CULTURA

QUANDO LA GROUPIE DIVENTA MUSA

Il fenomeno delle groupie accompagna la storia delle Rock Band fin dagli anni ‘sessanta e settanta e appartiene di diritto all’immaginario epico e trasgressivo del Rock’n Roll. Erano ragazze spesso giovanissime che amavano follemente la nuova musica del loro tempo, simbolo di emancipazione dal tradizionalismo, e, di solito, seguivano un gruppo Rock in particolare, così tanto da raggiungerlo in tutte le date dei concerti lungo le loro estenuanti tournee. I musicisti della band venivano idealizzati e spesso, se non quasi sempre, le groupie si innamoravano perdutamente di qualcuno di loro.

Era un amore a senso unico che si consumava fugacemente nelle poche ore a disposizione dopo l’esibizione, e mentre il gruppo l’indomani partiva per la prossima tappa, alla groupie rimaneva la speranza di poter rivedere l’idolo amato ancora un’altra volta per un prossimo incontro.

Non sono molte le storie amorose tra groupie e musicista durate più di qualche amplesso, anche se alle volte la storia sentimentale ha avuto un seguito importante e si annovera persino qualche epilogo matrimoniale. Ciò che è certo è che questi amori, pur estemporanei, lasciavano un segno emotivo anche nei componenti delle Rock band e, infatti, hanno ispirato alcune composizioni addirittura memorabili.

Fra tante, ne esaminiamo due in particolare perché descrivono quelle atmosfere e quei sentimenti, in maniera diametralmente opposta, benchè egualmente significativa.

Summer ’68 è un brano dei Pink Floyd contenuto nell’album Atom Heart Mother, un long playng all’epoca un po’ sottovalutato, anche dagli stessi autori, che con l’orecchio invecchiato di oggi si rivela un autentico capolavoro, per nulla inferiore agli altri del gruppo britannico.

Scritto e cantato dal tastierista Richard Wright, Summer ’68 narra di un suo rapporto fugace ma evidentemente intenso con una grupie nell’estate del ’68.

Il pezzo inizia con un pianoforte dimesso in maggiore e una linea di basso poco impegnativa, come vuole essere un’avventura estemporanea estiva in una sera qualsiasi dopo il concerto. Entra la voce di Wright e il charles tiene il tempo, ma presto il brano cresce in intensità, si aggiunge un controcanto, quindi il brano esplode monumentale in un climax di cori e mellotron che manifesta una presa improvvisa di consapevolezza, un’interrogazione di senso – “ci siamo detti addio prima di dirci ciao ma … how do you feel?” come ti senti? – Quanta profondità, quanto significato, può celarsi in una frase banale come How do you feel? A seguire in minore un assolo sinfonico di ottoni, drammatico come un senso di colpa inespresso (Wright era sposato già da tre anni).

Il brano riprende con l’incipit in maggiore, adesso arricchito dagli strumenti in pienezza, canti e controcanti che si inseguono fino ad un’altra esplosione di cori e il ritornello – how do you feel – e siamo di fronte a questa possente immagine sonora di impermanenza esistenziale che evolve con ottoni sinfonici sempre più ariosi, per poi calare briscamente in uno scostante e disilluso commiato. “Ne ho abbastanza per oggi” Goodbye to you Charlotte Kringles, ma il tuo nome e cognome rimarrà scolpito per sempre in una pagina del Rock fra le più belle.

Tutt’altra storia con Ladies of the road, brano dei King Crimson contenuto nell’album Islands del 1971. Islands è un altro album non capito appieno all’inizio. Si rivelerà, invece, uno dei lavori più raffinati ed eleganti della band. Non c’è spazio per i sentimentalismi nel testo di Peter Sinfield, che racconta disincantato una serie di incontri con varie groupie, le “ladies of the road” girando in tour con i King Crimson.

Pieno di riferimenti sessuali neanche troppo sottili, il testo alla lettura sembra impietoso verso l’universo di queste donne ammaliate lungo la strada dai rokers, e solo lo sviluppo della composizione musicale ne svela i signiificati più profondi.

Il brano inizia sornione con un canto confidenziale e ammiccante su una linea ipnotica di chitarra, con un tom che entra inaspettato e profondo segnando un tempo che sa di ineluttabile.

A seguire un assolo di sax di Mel Collins, graffiante come una vita sprecata, che la dice lunga sugli sviluppi armonici a seguire. La voce, quindi, diventa più istrionica e si impone sui contrappunti della base armonica; le rifiniture di una chitarra dalla timbrica inenarrabile di Robert Fripp cuciono con perfezione maniacale le partiture dei diversi strumenti, lasciando sempre una compiaciuta coda velenosa che, più di una firma stilistica, sembra un’ inquietante idea esistenziale molto poco indulgente alla speranza.

Quindi il ritornello, l‘orgasmo, dolce e incantato come soltanto un passaggio dei King Crimson può diventare – ragazze di strada come le mele che coglieste in gioventù, ma disponibili alla verità – e su questa verità si apre un mondo.

L’assolo a seguire di Fripp è a dir poco monumentale, e resta marchiato nell’anima, nonostante lo svilupppo melodico risulti oggettivamente ostico ai più.

A seguire un altro prepotente assolo di sax ispirato da un dio disilluso, o da un diavolo esasperato, che quando si parla di King Crimson fa lo stesso.

Fabrizio Giusti

Si consiglia la lettura mentre si ascoltano i brani e si leggono i testi

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