CULTURA

LIBERTÀ E RECLUSIONE: STORIA DI SALVATORE TORRE

«Ricordo il fucile di precisione, quel cannocchiale attraverso cui Sergio, uno dei tre emissari di mio padre, mi lasciò per mirare, di notte […] un primo assaggio del mondo reale della malavita. Avevo dodici anni, forse tredici». Mi dava forza solo l’idea di essere parte di una comunità in cui sussistevano delle regole e dei principi ai quali ero tenuto a obbedire. Ereditai la mentalità malavitosa… L’avvicinamento al crimine organizzato fu una conseguenza. Meno scontata era la possibilità che io potessi concorrere a degli omicidi. Le cose invece andarono così».

 

Inizia così la storia di Salvatore Torre, il suo avvicinamento alla vita criminale, raccontata nelle pagine di Atonement — Storia di un prigioniero e degli altri.  Oggi cinquantenne, ergastolano fine pena mai, in carcere dall’età di vent’anni, Salvatore, è riuscito a oltrepassare le sbarre della prigione grazie alla passione per la lettura e la scrittura, che gli permette di volare e di vivere nuove vite. Non si arrende. In questo libro, curato dalla giornalista Antonella Bolelli Ferrera, ha raccolto la sua testimonianza e quelle di altri uomini e donne incontrati nelle carceri di tutta Italia, «vite come la mia, rovinate e rovinose», mettendo il lettore di fronte all’uomo, non solo all’ergastolano, e alla sua coscienza.

Queste pagine toccano non solo per i contenuti che veicolano, ma per le parole, per le espressioni, spesso forti, a volte anche volgari, che dicono proprio quel mondo fangoso e martoriato da cui difficilmente si intravvede l’orizzonte di un’alba non solo rinnovata ma anche capace di essere, a propria volta, olio profumato sulle ferite profonde e spesso sanguinanti dell’umanità”. Monsignore Dario Edorardo Viganò

Durante il periodo in alta sicurezza, Salvatore ha avuto la “fortuna” di essere assunto come bibliotecario, svolgendo questo lavoro per un anno. E proprio qui che inizia a perdersi tra i libri, ad andare lontano, a evadere dalla realtà, a commentare le letture con l’amico-collega di lavoro. Ora si trova nel carcere di Bollate, in media sicurezza, in una cella singola arredata a suo piacimento, dove non mancano i suoi libri.

Il rifugio nei libri

Nei libri ha trovato il suo rifugio, anche smettendo di fumare nel 1996, per la paura che alla pena si potesse accompagnare la malattia, una qualsiasi. «Fu dovuto, credo, all’istinto di conservazione: un ramo al quale aggrapparmi per non scivolare nell’apatia e nello squilibrio psichico». Verga, Stendhal, Dumas, e Dostoevskij, il suo autore preferito, l’unico «capace di far emergere la nascosta umanità, i sentimenti più profondi e le speranze che agitano l’essere umano nei momenti di sofferenza».

 

 

La scrittura

Parallelamente alla lettura, la scrittura gli ha permesso di uscire dall’isolamento, aprendosi così al mondo e migliorando la sua condizione esistenziale. La prima occasione di portare al pubblico i suoi scritti è stata il Premio Goliarda Sapienza, concorso letterario nato nel 2011, che si rivolge esclusivamente alle persone detenute vedendo la partecipazione di migliaia di carcerati da tutta Italia. Salvatore ha ottenuto risultati eccellenti che lo hanno portato poi ad Atonement, (Edizioni LEV), promosso da SIAE e Associazione Inverso Onlus.La particolarità di questo premio, curato da Antonella Bolelli Ferrera, è quella di affiancare agli aspiranti autori finalisti grandi scrittori nelle vesti di tutor letterari, come Dacia Maraini, Erri De Luca, Giancarlo De Cataldo e Gianrico Carofiglio.

 

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Ricominciare a vivere

Monsignor Dario Edoardo Viganò, vice Cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze e della Pontificia Accademia delle Scienze sociali, che ha conosciuto Torre e ha scritto la prefazione del libro ha dichiarato: «Il carcere deve rappresentare per le persone recluse un tratto dell’esistenza che ha come obiettivo non semplicemente pagare un debito con la giustizia ma individuare le strade possibili per una rinnovata esistenza. E molti istituti di pena hanno equipe di educatori, psicologi che, insieme alle guardie carcerarie, sanno offrire cammini di riappropriazione della propria esistenza. Per Salvatore Torre è stata la scrittura, per altri la recitazione – ricordo il bellissimo film dei fratelli Taviani “Cesare deve morire” del 2012, Orso d’oro a Berlino – così come per altri i mestieri della migliore tradizione italiana. Papa Francesco su questo è chiaro: ‘se si chiude in cella la speranza, non c’è futuro per la società. Mai privare del diritto di ricominciare!».

 

 

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