CULTURA

BERGMAN O ANTONIONI: SOGNO O REALISMO?

Sarà capitato a tutti di scegliere di assistere ad un film al cinema o a uno spettacolo teatrale, di leggere un libro piuttosto che ascoltare musica, di andare a visitare un museo o di assistere ad un concerto, ma se volessimo circoscrivere la scelta ad un ambito più ristretto il dilemma sarebbe “ascolto musica rock o pop? Leggo un romanzo o un giallo? Guardo un film romantico o drammatico?”; una questione di gusti tra generi che si avvicinano di più al nostro modo di essere. 

Scegliere non è mai semplice, vuol dire decidere e, talvolta, presuppone una rinuncia.

Nel caso di una passione, ci riferiamo a qualcosa di più profondo.

Nel cinema scegliamo un film o un regista perché ci piace il suo stile, perché il suo sguardo riesce a trasmetterci emozioni e vi troviamo una connessione con noi stessi e con il nostro modo di vedere la vita. 

Se pensiamo a Michelangelo Antonioni e Ingmar Bergman ci vengono in mente immagini di film introspettivi ed esistenzialisti, per alcuni difficili ed enigmatici, per altri profondi; l’aspetto interessante di questi due grandi autori della Settima Arte è di aver dipinto e rappresentato la loro epoca con occhi diversi, trattando temi e sentimenti con uno stile unico, simile e allo stesso tempo opposto. 

Ingmar Bergman e Michelangelo Antonioni sono scomparsi entrambi il 30 luglio del 2007; due nazionalità diverse, il primo svedese e l’altro italiano, entrambi amanti della forma e dello stile, con al centro delle loro storie l’amore e la figura femminile, attenti alla cura dell’immagine che, più delle parole, racchiude l’intero messaggio dell’opera filmica, entrambi dichiaratamente atei e provenienti da contesti borghesi; Bergman simbolico ed esistenzialista, immerso nell’atmosfera del sogno come dimensione vitale, Antonioni, profondamente realista e visionario, hanno mostrato senza filtri la complessità dell’animo umano, usando codici e sistemi di rappresentazione assolutamente personali e innovativi. Due personalità e sensibilità diverse eppure affini, non sono stati solo due cineasti impegnati, ma figure centrali che hanno raccontato il Novecento partecipando alla stessa crisi dei loro personaggi, la crisi della razionalità, del progresso, e della modernità.

I film di Bergman sono lo specchio delle inquietitudini del Novecento derivanti dalla perdita della centralità dell’individuo, dove le storie dei personaggi sono descritte in chiave psicologica, con estrema attenzione, avendo sofferto lui stesso di crisi depressive gravi, e la cui trasfigurazione all’interno della messinscena filmica rappresenta la ricerca di un’altra vita, un’alternativa a ciò che è stato vissuto o che si sta vivendo come nel film sperimentale Persona che trasferisce sullo schermo la complessità dell’animo umano e la sua maschera. Bergman concepiva il cinema come specchio, inteso non solo come strumento di riflessione, ma anche come porta su un altro mondo, un altro sé illusorio, un luogo in cui conservare i nostri affetti e ricordi come nel noto film Il Posto delle fragole. Un altro tema ricorrente è quello della morte, paura umana per eccellenza, egregiamente affrontata nella famosa partita a scacchi del film Il Settimo Sigillo o in Sussuri e Grida dove morte, vita, femminilità, incomunicabilità, sofferenza, aridità, ricerca d’empatia, mistero della fede e indagine dell’oltre rappresentano le tematiche centrali del cinema bergmaniano.

Antonioni è stato definito dalla critica il regista dell’incomunicabilità particolarmente espressa nei noti film come L’Avventura, La Notte, L’Eclisse e Il Deserto rosso. Il suo racconto era basato sulle distanze tra le persone e le cose sottolineato dall’uso di grandi silenzi; non amava far riferimento alle sue vicende personali e ai ricordi perché quello che conta sono i film; è stato il narratore dell’assenza, di eleganti risultati estetici e figurativi che nel cinema è stata spesso interpretata come seriosità, mancanza di ironia, ricerca di una forzata complessità che racconta in maniera quasi cronachistica la decadenza borghese. Antonioni è stato un “profondo analista dei sentimenti dell’uomo moderno”, come l’ha definito Aldo Tassone in un ricco saggio fotografico (I film di Michelangelo Antonioni), e che il regista stesso definiva cose talmente fragili che si ammalano facilmente, come gli esseri umani”; è stato un cineasta pittore, affiancato alla fotografia di alcuni dei suoi lavori più noti da un altro grande osservatore ed esteta come Carlo Di Palma, costruendo i suoi film ispirandosi ai suoi pittori preferiti come Rothko, Schifano, Mondrian, Morandi, Pollock, De Chirico. 

Questa contrapposizione artistica tra due grandi registi che hanno fatto la storia del cinema, ci permette di capire come Antonioni e Bergman guardassero il mondo con un distacco apparente, dando vita ad un cinema pieno di passione, fatto di grandi silenzi, sguardi infiniti e frasi essenziali, in un periodo storico ancora conservatore e maschilista, in una società dove si parla molto, ma non si ascolta, e le relazioni quasi si annullano, analizzando tematiche ancora oggi motivo di dibattito. Bergman artista totale, sceneggiatore raffinato, raccontava la paura della morte, la crisi spirituale, il ricordo della giovinezza perduta; Antonioni artista innovativo e maestro dell’arte estetica narrava, con i suoi memorabili piani sequenza e una delicatezza dei movimenti, i sentimenti, il rapporto interpersonale, il disagio esistenziale e l’alienazione. 

Due maestri simili e lontani, due personalità diverse ma allo stesso modo legate fra loro che hanno realizzato opere immortali, che ci invitano ad amare l’arte cinematografica e a guardare i film come sogni, come musica che travolge la coscienza sosteneva Bergmane come esperienza che abbia una eco nella vita dello spettatore affermava Antonioni, ancora una volta due visioni diverse; impossibile dire quale sia la definizione più efficace, rimettiamo la scelta allo spettatore.

Germana Girelli

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