ATTUALITÀ

LE NUOVE FRONTIERE DELL’ITALIANO: IL CASO DEL LINGUAGGIO INCLUSIVO

L’italiano è una di quelle lingue, come l’arabo e l’ebraico, che si avvale, a livello grammaticale, di una una struttura che distingue tra due generi, il maschile e il femminile.

Nel caso di moltitudini miste, poi, la nostra lingua prevede che si ricorra al maschile sovra-esteso o generalizzato, cioè basterebbe che un solo uomo sia presente in un gruppo numeroso per declinare al plurale al maschile.

Da due anni si sta perciò ingrossando un forte dibattito sull’uso del linguaggio e della scrittura inclusivi, ovvero sul porre fine alle discriminazioni di genere abolendo l’uso del maschile generico, considerato un retaggio e un rafforzativo delle strutture patriarcali.

Nonostante sia una lingua neo-romanza, l’italiano non ha mai adottato dal latino l’utilizzo del neutro, genere che, ai tempi dei romani, indicava solitamente oggetti e concetti astratti.

La sintassi della nostra lingua prevede però già l’esistenza e la formazione dei corrispettivi femminili dei termini maschili e le regole per la loro formazione variano a seconda del tipo di sostantivo con cui si ha a che fare.

 

Abbiamo quindi i nomi indipendenti o di genere fisso, nei quali il maschile e il femminile sono due sostantivi completamente differenti (fratello-sorella), i nomi di genere promiscuo che possiedono un’unica forma per il maschile e femminile, come per indicare gli animali (la tigre femmina, la tigre maschio) e i nomi di genere mobile che formano il loro femminile o con un cambio di desinenza o con l’aggiunta di un suffisso (maestro/maestra, direttore/direttrice).

Il dibattito è partito dai nomi di genere comune che possiedono un’unica forma per il maschile e femminile, come l’ingegnere, il sindaco, che, secondo il linguaggio inclusivo, dovrebbero declinarsi ora diversamente come l’ingegnera, la sindachessa.

L’intento è quello di creare un linguaggio più inclusivo contro l’invisibilità delle donne e degli omosessuali, figure che continuano a sentirsi marginali nella vita sociale e persino grammaticale del nostro Paese.

Come spiega Maria Pia Ercolini ne “Il sessismo linguistico a scuola, in Che genere di lingua? Sessismo e potere discriminatorio delle parole“:

«La grammatica dice chiaramente come formare il femminile: Se certi femminili grammaticalmente corretti […] “suonano male” o sono avvertiti come meno “prestigiosi” dei corrispondenti maschili, il problema non è nella grammatica, bensì nel pensiero (sessista) di cui il linguaggio è veicolo. Le forme come “giudice donna” sono inaccettabili, come lo sarebbe “uomo casalinga”, di cui è più facile avvertire l’inadeguatezza. […] Solo da pochi decenni le donne occupano posizioni prestigiose, in precedenza esclusivamente riservate agli uomini. L’ambiguità lessicale nel designarle rivela la difficoltà di accettare come normale un fatto che è ancora percepito come anomalo o eccezionale. Se alcuni agentivi femminili sembrano “ridicoli”, ciò non dipende dai vocaboli, ma dai pregiudizi di cui siamo portatori e che quei vocaboli vanno a intaccare. Sembra il nome a suonare strano, ma in realtà è il significato a destare la diffidenza. In tali casi è bene consultare sempre la grammatica e stare attenti: se una parola corretta “suona male”, è la spia di un pregiudizio sessista latente».

 

Una delle caratteristiche tipiche di ogni lingua è la diacronia ovvero l’evoluzione della stessa nel Tempo, il cambiamento morfologico e lessicale come cambiano le mode e la società.

Anche nel latino medievale si coniavano, ad esempio, nomina agentis femminili all’occorrenza, ovvero quando un ruolo normalmente riservato ai maschi si trovava a venire ricoperto da una donna, così com’è capitato con molti femminili professionali entrati nell’uso comune negli ultimi trent’anni (vedi deputata o senatrice).

Ci si domanda immediatamente, perciò, se cambiare la lingua possa davvero favorire l’integrazione delle donne nel senso delle parole.

Per sradicare la violenza maschile, gli squilibri salariali e la pubblicità sessista è davvero necessario partire da un linguaggio non sessista per approdare ad un maggiore insegnamento egualitario?

 

Il linguaggio inclusivo non si collegherebbe solamente alle nuove rivendicazioni femministe ma al bisogno di uguaglianza e di parità di trans, queer e di tutti quelli che non si riconoscono in un sistema binario maschio/femmina, che sia sessuale o grammaticale.

Chiaro è che il sessismo è un fenomeno pervasivo che non si limita soltanto a come vengono declinati sostantivi e aggettivi in una determinata lingua, visto che i linguaggi riescono ad essere sessisti in modi diversi e a sua volta il sessismo in ogni caso permea il contesto culturale a prescindere dalla lingua parlata.

Gli espedienti grafici del linguaggio inclusivo

 

Ultimamente si sta diffondendo, nella scrittura inclusiva, l’uso di espedienti grafici particolari per superare la barriera manichea dei generi.

L’asterisco (*) è via via sempre più usato in sostituzione alla desinenza per indicare la forma sia al maschile che al femminile e, in base all’intenzione di chi scrive, includere le forme che non rientrano in nessuna delle due. Può avere quindi una valenza inclusiva od omissiva a seconda di chi scrive e/o di chi legge (Buongiorno a tutt*, ad esempio)

È piuttosto logico pensare che l’asterisco linguistico derivi dal linguaggio dell’informatica, nel quale ha la funzione di “carattere jolly” per ricercare la stringa di caratteri precedente seguita da qualsiasi carattere, così come dichiarato da “Grammatica Italiana” della Treccani.

In altre lingue prive di genere grammaticale neutro, come lo spagnolo, pare invece che non si utilizzi l’asterisco, bensì la chiocciola (@).

Oltre all’asterisco, si propone anche il suffisso latino “-es”, mentre come pronomi si propone il loro” usato al singolare, sull’esempio del “they” singolare inglese o dello svedese “hen“, utilizzato dal 2015 per indicare persone che non si identificano ne’ nel pronome maschile “han“, ne’ in quello femminile “hon“.

Oltre all’asterisco (*) e alla chiocciola (@), da alcuni mesi si sta diffondendo anche l’uso dello schwa (ə), uno dei simboli dell’Alfabeto Fonetico Internazionale.

L’IPA permette di rappresentare per iscritto tutti i suoni presenti nelle varie lingue usate da noi esseri umani e il simbolo dello schwa è una piccola rovesciata.

Il suo, secondo la Treccani, è “un suono neutro, non arrotondato, senza accento o tono, di scarsa sonorità”, presente in numerosi dialetti italici (/Nàpulə/).

Alcune case editrici stanno iniziando ad utilizzare lo schwa nelle proprie pubblicazioni, come per l’EffeQu con il saggio “Il contrario della solitudine” della femminista brasiliana Marcia Tiburi.

Come spiegato nell’introduzione, gli editori Quatraro e Costantino hanno scelto di tradurre una “forma terza” come todes (invece di todos todas) con lo schwa: tuttə.

In una nota introduttiva al suo saggio Post porno. Corpi liberi di sperimentare per sovvertire gli immaginari sessuali (Eris Edizioni), l’autrice Valentine Wolf chiarisce che, “in un’ottica di inclusività”, nel testo si è preferito non ricorrere al maschile generalizzato ma utilizzare la desinenza “-u” o “-x”.

 

Contro questi cambiamenti, di pochi giorni è la lettera aperta firmata dal Presidente Claudio Marazzini dell’Accademia della Crusca nella quale ha chiarito che nessuno tra i ragguardevoli linguisti a tutela della bellezza rigorosa dell’italiano standard sarebbe a favore dell’utilizzo degli asterischi o dello schwa come nuove norme grammaticali.

E se è vero che ogni scelta linguistica è anche una scelta politica, per quelli a favore dell’uso del linguaggio inclusivo, potrebbe risultare utile magari l’utilizzo dell’impersonale o del passivo per evitare di ricorrere esclusivamente alla declinazione maschile (ad esempio: invece che “i candidati invieranno il curriculum” sarebbe preferibile “si invierà il curriculum“) o di chiarire le caratteristiche di un sostantivo epiceno mediante un articolo variabile (“il presidente/la presidente“).
Fra le prassi da evitare, in quanto dissimmetriche e quindi rivelatrici di un diverso trattamento linguistico di donne e uomini, sarebbe giusto evitare l’articolo determinativo (“la“) che precede il cognome per designare una donna che è invece assente per designare un uomo (“la Merkel e Juncker“).

E se, a proposito di figure lavorative di rilievo, la titolare di una carica manifesterà il desiderio di essere designata con la forma maschile della carica che ricopre o della professione che esercita, sarà cura dell’autore o del traduttore attenersi alla sua volontà.

Dai pronomi relativi  e indefiniti (“chiunque possieda un biglietto” è preferibile a “i possessori dei biglietti“) fino alla sostituzione di numerose locuzioni come “diritti umani” invece che “diritti dell’uomo“, il linguaggio inclusivo vorrebbe modificare in maniera radicale la traiettoria della lingua italiana.

 

Contro questa rivoluzione egualitaria si stanno scagliando numerosi puristi della grammatica vigente.

Non solo, dicono, perché esistono molte parole di genere femminile che indicano concetti universali (l’umanità, la libertà, la verità, l’intelligenza, la ragione, la razionalità, la fede, la religione, la storia, la filosofia, la scienza, la politica, etc.)  ma perché ci sono anche molte parole di genere femminile che indicano funzioni e ruoli sociali che possono essere ricoperti tanto da uomini che da donne (la guida, la sentinella, la guardia, la vedetta, nel gioco del calcio l’ala e la mezzala, la maschera, etc.).

Per gli avversari di questi cambiamenti, il linguaggio inclusivo farebbe parte di quel grande calderone ipocrita della cancel culture che cerca di cancellare il passato e la personalità dei parlanti e degli scriventi, imbrigliando la loro libertà di espressione dentro la camicia di forza di un artificioso politically correct.

Certo è che la lingua non ha solo la funzione di rispecchiare i valori ma anche quella di concorrere a determinarli, organizzando le nostre menti visto che, proprio come asseriva il buon Wittgenstein:

I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo.

(Copyright immagine in evidenza)

 

Rispondi