LE INTERVISTE

INTERVISTA A FAB KA, TRADUTTORE E CURATORE DI “NIKOLAJ GUMILËV. POESIE SCELTE”

Di tutto l’abbacinante periodo d’oro della poesia russa tra fine Ottocento e gli anni Trenta del Novecento, Nikolaj Gumilëv è sicuramente uno dei poeti più importanti anche se paradossalmente uno dei meno conosciuti.

Il padre dell’acmeismo, movimento letterario nato per superare il simbolismo russo, sarà riabilitato persino in Patria molto tardi, addirittura negli anni di Gorbacev, e all’estero tradotto poco e male o quasi dimenticato dai curatori di collane e dai collezionisti di versi, specialmente italiani.

Compagno per alcuni anni della grande poetessa Anna Achmatova, quando Gumilëv sarà fucilato nel 1921 dai bolscevichi con l’accusa palesemente falsa di attività antirivoluzionaria, è all’apice della sua creatività e del suo talento a seguito della pubblicazione delle raccolte poetiche “Il rogo” (1918) e “La colonna di fuoco” (1920).

Per scoprire e approfondire doverosamente questa gigantesca figura letteraria, perciò, lo scrittore Fab Ka ha da poco tradotto per noi alcune delle poesie di Gumilëv , raccogliendole in una delle prime antologie italiane dedicate al poeta russo: “Nikolaj Gumilëv. Poesie scelte“.

Gumilëv tradusse in russo Gilgamesh, Leopardi, Gautier, Shakespeare, Baudelaire, Browing e oggi, grazie a quegli instancabili custodi della Letteratura come Fab Ka, è Gumilëv stesso a essere finalmente tradotto, permettendo così a noi lettori di non perderci più i suoi inestimabili versi.

Ecco quindi la nostra intervista allo scrittore e traduttore Fab Ka.

Nikolaj Gumilëv (Copyright immagine)

“Nikolaj Gumilëv. Poesie scelte” è una delle primissime antologie italiane dedicate all’opera di questo grande poeta russo in larga parte ancora sconosciuto al pubblico italiano. Come mai ha scelto di rivolgere le sue attenzioni proprio su di lui?

Gumilëv è stato inspiegabilmente dimenticato per molto tempo sia in Russia che in Italia. L’ostracismo verso questo grande poeta è dovuto in Russia essenzialmente a ragioni politiche. Gumilëv è stato un illustre esponente dei ‘bianchi’ zaristi, giustiziato dai bolscevichi, e reo di non essersi asservito al nuovo potere. Da lì è stato volutamente oscurato fino alla caduta dell’Unione Sovietica. Riscoperto in parte negli ultimi anni, è comunque sempre visto come un poeta non tipicamente russo, a tratti pindarico, infantile, e figura poetica di certo inferiore a poeti come Blok, Majakovskij o la stessa Achmatova, inseritisi meglio in filoni letterari e politici che hanno di certo contribuito alla loro diffusione. In Italia, invece, Gumilëv rimane sconosciuto, soprattutto per ignoranza e indifferenza, soprattutto da parte di un certo mondo accademico ed editoriale, che predilige prodotti preconfezionati o aderenti a una certa immagine stereotipata della letteratura russa.

Lo scrittore preso in esame da un traduttore spesso diventa per quest’ultimo, col passare del tempo, una sorta di lontano parente, a volte persino un intimo amico. Ci può quindi raccontare chi era e chi si credeva di essere Gumilëv?

Gumilëv era un rivoluzionario e un ribelle. So che fa strano raccontarlo così, ma ne sono estremamente convinto: è stato un rivoluzionario nell’inventarsi un genere di poesia che pur, partendo dal Simbolismo (genere egemonico all’epoca) ne rappresentasse a tutti gli effetti l’antitesi. Mandel’stam e Achmatova hanno portato alla ribalta l’Acmeismo, riportando la poesia al dettaglio, alla vita di tutti i giorni, alla semplicità del canto lirico greco. Gumilëv ha gettato il seme, che è fiorito nella poesia e nell’arte di altri. Lo stesso Nabokov ha per molti versi imitato la limpidezza e le miniature gumileviane nelle sue prime raccolte poetiche, per poi farle diventare parte del suo stile di scrittura nei romanzi. Gumilëv ambiva a diventare un aedo, un cantastorie del popolo, un cantore dell’attimo, della vita nuda e cruda mostrata nel dettaglio. Esemplificative in questo senso sono le poesie ‘africane’, quelle ‘storiche’, quelle ‘mitologiche’ o quelle in cui transla canzoni tipiche etiopi, di guerra, di caccia e d’amore in liriche classiche russe. Mi pare evidente l’influsso di certo Kipling,  l’ispirazione da Dante, Milton e Blake (per quanto riguarda le poesie ‘religiose’) e da Poe (per quelle più truci e oscure). Il suo essere ribelle invece si può leggere nella sua biografia: ha sempre cercato il contrasto, la polemica, la battaglia in tutto ciò che ha fatto: nelle sue scelte letterarie, nei suoi viaggi d’esplorazione, nelle sue spedizioni di guerra, nei suoi amori. Era un innamorato della vita e un avido ricercatore della morte eroica. Tant’è che alla fine ha ottenuto quello che voleva.

Lo scrittore e traduttore Fab Ka (Copyright immagine)

Per l’acmeista Gumilëv la poesia sarebbe dovuta ritornare a essere artigianato fino a perdere qualsiasi elemento evocativo del simbolismo mistico ed è per questo motivo che i suoi versi appaiono relativamente semplici ma forse non per questo facili da traslare. Che difficoltà ha trovato nella traduzione dal russo all’italiano e come avviene di solito il suo processo traduttivo?

La traduzione è relativamente semplice, anche se il poeta non tralascia di usare termini specifici, sofisticati o puramente tecnici quando ve ne è bisogno. Eppure, la filosofia acmeista viene costantemente applicata nel verso chiaro e spedito, e nella chiarezza delle immagini. Vi sono senz’altro dei passi in cui Gumilëv va verso il misticismo, tratti in cui diventa quasi ermetico, ed è lì che si possono riscontrare difficoltà nella traduzione. Ma ogni volta che il nostro arriva sull’orlo dell’insesplicabile tende quasi sempre a fermarsi o a lasciare al lettore un indizio, un bagliore di risoluzione che dà la chiave al mistero. Gumilëv non va mai fino in fondo a gettare dubbi di cui sa benissimo non avere risposta.

Quali poesie reputa fondamentali per capire Gumilëv?

Al poeta’ per quanto riguarda le visione della poesia acmeista e ‘Suicidio’ per il suo rapporto con la morte: sono poesie che mi stanno molto a cuore. Non tralascerei ‘Infanzia’ o tutte le poesie africane, molto belle. Ma se devo dire la verità non ne ho di preferite: amo anche altre poesie che non sono incluse in questa raccolta, come ‘Alberi’ o ‘Lavoratori’, dove si esplica benissimo la visione dell’Infinito e della morte eroica da parte dell’Autore. Credo che vadano lette tutte, o meglio, scoperte una dopo l’altra. Gumilëv è un poeta atipico, e pure avendolo tradotto, credo di aver indovinato solo una piccola parte di quello che era veramente. Come per tutti i grandi poeti,  bisognerebbe inaugurare una serie di studi e pubblicazioni a riguardo. Non bastano alcune traduzioni a esaurire l’universo di un poeta talmente particolare e complesso.

Nikolai Gumilev & Anna Akhmatova con il piccolo Lev (Copyright immagine)


Lei, oltre a essere un traduttore, è anche scrittore di thriller psicologici come “Il monastero azzurro” e “Trilogia di Svetlan”. Perché predilige questo genere letterario e come riesce a conciliarlo poi con la sua passione per i racconti umoristici?

Ho pubblicato un giallo, in parte storico, per Calibano Editore; e altri gialli sia in italiano che in inglese. Per me, come scrittore esordiente, era importante cimentarmi non solo nell’elaborazione di opere che potessero dare dei contenuti originali al lettore… ma soprattutto confrontarmi con diversi generi. Con i gialli ho voluto dimostrare a me stesso di poter mettere sù una struttura gialla credibile. Credo fortemente che se si è in grado di costruire una trama gialla credibile, si è sicuramente in grado di costruire qualsiasi tipo di romanzo. Ecco, l’ho preso come un apprendistato. Partendo dall’uso che alcuni scrittori ‘filosofi’ come Simenon e Dürrenmatt hanno fatto del giallo, ho usato questo espediente per raccontare qualcosa d’altro: storie di umanità, di fede e d’amore, che lasciassero anche una forte impronta satirica sulla società e sul mondo in cui viviamo. Avendo praticato teatro satirico e stand up comedy in gioventù, mi è sempre rimasto il vizio di usare diversi espedienti artistici per contestare ciò che non mi piace nel mondo che mi circonda. E credo di averlo sempre fatto, e continuerò a farlo. Perché, come diceva Majakovskij: ‘’L’arte non è uno specchio con cui riflettere il mondo, ma un martello con cui scolpirlo.’’

Da anni vive a Bratislava, ci può raccontare il perché di questa sua scelta e come le appare, oggi, l’Italia vista dalla Slovacchia?

Dopo aver momentaneamente lasciato le ambizioni letterarie e quelle teatrali, attorno al 2014 ho deciso di intraprendere un percorso nuovo. Volevo buttarmi nella vita e lasciare al Destino la risoluzione dei miei dubbi amletici sul futuro. Così ho mandato centinaia di curriculum in giro per il mondo, e la prima offerta mi è arrivata da Bratislava, per lavorare in una famigerata multinazionale di informatica. All’epoca non sapevo niente né di informatica né del Paese in cui mi sarei poi trasferito. Ma mi offrivano un buon training e uno stipendio decente, per non parlare della promessa di un cambio di vita di cui avevo fortemente bisogno in quel momento. Che dire: dopo una settimana ero già in Slovacchia. Non ho mai rimpianto quella scelta. In cinque anni ho acquisito esperienza in informatica e in cybersecurity, e nel contempo ho accumulato esperienze e ispirazioni che hanno contributo alla creazione dei miei romanzi. Per quanto riguarda l’Italia: mi appare come un Paese in cerca di identità. Sono passati gli anni del bengodi e quelli della crisi del 2008. Ora il Paese ha nuove sfide, ma anche molteplici problemi. Credo fortemente che finché non si svecchierà il sistema, sia da un punto di vista anagrafico che dal punto di vista mentale e culturale, difficilmente potrà cambiare qualcosa. Ho molti amici artisti e professionisti in diversi settori che hanno lasciato l’Italia per lo stesso motivo: la cultura malata del mondo del lavoro. Per non parlare della mancanza di meritocrazia. Tutti noi torniamo in Italia per le vacanze, ma dopo qualche giorno cominciamo a sentirci a disagio. Siamo diventati stranieri in tutto e per tutto, e alcune dinamiche non le comprendiamo e non le tolleriamo più.

Se potesse incontrare due o più scrittori russi su di una fumante tazza di caffè quali vorrebbe che fossero? E perché?

Nabokov, Puškin e Gogol’ su tutti. Ma mi piacerebbe anche bere diversi drink con Charms e Bulgakov. Sono sicuro che le visioni e le rivelazioni mistiche non mancherebbero.

(Copyright immagine in evidenza)

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