CULTURA

STORIE DA MANICOMIO: GLI ERRORI DELLA FABBRICA UMANA E LA BONIFICA DELLA FEMMINILITÀ. POI FU BASAGLIA

Il destino della follia ha seguito nel corso dei secoli un percorso decisamente arzigogolato attraversando epoche e contesti nell’ambito dei quali ai folli – e non solo ad essi – si guardava in modo decisamente singolare.
Ma è nell’epoca a cavallo tra il ‘400 ed il ‘500 che al concetto di follia cominciò ad associarsi quello di pericolosità, sicché, prevalendo in tale periodo storico una sorta di attrazione per il soprannaturale, si cominciò a ritenere che la follia corrispondesse alla possessione da parte di forze malefiche, demoniache, e si pervenne alla conclusione che verso il folle, ma altresì verso l’eretico, il mago, la strega, non si potesse che assumere un atteggiamento di tolleranza zero, per cui più che provvedere alla cura di tali figure o alla loro rieducazione, era necessario procedere al loro sterminio.
Qualcosa cambiò nel ‘600 e nel ‘700, quando la figura del malato mentale spesso si confondeva con quella del povero, dell’emarginato, del criminale; ma anche in tal caso il trattamento riservato ai reietti della società non migliorò di molto. Sebbene i roghi fossero passati di moda, ad essi si sostituirono le carceri e gli istituti di segregazione. Alcuni di tali istituti recava il nome di “ospedale”, ma non occorre una grande perspicacia per intuire che si trattasse di strutture che con gli ospedali nel senso corrente del termine avessero davvero poco a che fare.
Fu nel corso dell’Ottocento che fece capolino per la prima volta la struttura manicomiale, per via di una sorta di recupero dell’idea che la follia, almeno in linea teorica, corrispondesse alla malattia in senso clinico.
Nati in Francia per mano dello psichiatra Philippe Pinel, sull’onda della propagazione degli ideali illuministi sfociati nella Rivoluzione Francese, i manicomi si diffusero poi rapidamente in tutta Europa nella forma di luoghi all’interno dei quali si provvedeva alla cura dei malati ed alla ricerca medica; una ricerca, però, spesso incompatibile con il concetto di dignità umana e di trattamento non contrario all’etica e ai diritti fondamentali della persona.
Per la verità, sebbene la nascita del manicomio abbia fatto registrare un minimo passo in avanti rispetto al sistema di reclusione dei “matti”, proprio del periodo appena precedente, in ogni caso il manicomio mantenne il proprio scopo di controllo; ed a tale scopo si attribuì un ancor maggiore rigore nel ventennio fascista.
Risale al 1904 la promulgazione della legge n. 36, fortemente voluta da Giolitti, la cui finalità era quella di regolamentare l’assistenza manicomiale e di consolidare la concezione del manicomio come luogo pressoché esclusivo per il trattamento dei disturbi mentali. Questo sulla carta, però, perché la realtà dei fatti registrava un quadro nettamente diverso.
La legge del 1904, imperniata sul concetto del malato di mente come persona pericolosa e “non più adeguata all’evoluzione sociale dei tempi” impose l’iscrizione dei pazzi nel casellario giudiziario, così come previsto dall’articolo 604 del Codice di procedura penale allora vigente.
Il pazzo, quindi, continuò a fare la vita del carcerato e nei manicomi non vennero relegati solo i malati di mente, ma anche le persone considerate pericolose, i diversi, i miserabili, i nemici dello Stato e tutti coloro, ma soprattutto tutte coloro, che con la propria condotta generavano “pubblico scandalo”; il ricovero veniva disposto dal magistrato o dal questore ed eseguito dalle forze di polizia, e poichè i direttori delle strutture erano penalmente e civilmente responsabili dei “pazienti dimessi”, si capisce bene che la tendenza fosse quella che portava ad una cronicizzazione della malattia mentale.
L’epoca fascista è quella in cui i manicomi rivelarono con prepotenza la loro funzione di controllo.
Nel Discorso rivolto alla Camera dei Deputati del 1927 (meglio noto come Discorso dell’Ascensione) Mussolini affrontò in prima istanza il problema della “salute” del popolo. La questione venne intesa nel senso della necessità di debellare le malattie sociali; nel suo Discorso Benito Mussolini fece cenno alla mortalità da alcolismo, alla mortalità da pazzia, a quelle che sostanzialmente – oltre che eventuali patologie in senso medico – erano da considerarsi piuttosto, per l’epoca, vere e proprie “malattie di costume”, indici di pericolosità.
L’obiettivo che si prefiggeva il Duce nella sua politica di regime, eloquentemente espresso nel Discorso del ’27, ma anche in tutta una serie di azioni concrete di esercizio del potere, era quello di curare la salute della razza e per farlo era necessario cominciare dalla maternità e dall’infanzia.
Leggendo il Discorso è evidente che, al di là della necessità di preservare la popolazione da patologie considerate tali in senso clinico, quello che si voleva affermare era un modello a cui il popolo italiano doveva ispirarsi ed attenersi; non solo un modello biologico, rispecchiando il quale si era considerati normali, giusti; ma anche un modello etico e morale (si pensi alla tassa sul celibato, ma anche a quella sui matrimoni infecondi, entrambe imposte dallo stesso Mussolini).
In tale contesto fu la figura femminile a pagare le conseguenze più nefaste di una politica così estrema; le donne furono vittima di un progetto di educazione spirituale e morale che le voleva rendere fattrici prolifiche, identificando in esse la più piccola, ma anche la più preziosa unità dell’apparato statale.
Vi era un prototipo di donna “giusto”, uno stereotipo utile alle finalità del regime, un modello culturale, ed ancor prima biologico, che affondava le proprie radici nel passato; la donna che non rispecchiava il modello in questione era da considerarsi quale “cellula impazzita” di una società basata sull’eugenetica della razza umana. E contro tali cellule impazzite occorreva mettere in atto una serrata opera di bonifica, da alcuni chiamata “Bonifica della Femminilità”, al fine di debellare tutti quei tasselli che impedivano o rendevano semplicemente più difficoltoso il perseguimento del fine eugenetico.
bonifica
Non deve sorprendere la circostanza per cui dalle cartelle cliniche delle ricoverate nei diversi manicomi di Italia, le diagnosi di morte effettuate su coloro che avevano consumato la propria esistenza nella struttura psichiatrica, lunga o breve che fosse, dimostravano che in manicomio – il più delle volte – non si morisse di malattia mentale. All’interno di quei luoghi di reiezione spesso erano le terapie violente, che si spingevano ben oltre il limite del fisicamente e psichicamente tollerabile – si pensi all’estirpazione dei denti, all’elettroshock, alla leucotomia – a decretare la sopravvivenza o la non sopravvivenza delle ricoverate.
Era questo che accadeva durante il regime fascista e l’internamento nella struttura manicomiale coincideva, sostanzialmente, con la medicalizzazione del disagio sociale, una medicalizzazione rispondente alla necessità di ossequiare una legislazione finalizzata alla tutela della pubblica sicurezza.
Ed in nome della sicurezza pubblica, ben può immaginarsi quanto sia stato lungo, difficoltoso e sofferto il processo di emancipazione delle donne che chiedevano semplicemente riscatto e libertà. Questo è la storia che ce lo insegna, ed anzi ce lo urla a gran voce.
Qualcosa cominciò a cambiare a partire dal 1946; l’Italia scelse di essere una Repubblica all’esito di un referendum che espresse la volontà del popolo italiano di poter godere di una forma di governo democratica; ed a votare, in quella occasione, si recarono per la prima volta anche le donne.
Il ruolo della donna cominciò a cambiare proprio in tale periodo storico ed iniziò a stridere con quel concetto di “più piccola, ma più preziosa unità dell’apparato statale” deputata alla riproduzione ed alla cura della famiglia, nella quale ella doveva manifestare la più totale devozione (ma forse dovremmo dire prostrazione) al marito.
Finalmente qualcuno cominciò a pensarla diversamente, a pensare che molte “innocenti” erano finite nel posto sbagliato e che la loro richiesta di riscatto non fosse ribellione pericolosa e nemmeno indice di alcuna diversità, ma semplicemente la naturale affermazione di una propria identità. Gli anni ’60 ed i movimenti studenteschi di quell’epoca smossero la coscienza collettiva e la politica fece il resto.
Nel 1968 fu approvata la legge Mariotti, fondamentale punto di svolta per gli ospedali psichiatrici, giacché determinò un cospicuo aumento della dotazione di personale medico, il suo maggior impegno nell’istituzione, la nascita di Cliniche Psichiatriche Universitarie autonome, nelle quali era possibile acquisire una preparazione specialistica. Tutto ciò non solo incrementò l’assistenza, ma favorì altresì una netta crescita culturale fra i medici.
Ma il completamento di questo lungo cammino lo si deve a Franco Basaglia, psichiatra di fama internazionale, noto per la legge del ’78 – che tra l’altro porta il suo nome – con la quale, nell’ambito di un progetto di riforma ben più ampio, si abolirono anche i manicomi. Fu la rivoluzione!
Franco-Basaglia
Ma non ricordiamo Basaglia solo per questo. Lo ricordiamo anche per l’innovatività del suo metodo, per aver pensato in un modo totalmente nuovo alla “salute mentale”. Franco Basaglia ha letteralmente fatto un regalo all’umanità e lo ha fatto ancor prima che si pervenisse alla promulgazione della legge del ’78. Il suo era un metodo diverso.
La grandiosità dell’opera di Basaglia fu quella di dare dignità ai malati psichici, contribuendo a riconoscerli come persone a tutti gli effetti. È per tale ragione che possiamo parlare della Legge 180 del 1978 in termini di conquista di civiltà.
Venne meno la logica custodialistica della struttura manicomiale, si impose l’idea, assolutamente innovativa, di conferire centralità alla persona, si permise a coloro che erano stati astretti in maniera totale di recuperare un contatto con l’esterno, si cominciò a pensare ai malati di mente come a persone da curare e non più come soggetti irrecuperabili, si resero liberi tutti coloro che sino a quel momento erano stati reclusi.
Alla grande eredità umana che Basaglia ci ha lasciato dovremmo rivolgere lo sguardo, ringraziando chi ha saputo condurre il nostro Paese e la Sanità al cambiamento.
Copyright foto: donne in manicomio

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