CULTURA

LA REGINA VITTORIA, CAPOSTIPITE DI UNA DINASTIA DI EMOFILICI

Alexandrina Victoria, nata a Londra il 24 maggio 1819 e morta nell’Isola di Wight il 22 gennaio 1901, è stata regina del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda dal 20 giugno 1937 fino alla sua morte; è stata, altresì, Imperatrice d’India dal 1876.

Il suo lunghissimo regno, durato ben 63 anni, 7 mesi e 2 giorni, è stato ribattezzato ed è conosciuto anche con il nome di epoca vittoriana, un periodo di relativa pace tra le grandi potenze occidentali, sulla scorta di quanto sancito dal Congresso di Vienna, e di grandi cambiamenti per tutta l’Europa per via del potenziamento delle attività economiche, dell’incremento del progresso scientifico e della tecnica e di una maggiore e più fervida propensione verso le espressioni artistiche e le correnti culturali che in tale epoca nacquero e si imposero.

Figlia di Edoardo Augusto, Duca di Kent e Strathearn; nipote di Re Giorgio III; fu chiamata Alessandrina Victoria in onore di colui che le fece da padrino, lo zar Alessandro I di Russia; ma sin dalla nascita la futura regina venne chiamata formalmente Sua Altezza Reale Principessa Vittoria di Kent; Drina, invece, per amici e familiari.

Alla morte del padre Edoardo Augusto, avvenuta quando Drina aveva pochi mesi di vita, e del nonno Re Giorgio III, salì al trono lo zio di Vittoria, il Principe di Galles, che fu incoronato come Re Giorgio IV. Anch’egli purtroppo passò a miglior vita quando la futura regina aveva solo undici anni e non avendo figli cedette il trono al fratello, pure senza progenie, che fu proclamato re con il nome di Guglielmo IV.

Per scongiurare l’eventualità che, in caso di morte del Re Guglielmo IV, Vittoria potesse essere incoronata ancora bambina, il Parlamento britannico adottò nel 1831 un c.d. Regency Act o atto di reggenza, con il quale si stabilì che, ove l’eventualità si fosse verificata, la madre di Vittoria avrebbe detenuto la reggenza del regno fino al conseguimento della maggiore età della figlia.

Non apprezzando le capacità di gestione della cognata, Re Guglielmo IV disse ironicamente che si sarebbe impegnato a rimanere in vita almeno fino a che la nipote non avesse compiuto 18 anni, pur di impedire la reggenza della madre di quella nipote che, volente o nolente, gli sarebbe prima o poi subentrata a capo del regno e che di fatto, gli succedette al trono, per ironia della sorte, proprio poco più che diciottenne, quando egli fu stroncato da una malattia al fegato. Che Re Guglielmo IV se la fosse chiamata?!

A ogni modo, fu così che cominciò il regno di Alessandrina Victoria, incoronata regina d’Inghilterra il 28 giugno 1838 e prima sovrana a insediare la propria residenza a Buckingham Palace; una figura iconica quella della sovrana, ma al contempo assai controversa, per quei suoi lati caratteriali e quelle sue propensioni alla dissipatezza di costume che poco si addicevano a una regnante…e per giunta di sesso femminile.

Diverse sono le curiosità sulla regina, prima tra tutte quella per cui ella riteneva che la procreazione – indubbiamente necessaria all’epoca per ragioni di prosecuzione dinastica – fosse una cosa aberrante.

“Fare figli – scriveva Vittoria – è il lato oscuro del matrimonio”.
Una convinzione che non impedì alla sovrana di generare nel corso dell’unione matrimoniale con il principe e cugino di primo grado Alberto di Sassonia-Coburgo-Gotha ben nove discendenti, nei confronti dei quali decise di indirizzare il suo disgusto sin dai primissimi giorni di vita, non concedendo loro il suo seno e decidendo di non allattarli deliberatamente e per alcuna ragione; “È una cosa che fanno le mucche e io non sono una mucca” diceva la regina per giustificare il categorico rifiuto di dar luogo al gesto più spontaneo ed intimo che una madre naturalmente compie nei confronti dei propri bambini.

Quello con Alberto di Sassonia-Coburgo-Gotha fu il matrimonio del secolo, commemorato dalla stessa Vittoria, dopo la morte dell’amato consorte, come un matrimonio fondato sull’amore (reciproco?) e sulla fedeltà (certa quella di lei nei confronti di lui!), e in ogni caso rappresentò una vera eccezione nel panorama delle infelici unioni dell’epoca, dettate quasi sempre in via esclusiva da ragioni di interesse dinastico.

Alberto influenzò non poco l’azione politica della regina Vittoria che era la regnante dal punto di vista formale, ma delegava ad Alberto l’esercizio del potere di fatto e riponeva in lui la più totale e cieca fiducia.

Dicevamo che da Alberto la regina Vittoria ebbe nove figli. Si registrano aspetti sinistri per un verso, scandalistici per altro verso, in merito ad alcune delle sue gravidanze; si pensi al primo degli otto attentati subìti dalla regina nella sua vita, consumato per mano del diciottenne Edward Oxford che sparò contro la carrozza regale nella quale la regina Vittoria, incinta della sua primogenita, si trovava con l’amato consorte Alberto di Sassonia; si pensi ancora alla circostanza per cui la regina si fece anestetizzare con il cloroformio quando partorì Leopoldo, l’ottavo dei suoi figli, attirando su di sé le ire del clero, i cui massimi esponenti britannici trovarono la cosa scandalosa e biasimevole, nonché in evidente contrasto con il precetto biblico per cui la donna dovesse partorire con dolore.

La bestemmia nei confronti di Dio che la regina perpetrò quando decise di avvalersi di espedienti medici e pratiche terapeutiche avveniristiche che fossero in grado di eliminare – in spregio al precetto biblico – la componente irrinunciabile del dolore fisico legato al parto, non tardò a trasformarsi in una maledizione proprio per l’incolpevole Leopoldo che morì a causa di una emorragia dopo essere scivolato e caduto a terra.

Per la verità nessuno dei discendenti di sesso maschile della sovrana godeva di ottima salute. Il nipote di Vittoria, Friedrich, morì dissanguato all’età di due anni, mentre altri due nipoti della sovrana, Leopold e Maurice, morirono prematuramente a 32 e 23 anni.

L’anomalia era evidentemente da ricercare nei cromosomi, anche se nessuno ne era a conoscenza; il “male regale” si diffuse irrimediabilmente e a macchia d’olio in tutta Europa proprio a seguito dei matrimoni contratti dai discendenti maschi della regina capostipite e portatrice della sconosciuta malattia e della sua trasmissione attraverso il patrimonio genetico.

All’epoca tutto ciò che era noto era semplicemente che gli esponenti di sesso maschile della dinastia vittoriana non avevano vita lunga; nulla si sapeva, né si era in grado di dire, in ordine alla sussistenza della malattia genetica che solo nel corso del secolo successivo prese il nome di emofilia (o malattia rosa) e in merito ai meccanismi legati alla sua trasmissione attraverso il patrimonio genetico.

Fu solo negli anni Settanta del secolo scorso che si avanzò l’ipotesi per cui la stirpe vittoriana fosse affetta da emofilia, sebbene si trattasse di ipotesi non suffragata da riscontro scientifico; successivamente, grazie ad un lavoro di studio e ricerca condotto su alcuni reperti ossei dei Romanov, l’ultima famiglia reale russa, si potè accertare la fondatezza della presunzione e confermare l’ipotesi dell’emofilia.

Il principe Alessio Romanov, figlio dello Zar Nicola II e pronipote della regina Vittoria, era affetto proprio da tale patologia. I resti del corpo del Principe Alessio, ucciso all’età di tredici anni durante la Rivoluzione Russa, dopo l’identificazione – che fu possibile grazie all’attività di ricerca condotta dal genetista Evgeny Rogaev – furono sottoposti ad analisi del DNA e si riscontrò nel discendente della regina Vittoria proprio la presenza della patologia ereditaria, rivelandosi fruttuosa la ricerca e il conseguente rinvenimento del sottotipo B della malattia genetica, una forma decisamente rara, riscontrata peraltro anche nei frammenti ossei di Anastasia, sorella del Principe Alessio e della madre Alessandra che, in quanto soggetti di sesso femminile, erano portatrici sane della malattia.

Il fatto che sulla famiglia regale non incombesse alcuna maledizione, dunque, venne a galla molti anni dopo la diffusione della malattia genetica tra i regali d’Europa e la patologia genetica prende il nome di malattia dei Re proprio in virtù di questa sua notevole diffusione tra le famiglie dei regnanti.

Pare che oggi l’emofilia, dopo aver colpito le famiglie reali europee per circa un secolo, sia scomparsa da questi ceppi familiari. Non è dato sapere se in futuro essa possa ricomparire tra gli eredi (anche alla lontana) di quei regnanti che in passato ne furono affetti. Ove ciò occorresse, naturalmente, la vita di questi malcapitati non sarebbe così compromessa come lo fu in passato quella dei loro ascendenti. I progressi della scienza medica hanno fatto passi da gigante e ci sono grandi esempi di persone, che pur affette dalla Royal Disease, hanno dato prova di poter raggiungere grandi risultati grazie alla determinazione e alle terapie farmacologiche finalizzate a prevenire le emorragie.

Copyright foto in evidenza: La regina Vitoria

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