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IL POSTO DELLE FRAGOLE. OGGI NASCEVA IL REGISTA INGMAR BERGMAN

Dall’amore per il teatro alla ricerca di un cinema fortemente simbolico ed esistenzialista che abbraccia religione e psicologia, Ingmar Bergman è considerato uno dei grandi, imprescindibili registi per chi studia o è appassionato di cinematografia.

Bergman nasce a Uppsala, in Svezia, il 14 luglio 1918.

 

Il papà è un rigido pastore luterano, per lo più violento col figlio, la mamma invece è vittima di innumerevoli stati di ansia ed è costretta ad assumere frequentemente potenti sedativi.

Il tentato suicidio del fratello maggiore è per lui la radice primaria della crescita dei suoi dubbi esistenziali, del suo acceso anticlericalismo e di una disperata, angosciante ricerca di un Dio come rifugio d’amore, piuttosto che di meccanico rito.

Tagliati, così, definitivamente i ponti con la famiglia, si stabilisce a Stoccolma, dove si iscrive alla facoltà di Storia della Letteratura, spinto dalla sua vicinanza all’Arte teatrale.

Durante le sue prove dilettantesche come regista, nel 1942  la Svensk Filmindustri gli propone di lavorare come sceneggiatore (quella di Spasimo di Alf Sjöberg otterrà la Palma d’oro al festival di Cannes nel 1946, ad esempio) fino a esordire lui stesso dietro la macchina da presa con i due film consecutivi Crisi Piove sul nostro amore.

Con l’attrice Liv Ullman, uno dei più grandi amori della tormentata vita sentimentale del regista (Copyright immagine)

 

Da quel momento in poi alternerà impegni teatrali e cinematografici, realizzando una cesta sostanziosa di film:  dal suo primo grande successo internazionale, “Sorrisi in una notte d’estate” (1955), a “Il settimo sigillo”, “Il posto delle fragole” “Persona”, “Scene da un matrimonio” e “Fanny e Alexander“, giusto per citarne alcuni.

Il suo capolavoro degli anni ’60 è poi, ad esempio,  la cosiddetta “Trilogia del silenzio di Dio” che comprende i film “Come in uno specchio” (1961), “Luci d’Inverno” (1962) e “Il silenzio” (1963).

Film “Monica e il desiderio (Copyright immagine)

 

Perfettamente calato nello spirito del tempo, Bergman – uomo spesso schivo e di difficile decifrazione– diventa il cineasta che meglio ha sintetizzato le inquietudini del Novecento derivanti dalla perdita della centralità dell’individuo in favore del relativismo.

I contenuti dei suoi film, da lui stesso scritti e sceneggiati, saranno i problemi dell’uomo moderno trovatosi improvvisamente in una famiglia, in un ambiente, in una vita non più a sua misura, scopertosi privo di valori, certezze immanenti e trascendenti e di colpo sospeso e sorpreso tra una terra devastata dal male ed un cielo ormai impossibile da raggiungere.

 

 

(Copyright immagine di copertina)

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