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NEGARE L’OLOCAUSTO, LA VERITA’ AL CINEMA

Negare l’olocausto, ossia il genocidio degli ebrei da parte della Germania nazista, significa negare la realtà storica di quel periodo o distorcerla, significa sostenere che le morti nei campi di concentramento siano state il risultato di malattie o di malnutrizione e che Il diario di Anna Frank, celebre raccolta di scritti in forma di diario di una ragazza ebrea costretta alla clandestinità per sfuggire alle persecuzioni naziste, non sia mai stato scritto. La negazione e la distorsione dei fatti dell’olocausto nascono dall’odio nei confronti degli Ebrei, i negazionisti sostengono che l’Olocausto sia stato inventato o esagerato dagli Ebrei stessi come parte di un complotto più ampio per favorire i loro interessi, una visione che si fonda su stereotipi antisemiti, mentre alcuni dichiarano che non esiste un solo documento firmato da Hitler relativo ai campi di concentramento e che i fatti non siano mai accaduti.

Il cinema, specchio della realtà storica, ha dato voce alle tristi storie dei sopravvissuti restituendoci la sofferenza e il ricordo di quella tragedia; tra i film più celebri sulla Shoah, lo sterminio degli ebrei, non possono mancare Schindler’s List di Steven Spielberg, la storia della vita di Oskar Schindler, un imprenditore tedesco che salvò circa mille ebrei durante la seconda guerra mondiale, il premiatissimo La Vita è bella, diretto e interpretato da Roberto Benigni, su una famiglia ebrea italiana deportata in un campo di concentramento dove Il protagonista, Guido, farà credere al figlio che si tratti di un gioco alla fine del quale il vincitore riceverà un premio finale. Poi ci sono film che parlano della fuga dal ghetto come Il Pianista di Roman Polanski La Tregua di Francesco Rosi, la storia di un viaggio dopo la liberazione da parte dell’esercito sovietico dei prigionieri rimasti nel campo di Auschwitz, e ancora La signora dello zoo di Varsavia ispirato a una storia realmente accaduta di Antonina Żabińska che, insieme al marito direttore dello zoo, cerca di difendere gli animali prossimi alla macellazione da parte dei tedeschi, e infine tra i più recenti, Remember film del regista armeno Atom Egoyan che narra la storia di amicizia tra due anziani che hanno vissuto l’orrore del campo di concentramento ad Auschwitz. 

C’è poi tra questi titoli un film che racconta le battaglie contro i tentativi di negare l’Olocausto, La verità negata di Mick Jackson, una storia realmente accaduta alla scrittrice Deborah Lipstadt, accusata di diffamazione dal negazionista David Irving, fu costretta a dimostrare in tribunale la verità storica della Shoah. Il film, ambientato tra il 1996 e l’inizio del 2000, racconta la battaglia legale della professoressa americana di studi sull’Olocausto contro David Irving “negazionista” (denier) e “falsificatore” (falsifier) che aveva infatti ripetutamente dichiarato nei suoi libri che le camere a gas ad Auschwitz non erano mai esistite, che i loro resti erano stati creati ad arte, e l’Olocausto non era mai avvenuto inserendosi così nel filo dei cosiddetti negazionisti. Il film racconta i duri anni trascorsi dalla scrittrice che oltre a difendere sé stessa, ha dovuto assumersi la responsabilità di difendere la memoria dei milioni di morti nelle camere a gas, sostenendo “La terra è rotonda, le calotte polari si sciolgono ed Elvis non è vivo. Io non attacco la libertà di parola, difendo solo il diritto di lottare contro chi vuole sovvertire la verità”. Una verità scomoda da difendere, un film intenso che fa riflettere sull’Olocausto e sul pericolo che simili avvenimenti possano essere dimenticati se non negati, e che abbiamo tutti il compito di continuare a raccontare e conoscere il nostro passato, come sosteneva Primo Levi “se comprendere è impossibile, conoscere è necessario” e  la verità è un gesto di giustizia nei confronti dell’umanità e di noi stessi “perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre”.

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