CULTURA

IRENE NEMIROWSKY, LA FORTUNOSA RISCOPERTA DI UNA GRANDE AUTRICE

Irma Irina Nemirowsky nasce a Kiev il 24 febbraio del 1903 in una famiglia dell’alta borghesia ebraica, e muore ad Auschwitz il 17 agosto del 1942.

Il cognome Némirovsky proviene da Némirov, la cittadina ucraina che nel XVIII secolo fa da scenario al movimento ebraico chassidico. Qui la famiglia di Irene è collocata nella città alta, luogo in cui ebrei e russi vivono la propria quotidianità fianco a fianco, senza particolari problemi, per via della loro condizione comune dettata dall’essere facoltosi. E ciò basta.

Ma Irene è pur sempre un’ebrea e già nella primissima infanzia la sua vita è segnata da eventi tragici dai quali però riesce fortunosamente a salvarsi. Nell’ottobre del 1905 la città di Kiev è interessata da un pogrom particolarmente sanguinoso, ma nonostante tale circostanza la piccola Irene riesce a salvarsi grazie all’acume della cuoca di casa, che le mette al collo la propria croce ortodossa e la nasconde dietro un letto.  

Un ruolo centrale nella formazione di Irene Nemirowsky lo assume la famiglia. È attorno a questo perno, alle vicende che la vedono interessata e alla visione che ne ha la stessa Irene, che ruota tutta la sua produzione letteraria. È peraltro proprio la vita familiare così poco regolare a far sì che Irene sviluppi un’indole solitaria e malinconica.

Il padre, Leonid, è un uomo molto preso dai suoi affari. Abile e prospero commerciante nel settore dei cereali, viaggia molto nelle province russe e ucraine, accumulando capitali che fa fruttare attraverso prestiti. Questa attitudine per il settore finanziario gli consente di lasciare il commercio per aprire un proprio istituto di credito; così diventa banchiere, uno dei più potenti e temuti di tutta la Russia, e riceve la protezione dello zar.

La madre, Anna (Fanny dopo il trasferimento in Francia) è una donna mondana, particolarmente sensibile al corteggiamento e perennemente occupata a mantenersi giovane e bella. Della figura materna Irene Nemirowsky si occupa molto nella sua produzione, mettendone a nudo le contraddizioni, la frivolezza e l’aridità di sentimenti autentici.

La sua è una specie di esistenza da orfana, ma è proprio questa condizione a fare la sua fortuna, poiché Irene attraverso la sua solitudine impara a osservare la sua vita con distacco e a condirla con la fervida immaginazione di cui è dotata.

Per la famiglia i problemi legati all’etnia di appartenenza cominciano a farsi importanti nel 1918 quando i Soviet prendono il potere e sulla testa di Leonid Nemirowsky viene messa una taglia. I beni familiari vengono confiscati e la famiglia scappa in Finlandia, da qui in Svezia e solo nel 1919 approda finalmente in Francia, dove i Nemirowsky sbarcano dopo un avventuroso viaggio in nave.

La famiglia si stabilisce a Parigi e Irene si iscrive alla Sorbona. Il padre la sistema in un appartamento indipendente.

Sono questi gli anni in cui Irene si concede tutto ciò che le è mancato sino a tale momento e fa valere il proprio senso di rivalsa nei confronti della tanto odiata madre. Ma sono questi gli anni in cui altresì nella vita di Irene avvengono eventi drammatici. La giovane donna subisce uno stupro e piomba in uno stato depressivo che le fa addirittura pensare al suicidio, finché nel 1924 riesce a terminare gli studi e poco dopo conosce Michael Epstein, “un piccoletto bruno dalla carnagione scura” (per usare le sue parole) di cui si la donna si innamora e con il quale convola a nozze il 31 luglio del 1926.

Anche lui moscovita, anche lui figlio di un banchiere, Michael vive a Parigi con la famiglia dal 1920

Nella sua nuova condizione di agiatezza e comodità, Irene Nemirowsky pubblica dei racconti brevi e scrive il suo primo capolavoro, David Golder, che invia all’editore Bernard Grasset accompagnando il manoscritto con il nome Epstein, senza ulteriori precisazioni. Grasset, colpito dall’audacia del manoscritto, pubblica un annuncio sul giornale per rintracciarne l’autore. Sono necessarie diverse settimane perché qualcuno risponda all’appello, questo perché Irene è impegnata frattanto a mettere al mondo la sua primogenita, ma dopo diversi giorni finalmente si presenta dall’editore per rivendicare la paternità dell’opera. Grasset non può credere ai propri occhi, non pensa possibile che a scrivere una storia tanto audace, potente e al contempo così crudele e cinica sia stata una elegante donna dell’alta borghesia russa, per di più ebrea.

L’editore decide di pubblicare immediatamente il manoscritto, ma anche di indagare sulla questione, perché teme che Irene stia facendo da prestanome a qualcuno.

David Golder è una fotografia estremamente esatta del padre di Irene, un ritratto puntuale di un uomo spietato e affarista, che pensa di comprare l’amore e il quieto vivere in famiglia con il denaro.

Il romanzo, pubblicato nel 1929, diventa in breve un vero e proprio caso letterario, pur procurando a Irene Nemirowsky pesanti accuse di antisemitismo. Alcuni le contestano di essere un’ebrea che odia se stessa, ma tutti i critici scrivono di questo libro, tutti i lettori lo vogliono leggere e sia il cinema che il teatro se ne contendono la messa in scena. 

Segue la pubblicazione del racconto Il ballo che in realtà viene scritto di getto tra due capitoli di David Golder, sebbene pubblicato solo dopo quest’ultimo e accolto molto calorosamente dalla critica. Il racconto ritrae il difficile rapporto tra una ragazzina e sua madre ed è evidentemente autobiografico. Si tratta di un racconto sarcastico, con cui Irene mette a nudo il proprio rapporto con una madre che odia e che a sua volta la detesta.

Ma a pensarci bene tutte le madri dei romanzi e dei racconti della Némirovsky ritraggono Fanny. E l’opera in cui ciò avviene in maniera più evidente è Jezabel, fatica letteraria in cui la penna della scrittrice trova la sua vendetta. 

La protagonista di Jezabel è un’assassina, una donna che può avere tutto ciò che desidera, che è consapevole della propria bellezza, sapendo che questa è un dono, ma anche una condanna. Gladys ha tutto ciò che vuole, tutto tranne la pace. Ella è tormentata dal pensiero della vecchiaia e arriva nella sua mente a impedire che sua figlia cresca, perché finché questa rimarrà bambina, lei non invecchierà.

Jezabel è un romanzo che mette in luce l’egoismo e la frivolezza della donna, affermando con potenza la mancanza di un rapporto madre-figlia di cui la stessa Irene Nemirowsky è vittima.

A Jezabel segue la pubblicazione più o meno regolare di diversi altri romanzi. Tra l’altro la Nemorowsky non scrive solo per diletto, la sua è anche una necessità economica. Alla morte del padre, gran parte dei beni che questi aveva recuperato o rimesso in piedi dopo la fuga in Francia, vengono lasciati alla madre Fanny che ovviamente si guarda bene dal dividerli con la figlia.

A partire dal 1933 Irene passa all’editore Albin Michel che sarà il custode della mole dei suoi manoscritti, riportati alla luce solo di recente. Parigi è la cornice di molti dei suoi libri e allo stesso tempo anche il luogo che ne favorisce la scrittura. 

Fatti i conti, tra il 1935 e il 1942, scrive 9 romanzi, una biografia e 38 racconti. 

Ma né la fama letteraria, né le relazioni sociali, né tanto meno la conversione al cattolicesimo di tutta la famiglia nel febbraio del 1939, riescono a salvare Irene Nemirowsky dalle persecuzioni razzali. Nè lei, né il marito riescono ad ottenere la cittadinanza francese. E quando nel 1939 scoppia la guerra, la famiglia si rifugia in un paesino della Borgogna, presso l’Hotel des Voyageurs. Qui conduce una vita tranquilla, relegata nel silenzio, fino a che nel luglio del 1942 la scrittrice viene arrestata dalla Guardia Nazionale francese e due giorni dopo internata.

I molti tentativi del marito per farla liberare risultano vani e inevitabile è il suo viaggio verso l’inferno. 

Irene Nemirowsky arriva ad Auschwitz Il 19 luglio del 1942, viene privata di abiti, gioielli, viene rapata e vestita con il vestito a righe tipico degli internati. Sopravvive solo un mese: nel certificato redatto ad Auschwitz è scritto che il decesso avviene alle ore 15:20 del 17 agosto 1942 a causa di un’influenza, riconducibile verosimilmente al tifo.

Anche il marito della Nemirowsky viene arrestato e deportato ad Auschwitz di lì a poco e incontra la morte il 6 novembre dello stesso anno.
Denise ed Élisabeth, le due figlie, si salvano, finendo sotto la tutela di Albin Michel e Robert Esmenard, gli editori di Irene. 

Per anni Denise conserva i documenti che è riuscita a salvare, in una valigia che si rifiuta di aprire. Tra questi, un manoscritto incompiuto della madre, in inchiostro azzurro che crede sia un diario. Il libro non viene mai letto per timore che possa riaprire lacerazioni mai sanate ed essere veicolo di dolore, fino a che nel 1990, le figlie di Irene Nemirowsky prendono accordi con un archivio francese al quale intendono donare tutte le opere della scrittrice.

È in tale occasione che si scopre che quei quaderni di appunti non sono un diario, ma Suite francese l’opera nella quale si delinea il quadro di una Francia vinta dalla crudeltà della guerra e dall’odio razziale.

Suite francese viene pubblicato in Francia nel 2004 e diventa presto un best seller, restituendo alla fama una delle più grandi autrici di tutti i tempi. Tradotto in 38 lingue ad oggi ha venduto quasi tre milioni di copie.

Nel 1992, poi, la seconda figlia di Irene Nemirowsky, Élisabeth, pubblica una biografia della madre, intitolata Le Mirador. Una biografia un po’ particolare, nella quale Elisabeth presta la propria voce alla madre consentendole di raccontarsi in prima persona.

Molto ancora si potrebbe raccontare di quest’autrice rimasta nell’ombra per troppo tempo. Lo stile narrativo e le capacità descrittive che emergono dalle sue opere sono formidabili. Poche parole chiare e gesti essenziali trasportano il lettore nei luoghi descritti dalla Nemirowsky e gliene fanno assaporare la storia.

La sua è una scrittura di testimonianza e di salvaguardia della memoria. E nonostante l’assenza fortuita dalla scena letteraria, niente di ciò che ha vissuto è andato perduto.

Copyright foto: Iréne Nemirowsky

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