ATTUALITÀ

L’ETICA DELLA RESPONSABILITÀ CONTRO IL NEGAZIONISMO

Il negazionismo non è un fenomeno nuovo: esso è sorto quasi istantaneamente con la fine della seconda guerra mondiale.

Quel che può definirsi nuova è la sua visibilità mediatica: un fatto con il quale oggi dobbiamo misurarci con particolare accortezza, per le nuove e più rapide modalità di circolazione delle informazioni, e dunque anche delle fake news.

I negazionisti, come dato di fatto, sono alla fine riusciti a ritagliarsi una nicchia nel “libero mercato delle idee”. Non è esagerato pensare che ci sia il fondato rischio che riescano ad affermarsi come portatori di opinioni e che il negazionismo smetta di essere considerato un cumulo di sciocchezze, per diventare una sorta di “teoria”: radicale, eretica e di minoranza, ma comunque “teoria”.

Sarebbe banale sottovalutare le potenzialità di crescita esponenziale delle teorie negazioniste, in quanto gli slogan ad effetto, le notizie concise e poco approfondite suscitano grande clamore nell’odierna realtà sociale invasa dai social network e da un’informazione sempre più fast.

Nella schiera dei negazionisti ci sono poi i “negazionisti in buona fede”, ossia quanti si adoperano per sostenere e diffondere una “teoria” falsa, credendola vera.

Per poter deliberare con consapevolezza occorrono conoscenza e senso critico. E serve un dibattito pubblico di qualità e trasparente, una necessità che con l’attuale crisi pandemica è divenuta ancor più palese.

Occorre, appunto, impedire che il negazionismo diventi un’opinione conclamata, o al pari delle altre, o addirittura possa essere fatta passare per una teoria vera e propria.

Sul piano valoriale la sfida è ancor più complessa e, in egual misura, affascinante: in un sistema-mondo sempre più interconnesso e interdipendente, la “forza centrifuga” della frammentazione e della resistenza ad un certo modello di globalizzazione, destinato a produrre omologazione e omogeneità, rende ogni possibile tentativo di definizione e/o di sintesi ancor più problematico.

Bastano tali semplici cenni a evidenziare la lacunosità, ma al contempo l’insidiosità della costruzione negazionista, fondata essenzialmente sulla distruzione del punto di vista altrui.

«Complottismo, razzismo, annullamento sistematico della verità storica oggi confluiscono nel fiume in piena del negazionismo che, alimentato da soggetti senza scrupoli, rischia di travolgere le deboli difese di popolazioni stremate dal lockdown e dalla crisi economica» scrive lo psichiatra Fargnoli.

Miller attribuisce la tendenza a credere alle fake news anche alle carenze del sistema educativo, in quanto lo sviluppo nell’adolescenza dei circuiti frontali, che presiedono ai processi cognitivi e consentono ragionamenti validi e appropriati nelle varie situazioni della vita, è anche conseguenza di un corretto processo educativo che dovrebbe includere l’alfabetizzazione scientifica.

Gli strumenti in nostro possesso per combattere e fronteggiare il negazionismo, sono la conoscenza, l’approfondimento, la responsabilità sociale e i principi etici del vivere comune. Considerati questi assunti di base, è possibile affermare che una corresponsabilità, alla messa in atto del meccanismo del negazionismo, ce l’abbia il sistema educativo.

Ci si appella al regno dell’etica, con l’idea che essa sia in grado di dare una risposta chiara e definitiva alle questioni e così dirimere i conflitti. Affidandosi ad essa nella consapevole speranza di rafforzare quei principi e quei valori che costituiscono nostre personali convinzioni.

Il nocciolo su cui bisogna tornare a riflettere con serietà e impegno è il principio di responsabilità. A questo principio sono direttamente collegati i concetti di etica della responsabilità ed etica della convinzione, a cui dobbiamo la distinzione a Max Weber.

A questo punto si assiste ad una forma di dualismo dell’etica, ossia l’etica delle convinzioni – anche detta etica delle intenzioni-  fa riferimento a principi assoluti, che assume a prescindere dalle conseguenze a cui essi conducono: di questo tipo sono, ad esempio, l’etica del religioso, del rivoluzionario o del sindacalista, i quali agiscono sulla base di ben precisi principi, senza porsi il problema delle conseguenze che da essi scaturiranno.

L’etica della responsabilità è, invece, quella in cui ogni nostra azione viene valutata attentamente sulla base del rapporto che si instaura tra i mezzi e gli scopi dell’azione e delle sue ragionevoli conseguenze.

L’etica della responsabilità agisce tenendo sempre presenti le conseguenze del suo agire: è proprio guardando a tali conseguenze che essa agisce.

Perché si parla di dualismo? Perché queste sono due etiche opposte e inconciliabili: la prima è, in definitiva, un’etica apolitica, come è testimoniato dal cristiano che agisce seguendo i suoi principi e senza chiedersi se il suo agire può davvero migliorare il mondo.  Al contrario, l’etica della responsabilità è indissolubilmente connessa alla politica, proprio perché non perde mai di vista, assumendole come guida, le conseguenze dell’agire. L’etica della responsabilità si esprime, quindi, nella vita sociale.

La forza, e l’apparente debolezza, dell’etica si sublima nel momento di confronto concreto con la realtà e con i suoi problemi, adeguandosi alla realtà poiché un comportamento etico non si può dare come prestabilito.

L’odierna e reale esigenza oggi è quella di giungere ad un’etica collettiva, essendo in gioco la sopravvivenza non solo della terra ma anche della specie umana.  Su queste riflessioni Jonas fonda su un nuovo imperativo etico: «agisci in modo che le conseguenze delle tue azioni siano compatibili con la permanenza di un’autentica vita umana sulla terra».

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