Pop Culture

LE 5 PIÙ BELLE COPERTINE ALBUM DEL ROCK PROGRESSIVE ITALIANO

Il rock progressivo è il termine più comunemente usato per definire la fusione che nella seconda metà degli anni ’60 connette il rock’n’roll alla musica colta, sia classico-tradizionale (Beethoven, Wagner, Ravel, Puccini, Mussorgsky) che elettronico-contemporanea (Stockhausen, Berio, Nono, Varese).

Nato in Inghilterra grazie alla diffusione di strumenti elettronici innovativi come sintetizzatori, moog e melltron, nel decennio successivo è diventato uno dei generi più suonati in Italia grazie al suo linguaggio originale capace di miscelare psichedelia, citazioni classicheggianti e melodie romantiche.

Se però nell’universo sonoro anglofono il progressive rock i temi erano per lo più di commentario sociale (Jehtro Tull), filosofico (Moody Blues) fiabesco o addirittura spirituale (Yes), nel nostro Paese si distinguono per una forte carica di protesta politica contro l’ingrossarsi del capitalismo, dell’ipocrisia borghese e la deriva sanremese e democristiana della musica popolare italiana.

Un’altra nostalgica connotazione degli album delle band italiane di progressive rock come I Giganti, i New Trolls, i Banco del Mutuo Soccorso, le Metamorfosi o gli Area (impossibile elencarli tutti, si stima infatti che da noi negli anni ’70 uscirono ben 212 dischi prog) sono sicuramente le copertine.

Oniriche, fiabesche o collage surrealisti, ecco le copertine più belle dell’indimenticabile e portentoso rock progressive italiano!

Forse le lucciole non si amano più – La Locanda delle fate

Forse le lucciole non si amano più è il disco d’esordio del gruppo astigiano “La Locanda delle Fate”. Pubblicato per la Polydor nel 1977, questo LP è l’istantanea sonora di una generazione perduta tra ideali martoriati e sogni infranti. 

ll merito di questo lavoro è quello di aver trovato un connubio perfetto tra il progressive inglese, in special modo la proposta dei Jethro Tull e dei Genesis, con quello che di migliore era uscito fino a quel momento nella scena italiana.

Il tema che lega questi 48 minuti di tracce è l’immersione di un uomo che, nella sua terza fase della sua vita, ricorda le indelebili cose perdute ma mai dimenticate. In senso lato l’intero album potrebbe anche essere considerata una riflessione della band sulle vicende socio-politiche degli anni ’60 e ’70.

La copertina è caratterizzata da tinte fredde che riportano in primo piano una fata affranta e disperata in posizione fetale al cospetto del gelido oceano

Per un mio amico – Premiata ditta Forneria Marconi (PFM)

“Per un amico” è il secondo album del famoso gruppo della PFM, pubblicato nello stesso anno di “Storia di un minuto”, il 1972.

Raffinato e non facilmente comprensibile dal primo ascolto, la marca distintiva di questo disco è sicuramente un mix sorprendente di strumenti, dall’arpeggio delicato della chitarra di Mussida, all’armonico flauto di Mauro Pagani, dalla batteria possente ai violini vibranti.

 La  copertina surrealista venne curata dal direttore della rivista “Underground” Ceasar Monti, già autore, in quegli anni, delle illustrazioni di alcuni LP del “Banco del mutuo soccorso”, “Lucio Battisti” e “Equipe 84”.

Lo stesso Mondi ha spiegato le motivazioni della particolare e coloratissima front-cover:

C’era da fare la seconda copertina della PFM e dopo la polemica per la prima, si pensò di confondere le idee con uno stratagemma. Occorreva la copertura di un artista affermato e Gianni era la persona giusta. Si disse allora che avremmo usato un quadro che Giannicci avrebbe fatto appositamente collaborando con Vanda. I due presero una decisione astrusa avrebbero fatta una facciata ciascuno.
L’immagine che ne uscì era senz’altro gradevole, ma priva di contenuti, non voleva dire nulla era priva di significato. Ne rimasero entusiasti, le immagini successive seguirono questo percorso, esteticamente perfette ma nient’altro.

Uomo di Pezza – Le Orme

Questo album dove venne utilizzato da Le Orme per la prima volta il sintetizzatore è uscito nel 1972.

Più sofisticato del precedente Collage e privo dei lacci retorici di Felona e Sorona, il disco racconta sette storie di donne tradite, abbandonate, amare e tristi, vittime di fantasmi che le raggiungono da un lontano passato di violenze ed abusi. L’uomo che si trovano di fronte è, come da titolo, “di pezza”, imbambolato nella sua immatura crudeltà.

Sicuramente il brano più emblematico èGioco di bimba, uno dei più popolari di tutta la carriera artistica de Le Orme dove esplodono tutta la paura e il senso di colpa di una donna nella rivendicazione dell’esperienza amorosa in cui l’innocenza racchiude desideri di colpa e peccato durante la tentazione dell’ “uomo-mostro”.

La copertina, che riflette alla perfezione il significato dei testi che alludono a problematiche fortemente psicanalitiche, venne realizzata appositamente dall’artista Mazzieri col titolo realizza “Garbo di Neve” .

Il pittore riprende alcuni temi cari ai pittori metafisici infarcendoli prima di classicità greca e latina e poi aggiungendoci allusioni erotiche e una serie di figure mostruose e animalesche. Questi “incubi” più che far paura inquietano proprio perché rivelano, al di là dei tratti morbidi del disegno e le tonalità tenui, uno stato di segreto disagio.

Picchio dal Pozzo – Picchio dal Pozzo

Picchio dal Pozzo è sicuramente uno dei dischi più canterburiani usciti in Italia tanto che, non a caso, è stato dedicato dalla band fondata da Aldo De Scalzi a un certo “Roberto Viatti” (Robert Wyatt).

Pubblicato su vinile nel 1976 dalla Grog, i richiami, attraverso la predominanza di tastiere e flauti, ai Soft Machine, Gong, Hatfield And The North e Matching Mole sono oltremodo persistenti in tutti i brani.

Il quartetto di Forte di San Martino ci accompagnano per sentieri rurali, castelli e campanili, per colli e tetti e sponde mediterranee tra le i suoni turchini di gorgheggi, brusii e sintetizzatori.

In questo reame immaginato di fiabe sussurrate e fantasie melodiche l’immagine di copertina è tratta da una illustrazione della Heinrich Ellermann Verlag, una casa Editrice di Amburgo specializzata in libri per bambini. La faccia con occhiali non fa parte del disegno originale ma si tratta di Mauro Fiore, cugino del flautista e percussionista Giorgio Karaghiosoff, famoso per l’imitazione della rana.

Quella vecchia locanda – Quella vecchia locanda

Pubblicato nel giugno del 1972, dopo l’arrivo nel gruppo capitolino di Monteverde del violinista statunitense Donald Lax, “Quella vecchia locanda” è un album prezioso per questo genere, capace di fondere in maniera originale influenze classiche e l’uso del flauto e del violino elettrico.

Il disco si apre con Prologo e anche se le influenze di alcuni gruppi stranieri sono evidenti come ad esempio i Jethro Tull in alcuni passaggi di flauto, a rimanere impresso è l’originale uso del clarinetto in Dialogo suonato da Peter Z.Lax, fratello di Donald morto giovanissimo pochi anni dopo e stranamente non citato nei ringraziamenti.

La copertina rappresenta una figura vaga in un colorato villaggio in rovine dove i contorni sembrano confondersi, così come i preziosi vagheggiamenti sonori della band nell’album.

(Copyright immagine in evidenza)

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