LE INTERVISTE

TEMPORANEAMENTE BUCALETTO: INTERVISTA A MASSIMO CAROZZI

Subito dopo il terremoto che il 23 Novembre 1980 colpì l’Irpinia e la Basilicata, alla periferia di Potenza è sorto un quartiere, Bucaletto, conosciuto anche come “la Cittadella”, nato per ospitare quanti avevano perso la casa a causa del sisma.

Oggi, quarant’anni dopo, sulla collina si vedono le poche case prefabbricate rimaste in piedi, fatte di legno ed amianto, alcune bianche di forma triangolare, altre simili a piccole baite di montagna, tanto che in inverno, quando nevica, sembra un villaggio come quelli che si vedono nel Nord Europa, così magici e perfetti. 

Bucaletto è però considerato un quartiere povero, disagiato, abbandonato, un’anonima periferia dove non hai motivo di andare a meno che non conosci qualcuno, dove c’è un silenzio surreale e le persone ti osservano quando passi vicino alle loro case perché non ti conoscono e non sei nato lì, ma vieni dalla città.  

In occasione del Festival Città 100 scale, ideato e curato da Giuseppe Biscaglia e Francesco Scaringi, ho conosciuto l’artista Massimo Carozzi del collettivo bolognese ZimmerFrei che, munito di cuffie e microfono, stava girando per le strade del quartiere Bucaletto dove mi trovavo per far visita ad un amico, uno dei protagonisti di quel racconto sonoro. Finalmente quel silenzio poteva essere raccontato e diventare la voce di tutti coloro che lo abitano. Massimo ha realizzato una mappa sonora con 15 tappe dei luoghi più importanti descritti dalle persone del posto che sono state coinvolte in un lavoro artistico e di ricerca: dai ragazzi che giocano a calcetto, al barbiere Nicola e al bar di Saverio che hanno portato vita nel quartiere, al racconto di Gerardina e al blues in rima di Roberto Po, all’abbaiare dei cani ai suoni della ferriera, trasformati in un canto della buonanotte.  

Il risultato è un documentario di osservazione fatto di registrazioni ambientali, conversazioni, interviste, suoni e voci di un luogo quasi dimenticato ma ricco di storie che racchiudono lo spirito di una comunità, il senso di appartenenza che si è costruito nel tempo attraverso un disagio collettivo. 

Il lavoro artistico prodotto mi ha colpito particolarmente e mi ha incuriosito, così ho deciso di chiedere all’artista Massimo Carozzi qualcosa in più:

Ciao Massimo, grazie per aver accettato di rilasciare un’intervista a MetisMagazine. 

Come nasce il progetto Temporaneamente Bucaletto e in che ambito si inserisce? 

Il progetto Temporaneamente Bucaletto nasce su invito e stimolo del professor Giuseppe Biscaglia per il Festival Città 100 scale che, un anno fa, ci ha invitato a partecipare chiedendoci di proporre un progetto per il Festival e raccontando la sua intenzione di coinvolgerci in un progetto sul quartiere di Bucaletto. 

Noi del collettivo ZimmerFrei avevamo già realizzato altri due lavori a Massa Carrara e a Bologna nella zona universitaria, entrambi basati sul formato del sound walk “la passeggiata sonora” e il documentario, ho proposto quindi a Giuseppe Biscaglia di fare un lavoro simile a Potenza. 

Il progetto consiste tecnicamente in un periodo di raccolta di materiali sonori: registrazioni ambientali, ossia suoni del quartiere, e registrazioni di brevi conversazioni con persone che incontriamo nel luogo dove catturiamo i suoni, questi materiali vengono poi restituiti e proposti al pubblico sotto forma di passeggiata in cui è possibile ascoltare dei player audio usando anche i propri cellulari esattamente nei luoghi dove li abbiamo registrati. Questo è il funzionamento e la genesi del progetto su Potenza. 

I racconti degli abitanti di Bucaletto ci hanno restituito l’anima di un quartiere disagiato; come è stato incontrare i protagonisti di queste storie? C’è una storia che ti ha colpito di più? 

Alcune persone le abbiamo conosciute grazie a Mimmo Nardozza, direttore tecnico del Festival, in quanto la madre abita a Bucaletto e lui stesso è cresciuto in quel quartiere. Siamo stati messi in contatto con la Cooperativa la Mimosa, che si occupa di ragazzi disabili e l’associazione Punto Luce che coinvolge adolescenti in attività ricreative e culturali.  

Altre persone le abbiamo incontrate in modo casuale semplicemente girando per il quartiere, ad esempio un incontro fondamentale è stato quello con un gruppo di ragazzini tra i 16 e i 20 anni che ci hanno fatto conoscere il quartiere e ci hanno portato in giro per qualche giorno, molto disponibili e contenti di partecipare. 

E’ stato molto interessante incontrarli perché ho trovato che in loro c’era una curiosità speciale, una voglia di capire cosa c’è fuori e per me la curiosità è una delle caratteristiche fondamentali e che apprezzo di più nelle persone. 

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Massimo Carozzi e Roberto Po – foto Germana Girelli

Pensi che aver prodotto un lavoro artistico in un quartiere come questo possa contribuire a riqualificare l’area e a generare una ripartenza?

Non saprei, non sono convinto che possa esserci un impatto di questo tipo, credo però che possa dare la possibilità alle persone di parlare in modo diretto e semplice, al di fuori del canone del reportage e dell’intervista televisiva incentrati di solito sui problemi di un quartiere disagiato. 

Il nostro approccio è diverso, quando incontriamo le persone ci poniamo come chi non sa niente del luogo ma lo osserviamo ed in maniera più precisa lo “ registriamo”, secondo me quella posizione neutrale spinge le persone ad esprimersi in maniera più diretta e a dire le cose che vogliono dire veramente, a livello di testimonianza può essere utile come sguardo su un luogo. 

Il nostro intento è quello di fotografare un posto e se ci sono delle problematiche emergono come voce collettiva. 

Foto Agnese Cornelio

Cosa ti spinge a raccontare storie tramite la registrazione sonora? Raccontare con il suono e non con le immagini perché?

Con il collettivo ZimmerFrei da una decina d’anni usiamo il linguaggio del cinema e del documentario di osservazione lavorando con le immagini e a partire da questo ci siamo creati una metodologia per osservare e raccogliere le interviste come quella applicata nei lavori di Sound Walk di cui parlavo prima, ma senza la mediazione delle immagini. Questo modo di raccontare vuol dire tanto, quando ti trovi con le persone il microfono è meno invasivo rispetto alla telecamera, ti permette di essere più diretto per cui la relazione che si crea fra noi e le persone che incontriamo è diversa. 

L’assenza dell’immagine e l’ascolto esclusivo di suoni e voci permette di creare le immagini nella propria mente e di vedere fisicamente i luoghi dove sono stati registrate quelle storie, un’esperienza che capisci e ti dona qualcosa in più soltanto quando esplori i luoghi e li attraversi. 

Il documentario sonoro è una tecnica molto interessante ma non ha uno spazio molto ampio rispetto all’audiovisivo; in Germania ad esempio è molto diffuso mentre in Italia per il momento esiste soltanto un programma radiofonico ”Tre soldi” su RAIRADIO3 che usa questa forma di racconto. 

Ti piacerebbe tornare in Basilicata per altri progetti? 

Io ed Agnese, la mia compagna che ha lavorato con me in questo progetto, abbiamo trascorso due settimane di viaggio in Basilicata, una girando casualmente e decidendo ogni giorno dove fermarci ed è stato molto interessante a livello paesaggistico, in particolare il contrasto tra natura incontaminata ed elementi di paesaggio industriale ci ha colpiti molto. Un’altra settimana invece l’abbiamo trascorsa a Bucaletto, un quartiere concentrato geograficamente dal quale non ci siamo mossi per via del lavoro che stavamo realizzando. Sono rimasto molto colpito da questo territorio e mi piacerebbe ritornarci presto. 

GRAZIE Massimo per il tempo dedicato e il progetto realizzato nella mia città, è stato un piacere scoprire con te il tuo lavoro e la tua passione. 

Cliccando qui è possibile ascoltare la playlist di 15 tracce del documentario sonoro Temporaneamente, Bucaletto – realizzato da Massimo Carozzi (ZimmerFrei) e Agnese Cornelio per il Città delle 100 scale festival – insieme alla mappa urbana per seguire in loco l’itinerario di riferimento. 

ZimmerFrei. Il collettivo è stato fondato a Bologna nell’anno 2000 da tre artisti: Anna de Manincor (filmmaker), Massimo Carozzi (sound designer e musicista) e Anna Rispoli, che ora prosegue il suo lavoro di artista e regista a Bruxelles.
 La pratica di ZimmerFrei combina linguaggi diversi e spazia tra film documentari e videoarte, installazioni sonore e ambientali, serie fotografiche, performance, laboratori partecipativi e installazioni nello spazio pubblico.

Massimo Carozzi. Artista visivo, musicista e sound designer, esplora la relazione fra suono e immagine, suono e scena, suono e letteratura, suono e spazio. Si è occupato del sound design di numerosi documentari, film, spettacoli teatrali e di danza, in solo e collaborando con scrittori, registi, coreografi, artisti visivi.

Germana Girelli

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