CULTURA

OLTRE LA MORTE, IL VIAGGIO NELL’ALDILÀ SECONDO GLI ANTICHI EGIZI

Non c’è causa senza effetto, né effetto senza causa.

È questa l’estrema sintesi di una legge antichissima, risalente alla civiltà egizia, definita come legge del Karma e rappresentata figurativamente da Anubi, divinità con il corpo di uomo e la testa di sciacallo che per attitudine regge “la bilancia della giustizia”.

A lui competeva la cernita accurata tra coloro che meritavano il passaggio nell’aldilà e coloro che invece al suo ingresso dovevano essere respinti in virtù di una sorta di compensazione tra quanto avevano commesso o praticato in vita e quanto sarebbe toccato loro dopo la morte.

All’uomo era rimesso l’arbitrio di scegliere come condurre la propria esistenza e proprio in ragione di quelle che sarebbero state le sue azioni nel percorso terreno egli si sarebbe caricato di un peso che era tanto più grave quanto più impure fossero state le sue condotte.

Il karma, dunque, altro non era per gli antichi Egizi che il peso del cuore, un peso determinante proprio al fine del trapasso nell’aldilà, un passaggio che poteva avvenire solo dopo aver superato la prova della pesatura del cuore cui il dio Anubi, protettore delle necropoli e del regno dei morti, aveva il compito di dar corso.

Anubi riceveva il defunto e lo conduceva dinanzi al Tribunale supremo degli dèi, illuminandone il cammino con la luna sorretta nel palmo della sua mano.

Condotto il defunto al cospetto del Tribunale supremo, la divinità umanoide con la testa canina dava inizio alla psicostasia, la cerimonia religiosa durante la quale la divinità estraeva il cuore del defunto dalla cavità toracica del suo corpo e lo deponeva su uno dei due piatti della bilancia della giustizia; sull’altro piatto, invece, vi posava una piuma, simbolo di verità ed equità.

Secondo la tradizione egizia, se il peso del cuore bilanciava il peso della piuma, il defunto era salvo ed aveva libero accesso al regno dei morti; il bilanciamento indicava che il cuore del defunto era leggero perché egli non si era macchiato di alcuna colpa in vita ed a lui non potevano attribuirsi nefandezze di sorta. Se invece il peso del cuore superava quello della piuma, il defunto era destinato ad essere respinto e veniva dato in pasto ad Ammit, il mostro rappresentato dall’incrocio tra i tre animali ritenuti più terrificanti e pericolosi d’Egitto: il coccodrillo, l’ippopotamo ed il leone. Finiva così l’esistenza del malcapitato, che era dilaniato e fagocitato tra atroci sofferenze.

La morte, in sostanza, per gli antichi Egizi costituiva la speranza dell’inizio di un viaggio verso una nuova vita, motivo per cui gli Egizi avevano una grande cura del corpo, tanto durante la vita terrena quanto ed a maggior ragione dopo la morte.

Il viaggio dell’anima, infatti, poteva compiersi solo grazie ad un corpo che ne consentisse il passaggio dal mondo terreno a quello ultraterreno e per questo, dopo la dipartita, era necessario preservare l’integrità di questo preziosissimo “mezzo di transito”.

Per tale ragione gli Egizi si specializzarono nell’imbalsamazione del corpo, una tecnica di conservazione nella quale essi raggiunsero una singolare perfezione.
La tecnica consisteva nel rimuovere dal corpo le viscere, che venivano poi lavate e cosparse di oli essenziali, balsami ed essenze profumate, fatte essiccare ed infine conservate in appositi contenitori, nonché tutte le altre parti putrescibili, quali la lingua, gli occhi ed ogni altro organo (ad eccezione del cuore) o mucosa.

Il corpo, ripulito da tali parti interne, era poi trattato con oli e resine ed avvolto in sottilissime fasce di lino per essere riposto all’interno di casse di legno a loro volta inserite in sarcofagi di pietra, che venivano decorati tanto più finemente quanto più importante nella scala sociale era stato il defunto quando era in vita.

Una particolare attenzione era rivolta al bendaggio del capo, che veniva realizzato con una tecnica di intreccio e di stratificazione delle bende tale da consentire di mantenere intatti i lineamenti del viso del defunto.

Grazie alla pratica dell’imbalsamazione il defunto poteva trapassare e riappropriarsi del suo corpo una volta giunto nel mondo ultraterreno ove si sarebbe ricongiunto poi nel corso del tempo con tutti i suoi cari; era proprio in tale nuova dimensione che il Ka, l’anima che per gli Egizi rappresentava la forza vitale di ciascun individuo, poteva risedimentarsi nel corpo che un tempo le era già appartenuto e riportare alla luce i ricordi e i sentimenti che avevano fatto parte della vita terrena.

Il Ba, invece, la parte totalmente spirituale dell’anima, volava via verso le stelle, ivi trovando la sua nuova dimora.

 

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