolare rilevanza aveva assunto anche la ieromanzia ovvero l’osservazione delle viscere degli animali che, vivisezionate, rappresentavano esattamente la suddivisione dei sedici spicchi celesti.

Rispetto all’augure romano, interprete ufficiale dell’Impero per pre-vedere possibili sconfitte o vittorie in battaglia, i divinatori Shang nell’antica Cina (1520-1030 a.C.), ponevano le loro domande agli antenati interrogandoli più che sulle campagne politiche future sui raccolti, le spedizioni di caccia, i viaggi e il decorso di una malattia o di una gravidanza.
La divinazione cinese era fondata sulla lettura mantica delle incrinature prodotte su ossa di animali, sottoposte a speciale trattamento con il fuoco (piro-osteomanzia), ovvero si incidevano le ossa oracolari con una serie di cavità disposte in file regolari entro le quali gli interpreti ponevano uno strumento incandescente provocando, in tal modo, sulla faccia opposta dell’osso, varie screpolature.
Questa pratica è di fatto ritenuta l’antenata dell’ achilleomanzia, la pratica divinatoria cinese alla base degli I-Ching” (o “Libro dei Mutamenti“) che si avvaleva di 50 steli di Achillea Ptarmica (in cinese Che, da cui deriva il nome originario Che Pou) dai quali si ricavava un esagramma di sei steli che, in base ai suoi movimenti, indirizzava le risposte dei richiedenti.

E che dire dei segreti sussurrati dalle chiacchiere sonore delle Rune per il popolo celtico?

Qualora invece fossimo intenzionati a sviscerare l’origine dell’arte divinatoria della chiromanzia, ci dovremmo spostare in India, facendo riferimento all’introvabile saggio induista Vālmīki ovvero “Gli insegnamenti di Maharishi Valmiki sulla chiromanzia maschile, libro di ben 5000 anni fa che avrebbe contenuto 567 stanze sulle capacità di lettura della mano, tecnica di predizione del futuro ancora utilizzato ai giorni nostri dal popolo Sinti.

Il gioco dei Tarocchi. Affresco nel Palazzo Borromeo di Milano. (Copyright immagine)

Nonostante l’avvento del Cristianesimo abbia insabbiato la figura degli indovini, al di là dei riferimenti della letteratura (Calcante, Tiresia, Cassandra, ad esempio) numerosi sono gli esempi storici di personaggi che si dice abbiano posseduto oscure doti di chiaroveggenza nonostante la condanna della religione imperante, da Nostradamus alla monaca di Dresda, dal mistico russo Rasputin alla medium americana Mina Stinson.

Un sottobosco quasi sconosciuto e tratti inquietante che continua ad essere raccontato oggi da quegli scrittori che hanno la fortuna di entrare in contatto con dei negromanti contemporanei, come hanno testimoniato ad esempio Tiziano Terzani nel reportage cartaceo “Un indovino mi disse, dove il giornalista elenca alcuni incontri con dei veggenti cinesi in grado di leggergli il futuro dentro una candela, attraverso un giro di tarocchi o addirittura sulla pianta di un piede sinistro e delle chiacchierate mistiche di Alejandro Jodorowsky nel “Il maestro e le maghe con la sacerdotessa dei funghi Maria Sabina che continua a praticare gli antichi riti delle mazateche messicane o con delle streghe herbane che assorbono tuttora dalle piante l’energia cosmica.

Perché anche in una società oramai votata al metodo scientifico, continua a illuminarsi ancora il terzo occhio sull’Inspiegabile.

Rispondi