CULTURA

Intervista a Talatou Clementine Pacmogda, autrice del romanzo Basnewende.

Talatou Clementine Pacmogda è nata nel 1977 in Costa D’Avorio da genitori immigrati dal Burkina Faso. Si laurea in Linguistica all’Università di Ouagadougou e in seguito riesce, grazie alla sua grande forza di volontà, a discutere la tesi di laurea specialistica nel 2008. In quello stesso anno vince una borsa di studio per un dottorato alla Scuola Normale superiore di Pisa. Riesce così a coronare il suo sogno di portare il titolo di dottore, nel 2012. Pubblica nel 2020 per PlaceBook Publishing il suo romanzo d’esordio “Basnewende”.

Titolo: Basnewende

Autore: Talatou Clementine Pacmogda

Genere: Romanzo Autobiografico

Casa Editrice: PlaceBook Publishing

Collana: Gli AEDI

Pagine: 316

Prezzo: 15,60€

Codice ISBN: 979-86-548-67-315

Di cosa parla la tua opera d’esordio Basnewende?

Basnewende è un racconto autobiografico che racconta la mia vita e le mie esperienze dalla laurea alla mia venuta in Italia. In un primo momento volevo scrivere della mia nuova vita in un paese straniero. Parlare di me come di una persona appartenente a due culture diverse e dimostrare come è difficile non fare i paragone mettendo in eseguo le similitudine e le differenze, facendo emergere gli aspetti postivi da una e dall’altra parte ma anche gli aspetti negativi che non possono mancare. Forse quello che sembra negativo a una come me può non esserlo per chi li ha sempre ma si tratta di giudizi che mancano mai da una persona che quattro occhi perché a un certo momento si ritrovato fra due mondi. Alcuni mi chiedono perché questa scelta di cominciare il racconto dalla laura. Rispondo dicendo che la spinta di scrivere è venuta quando un’amica leggendomi ogni tanto su Facebook mi invitato ascrivere qualcosa per partecipare a un concorso letterario che lei conosceva. Dopo essersi informata meglio sul concorso letterario mi diede le informazione necessarie per partecipare se lo desideravo. Dopo avere letto il bando, pensai non aver abbastanza tempo di parlare di tutta la mia e essere in tempo entro la scadenza del termine utile per mandare il racconto. Decisi allora di scrivere soltanto di me e del mio nuovo paese: l’Italia. Volevo anche parlare del mio figlio perso e tenerlo vivo per sempre. Però dovevo raccontare anche della mia vita prima nel mio paese di origine e le circostanze che mi hanno fatto partire perché un lettore potrebbe essere interesatto a sapere, come alcuni degli miei nuovi amici, il motivo della mia partenza visto che arrivavo in un paese dove non parlo nemmeno la lingua e dove non conosco nessuno. Tutto questo ha fatto nascere Basnewende che Placebook publishing ha accettato di pubblicare nonostante l’italiano un po’ stentato. 

Basnewende è un romanzo autobiografico. Quali sono i motivi che ti hanno spinta a scriverlo?

I motivi sono personali ma anche esterni. Come dicevo prima c’era il desiderio di rendere mio figlio eterno ma anche dovuto alla spinta degli amici poi della situazione politica italiana degli ultimi tempi con l’accesa dell’odio e della volgarità. La voglia di scrivere di me viene da lontano comunque, già da quando ero alla medie. Però è stata sempre rimandata per diversi motivi. Poi un giorno mettendo in ordine i cassetti dei comodini in casa, ritrovai il mio vecchio passaporto, quello che usai per la prima volta per uscire in aereo dal Burkina Faso. Mi ritornarono in mente i preparativi e il viaggio verso l’Italia. Cominciai a raccontare questo primo lungo viaggio a pezzi su Facebook. Piacque subito agli amici virtuali che cominciarono a chiedermi di scrivere. Però anche prima quando ero studentessa e ogni tanto qualcuno mi chiedeva di raccontare come avevo fatto a ritrovarmi in un’Università famosa come la Normale per un dottorato quando si sente che la vita è difficile in Africa. provavo un po’ a riassumere la vita di allieva e da studente in Burkina Faso. Finiva che qualcuno mi chiedeva di scrivere. Però mi chiedevo se davvero a qualcuno poteva interessare la mia vita e quindi promettevo ma non mi decidevo. Un giorno fu invitata in una scuola primaria in classe di quinta dove lavora la cugina di mio marito per parlare di me. la cugina aveva stampato i miei racconti su Facebook e aveva fatto leggere ai suoi alunni che tenevano a incontrarmi di persona. Ci andai e fu accolta come una scrittrice vera. Mi fecero autografare tante cose, mi abbracciarono e fecero promettere di diventare scrittrice. Promisi quel giorno e quando tornai a casa, mi misi al computer e mi fermai solo quando due o tre mesi dopo misi il punto finale. 

A quel periodo l’odio e il razzismo si erano anche sdoganati e mi sentivo interpellata come una che deve intervenire per far capire certe cose a chi afferma delle cose false. Rispondevo di qua e là ricevendo insulti vari, ecc. e provai a mettere anche il mio modo di vedere il mondo e la vita in questo racconto. Provai a presentare la mia cultura e la mia persona in questo racconto. Provai a buttare una goccia nel mare di questa vita incattivita che sembrava travolgere tutta la morale e la sensibilità che anima ogni essere umano. 

Chi è Clementine? Vuoi raccontarci un po’ di lei?

Una domanda difficile (rido). Proverò a dire qualcosa anche se penso sia difficile autodefinirsi senza un certo imbarazzo. Mi definisco una persona che ama la vita e per questo la vuole vivere bene e non soltanto vivere e basta. Per questo si è sempre battuta per meritare una vita dignitosa anche quando la stessa vita sembra volerla negare tutto, perfino il minimo come il mangiare e il bere. Voglio bene a tutti anche quelli che non conosco e per questo mi fido dei miei simili anche a prima vista. questo può sembrare una ingenuità invece è fiducia. Non vedo il motivo di diffidare di qualcuno che non conosco e che non mi ha fatto nulla. Per questo fino a prova contraria io mi fido di tutti e non significa che non so essere prudente. Sono cattolica praticante e rispetto il comandamento di Dio. Ama il tuo prossimo come te stesso. Mi piace la regola d’oro: quello che non ti piacerà che qualcuno ti faccia non lo fare a nessuno. Mi anche questa domanda: se ami Dio che non conosci, come fai a odiare il tuo fratello che vedi in carne e essa? Mi dicono che sono sociale. Preferisco dove si ride e infatti dicono che sorrido sempre e a volte mi chiedono dove si trova il segreto. Io rispondo che sono felice ogni volta che mi sveglio la mattina e scendo dal letto. Penso a chi non si più alzato e chi deve essere sollevato e chi sente tanti dolori e cerca un attimo di vita senza dolori. Mi piace la lettura e i viaggi. Quando devo fare qualcosa preferisco farlo subito perché è inutile lasciare per domani quello che si può fare oggi. Chi mi sta vicino però si potrebbe lamentare per sono tosta e quando dico si è difficile convincermi a dire no e vice versa. Quando ho intrapreso una strada con convinzione difficile si riesce a farmi cambiare strada forse perché prima cominciare qualunque cosa faccio lavorare molto il cervello (rido). Sono molto sensibile alle sofferenze dei altri e spesso piango quando piangono gli altri. Sono anche ambiziosa, forse anche troppo, per questo mi fisso sempre degli obiettivi maggiori. Se potessi scegliere liberamente un lavoro avrei fatto o la giornalista o la ricercatrice perché non solo mi chiacchierare , raccontare e investigare ma anche scoprire sempre cose nuove. Ora basta altrimenti scapperete tutti perché mi troverete un fenomeno.  

Verso la fine del romanzo parli del fenomeno dell’immigrazione, rivolgendoti direttamente a chi, come è successo a te, cerca una vita migliore in un altro Paese. Quali sono le tue riflessioni in merito?

A dire la verità io sono perché ognuno vada dove pensa di trovare una vita degna di vivere. Ho sempre pensato che il mondo è di tutti e che una delle caratteristiche dell’essere umano sia il nomadismo. Il sempre spostarsi in cerca di qualcosa. Alcuni per nuove terre, altri per salvarsi la vita, altri per trovare lavoro, alcuni per amore, altri ancora perché costretti, ecc. i motivi sono vari e ognuno ha il diritto di provare di vivere meglio e sicuro dove pensa lo posso realizzare tutto questo. La vita ha avuto inizio in Africa ma ora siamo in tutta il mondo. Questo perché i primi uomini a un certo momento sono stati spinti a muoversi forse per curiosità, forse per necessità, forse per via del clima africano o del numero alto delle comunità di allora. Non chiedevano permesso fino a quando alcuni con antenati africani hanno deciso di creare le frontiere perché nel frattempo l’umano era diventato ancora più opportunista e a volte anche crudele. Nulla ha distrutto l’umanità come il tracciamento delle frontiere che hanno fatto nascere i conflitti diversi. Sinceramente tutti gli umani si muovono in questo mondo globalizzato comunque ma agli africani è vietato farlo perché il sistema di visti e tipologie diversi di passaporti che possono essere forti o deboli, creato sempre dai più forte. sistema che non permette agli africani di muoversi, almeno che si vogliono muovere solo all’interno dell’Africa mentre alcuni popoli come italiani con il loro passaporto possono muoversi senza in 188 paesi del mondo su 227 e si posiziona quarta dopo il Giappone (191), Singapore (190), Corea e del Germania ( 189 ognuno ). Per tutta l’Africa , il medio oriente e buona parte dell’Asia al massimo si può andare in 26 paesi e tutti situati all’interno del proprio continente. Un ingiustizia. Per imparare e prendere esempio dagli altri, bisogna andare da loro e fare esperienza. Per avere tanta cultura e caricarsi di bagagli per migliore il posto dove si vive bisogna viaggiare, interrogare, osservare e a volte imitare. Tutti vanno e tornano dall’Africa quando e come vogliono ma l’africano deve stare a casa sua, vivendo e vedendo solo le stesso cose che ha sempre visto senza la possibilità di imparare nulla di nuovo e pensando che come si fanno le cose da lui meglio non si può. Questo crea le mentalità chiuse e la difficoltà di emergere. Però vivendo in Europa in vedendo come va la vita, trovo sia meglio per gli africani non muoversi a tutti i costi perché perdono ancora di più quel poco che hanno. Si immaginano un paradiso che non c’è perché non hanno la possibilità di venire prima per vedere e con calma decidere se rimanere per provare a tornare indietro. Si indebitano e cadono nelle mani di trafficanti senza scrupoli e privi di nessuna sensibilità che li maltratta fino a ridurli in schiavitù e spogliarli loro e i loro poveri famigliari rimasti a casa che speravano anche loro in una vita migliore. Poi arrivano in Europa dove nessuno li vuole, dove impareranno a essere solo neri e null’altro, dove sono considerati esseri inferiori e senza valore, dove rischiano di diventare delinquenti nelle mani di chi sfrutta la disperazione e la necessità di vivere comunque. Perdono il loro essere un essere umano e diventano solo documenti. Sono chiamati clandestini come se fossimo nati un documento, unica cosa che prova che vivi. Non hanno nessun diritto e sono ridicolizzati insieme a tutto il popolo africano. L’unica cosa importante secondo che l’Africa di lottare per avere a tutti i costi è il diritto di movimento del suo popolo. Finché questo diritto non sarà acquisito l’Africa e gli africani saranno sempre calunniati e vivranno questa mancanza di rispetto che vedo i giro. Finché non abbiamo questo è meglio stare a casa o almeno uscire e viaggiare quando le condizioni sono riuniti. Se avessi voce avrei incitato tutti gli stati africani di alzarsi e urlare per avere il diritto per il popolo africano di andare fuori dall’Africa senza aver da fare tante fila per diversi giorni e pagando tanti soldi per poter girare il mondo. Avrei detto alla costrizione a questa vita illegale degli africani che vanno a vivere fuori dei rispettivi paesi. Avrei detto non a questa clandestinità imposta che fa approfittare le mafie e i delinquenti. Sappiamo tutti che dove la legalità è bloccato o ostacolata o resa difficile da avere, prende piede l’illegalità perché l’umano è anche fondamentalmente opportunista.  

Nel libro colpisce profondamente la solidarietà tra i membri delle comunità in Burkina Faso. Tutti sono pronti ad aiutarsi, condividendo anche quel poco che hanno. Qual è stato il gesto di altruismo che più ti ha emozionata nella tua vita? 

Se mi avessi fatto la domanda al plurale sarei stata più felice di dirtelo per ci sono stati tanti. Però visto che devo dire uno solo direi una cosa che forse non è scritto nel libro. Mi ha colpito molto quando durante il primo anno di Università una vicina di casa mi dava la ministra che vendeva le mattina gratis come colazione. Poi un giorno la stessa vicina venne a dire ai famigliari con il quali vivevo che poteva venire a prendere l’acqua a casa sua ogni tanto che serviva. Dovevo andare a prendere l’acqua alla fontane ma partivo presto all’università mentre la fontana non era ancora aperta e tornavo tardi quando era chiusa. Nella famiglia dove vivevo non c’era il rubinetto in casa e il mio non andare a portare l’acqua a casa aveva cominciato a dare fastidio. Però c’è anche uno che lavorava in una specie di lavanderia (diciamo così perché non trovo altro nome) che ogni tanto mi dato un soldino di nascosto per paura che la famiglia lo prende male. Certa anche una zia di secondo grado che mi ha aiutato molto durante il primo anno di Università non esitano mai a darmi il suo sostegno ogni volta che presa dall’impossibilità di fare diversamente, mi toglievo l’imbarazzo e la vergogna e mandavo un bimbo con una lettera per chiedere un po’ di soldi per poter pagare il piatto per la mensa. È deceduta poco tempo fa e approfitto dell’occasione per chiedere a Dio di accoglierla nel suo paradiso. 

Che cos’è la felicità per te?

La felicità lo esperimentato più volte nella mia vita quando di fronte a certe situazioni nelle quali mi trovavo senza vedere come uscirne e all’improvviso succede come per miracolo una soluzione. Quando succede mi sento quasi in estasi, una persona realizzata, salvata, la persona la più fortunata, diciamo felice! È uno stato di gratitudine immenso che ti investe in un momento preciso. Quando sei talmente contento che nulla può toglierti questa gioia di dosso, nemmeno il peggior insulto. Non importa quanto tempo dura secondo me. può essere qualche ora, un giorno o molto di più però è quando risenti questa immensa di fronte alle piccole gioie della vita. Non deve per forza durare anche io spesso tendo a farlo prolungarsi di più. Nelle mie piccole conquiste, obiettivo raggiunti, che secondo me dovevano dare un valore di più alla mia vita o mi avrebbe permesso anche solo per qualche tempo di vivere con il minimo come tutti, lo risentito. Dicono che non esiste ma secondo non è vero. Se esiste la tristezza, la depressione, il crollo psicologico profondo, esiste anche il loro contrario, bisogna solo saperla riconoscere e non nelle grande cose ma nella cose semplice che ci succedono nella vita.  

Di cosa ti piacerebbe parlare in un tuo prossimo romanzo?

Ho già scritto il secondo romanzo sulla mia infanzia che è inserito nella lista d’onore al concorso letterario Saverio Tutino di Pieve Santo Stefano. Su 100 manoscritti mandati al livello nazionale sono arrivati 8 in finale e 8 nella lista d’onore. Diciamo che sono felice (rido)! Parla della mia nascita, la mia famiglia, la perdita del padre, l’iscrizione quasi miracola alla scuola primaria, il percorso travagliato di elementari, il mio battesimo, le umiliazioni vissute per la povertà e il bullismo, la licenza elementare e il lavoro in una famiglia per sperare pagare la tassa scolastica della prima medie e si ferma alla seconda media. Non è ancora pubblicato. Il racconto è piaciuto e stanno provando a vedere in che modo lo si pubblicherà. Intanto ho già questo qua che è appena uscito che devo ancora far conoscere ma per via del Covid le cose sono lente. Poi ho scritto anche il periodo fra la seconda media fino all’università che devo ancora rileggere. Non so cosa ne farò però ce l’ho già quasi pronto. Alla fine una trilogia sulla mia vita dopo mi piacerebbe continuare a scrivere ma si vedrà su cosa. 

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