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11 NOVEMBRE 1821: NASCE LO SCRITTORE RUSSO FËDOR DOSTOEVSKIJ

Considerato uno dei più vitali romanzieri e pensatori russi, il padre nobile della Letteratura occidentale Fëdor  Dostoevskij è da sempre considerato la stella polare di scrittori, commediografi e registi di ogni epoca.

Delitto e castigo“, “L’idiota“, “I demoni” e non ultimo il suo testamento spirituale scritto due anni prima di morire, “I fratelli Karamàzov“, sono solo alcuni dei complessi affreschi in cui Dostoevskij riporta la sua esperienza personale e le sofferte riflessioni sull’animo umano maturate durante l’esilio.

Fëdor  nasce l’11 novembre 1821 a Mosca, secondo di sette figli del medico militare discendente da una nobile famiglia lituana Michail che lo alleva in un clima autoritario, mitigato dal carattere semplice e allegro della madre Marija, proveniente da una ricca e religiosa famiglia di commercianti russi.

Il 16 gennaio 1838 Dostoevskij entra alla Scuola Superiore del genio militare di San Pietroburgo, dove inizia a studiare controvoglia ingegneria militare e sarà proprio a questa città d’elezione d’animo che lo scrittore dedicherà in seguito il romanzo “Le notti bianche” (1848).

Quando Dostoevskij pubblica Povera gente, nel 1846, ha venticinque anni e ha appena abbandonato la carriera militare per dedicarsi alle Lettere.

Quando dopo questo esordio viene elogiato apertamente dal critico Belinskij e dal poeta Nekrasov, due delle maggiori autorità letterarie del tempo, il giovane scrittore sembra non fermarsi più partendo da “Il sosia, racconti su riviste e giornali e nuovi romanzi, come “Netočka Nezvanova“.

Il più grande trauma subito da Dostoevskij incomincia quando in una San Pietroburgo piena di furori culturali e fermenti politici, si avvicinerà al circolo di Petrasevskij, un giurista socialista affascinato dalle teorie del filosofo utopista Charles Fourier ed è proprio qui che nel 1849 verrà arrestato con l’accusa di stamperia clandestina contro il regime e autocrazia tanto da essere spedito al confino in Siberia.

Dopo quattro anni a contatto con i più spietati criminali russi nella fortezza di Omsk, lo scrittore viene inviato, per buona condotta, a Semipalatinsk in arruolamento coatto, dove si presenterà come un’altra persona: torvo, emaciato, reticente, quasi incapace di parlare.


A salvarlo sarà l’amicizia con un giovane procuratore appena ventenne, il barone Alexander von Wrangel che lo farà rifiorire psicologicamente facendolo ritornare prima a casa e al quale dedicherà “Il Giardino dei cosacchi“.

Nonostante questi siano gli anni dei suoi romanzi più famosi, complessi affreschi in cui Dostoevskij riporta la sua esperienza personale e le sofferte riflessioni sull’animo umano maturate durante l’esilio, lo scrittore è indigente e soverchiato dai debiti, tanto da essere costretto a viaggiare per l’Europa per scappare ai suoi creditori che lo placcano a causa soprattutto della sua passione per il gioco d’azzardo, come raccontato nel romanzo semi-autobiografico “Il giocatore“.

Unica a restare al suo fianco è la stenografa Anja, sua seconda moglie e suo secondo grande che gli è accanto poco prima di morire, il 28 gennaio 1881, per l’aggravarsi di un enfisema.

Sarà a lei che, dopo averle chiesto di aprire una pagina a caso del Vangelo, Fëdor  Dostoevskij dirà poco prima di morire:

«Senti Anja, ‘non trattenermi’ vuol dire che debbo morire»

(A. G. Dostoevskaja, “Dostoevskij marito”)

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