LE INTERVISTE

FARE SOCIOLOGIA OGGI: INTERVISTA ALLA RICERCATRICE DI “MINORANZE.IT” LINDA MONTICELLI

La scienza sociologica è sempre più considerata, oggi, uno strumento di analisi prioritario per vivisezionare questo periodo storico così sorprendentemente preda di complessi e rutilanti cambiamenti.

Nell’odierna prospettiva di studio, perciò, il progetto Minoranze.it della ricercatrice tarantina e d’adozione romana Linda Monticelli sta diventando una consultazione imprescindibile per ogni lettore che volesse comprendere le molteplici manifestazioni delle nuove identità delle minoranze sociali.

La nostra intervista alla sociologa dei processi culturali nonché artista dalle carezzevoli pennellate Linda Monticelli.

Minoranze.it è un osservatorio microsociologico che racconta, con professionalità e delicatezza rara, storie di minoranze emarginate e invisibili. Com’è nato questo progetto?

Il progetto di ricerca Minoranze.it come osservatorio sulle minoranze sociali nasce dalla mia esperienza di studiosa dell’Alterità, cioè della diversità nelle sue molteplici declinazioni reali (e immaginarie) e dall’interesse per questa prospettiva di ricerca di Cristiano Caggiula , che ha fondato insieme a me l’osservatorio da 0, dandogli il respiro e le potenzialità della divulgazione scientifica: grazie a lui, Minoranze.it è un osservatorio un po’ particolare rispetto agli altri, per lo meno quelli di matrice accademica, perché è un sito internet. È accessibile e aperto a tutti, come aperto a molteplici punti di vista vuole essere il nostro modo di raccontare l’Altro. E nasce sicuramente, nondimeno, dall’entusiasmo di due persone che credono nel valore dell’immateriale al di là di qualsiasi considerazione utilitaristica. L’impostazione teorica del progetto è sicuramente debitrice al gruppo di ricerca sulla Diversità nei media del Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale CoRiS – Sapienza Università di Roma, di cui faccio parte, e che, attraverso il progetto: “Mister Media – Minorities Stereotypes on Media”, ha monitorato per alcuni anni la rappresentazione delle minoranze nei mezzi d’informazione italiani, adottando una prospettiva multipla. Minoranze, come osservatorio sulle minoranze sociali (etniche, religiose, di genere, diversamente abili, devianti), si serve degli strumenti della microsociologia e di quelli della search engine optimization (SEO), ossia gli strumenti tecnologici che consentono l’interazione tra gli utenti e i motori di ricerca, per mettere in contatto persone provenienti dai luoghi (fisici e simbolici) più distanti. Tra i suoi intenti, quello di ricostruire e raccontare l’universo simbolico della differenza prendendo in considerazione sia le testimonianze reali (archivio biografico) sia le rappresentazioni che hanno per oggetto le minoranze, cioè quelle porzioni di realtà che hanno origine nell’invisibile, nelle forme dell’immaginario: performance, opere cinematografiche, documentarie, serie televisive, arte, fotografia…, che trasformano la realtà del quotidiano attraverso i processi dell’immaginazione e della mente.

(Copyright immagine: Mario Tama/Getty Images)

Lei è in primis ricercatrice del Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale Università di Roma. Cosa significa studiare e praticare la sociologia oggi?

Diciamo, per prima cosa, che studiare e praticare la sociologia sono due cose diverse: lo studio, cioè la riflessione, il tentativo di andare in profondità per comprendere la società e i mutamenti che la caratterizzano, sono indispensabili per affrontare fenomeni complessi quali, ad esempio, le migrazioni e le lotte per il riconoscimento caratteristiche del nostro tempo. Lo studio e la ricerca sono essenziali per non perdere di vista il senso di quello che avviene intorno a noi, come recitava il motto di uno degli ultimi Festival della Sociologia “Senso à Direzioni di senso”. È quello che facciamo all’università. Ma altra cosa è essere un sociologo sul campo, con “le mani sporche”, come sostiene debbano essere Franco Ferrarotti, il primo e tra i più importanti sociologi italiani, con il cui gruppo di ricerca ho avuto la grandissima fortuna di imparare che cosa sono la sociologia qualitativa e la sociologia critica. Sul campo, i parametri della sociologia accademica, come il disegno della ricerca che si fa seduti a una scrivania, saltano. E ti scontri con la realtà, ad esempio, dell’attuazione delle politiche sociali, e devi considerare quello che si può fare, non quello che si dovrebbe fare. Per quanto mi riguarda, l’una non esiste senza l’altra, e io ho avuto la fortuna di poter fare ricerca sociale sia dentro che fuori dall’Accademia.

(Copyright immagine: Quadro di Linda Monticelli)

Minoranze.it dedica particolare attenzione all’universo della disabilità scardinato anche grazie al suo approfondimento della Lingua dei Segni Italiana (LIS) presso l’Istituto Silvestri a Roma. Quali percorsi secondo lei dovrebbero essere rafforzati a livello istituzionale per una maggiore accessibilità e l’inclusione dell’altro da sé?

L’inclusione parte dal riconoscimento dell’altro, e quindi dalla conoscenza: un filosofo a me caro, Emmanuel Levinas, parlava del volto dell’Altro come punto di partenza per conoscere se stessi. L’Io è sempre il punto di partenza sbagliato, è dall’Altro, dal suo porsi di fronte a noi, che può partire il superamento dell’inconoscibilità reciproca, L’avvio di una relazione è il momento in cui l’Altro muove verso di me ponendosi davanti al mio essere come volto, cioè come identità. Un volto unico, irripetibile, che, attraverso una qualche forma di comunicazione, getta un ponte verso di me. Per cui, quello che credo andrebbe fatto è promuovere la conoscenza reciproca, sostenendo tutte quelle iniziative che sono espressioni della cultura Altra e possono trasformarsi in uno spazio di incontro, o anche scontro se serve. Per restare nell’ambito della cultura sorda, che lei ha citato, sconosciuta ai più, ma a me molto cara per gli universi di senso e l’invisibile che mi ha permesso di scoprire, sarebbe fondamentale sostenere iniziative come il Festival Internazionale del Cinema Sordo di Roma – Cinedeaf, unica manifestazione in Italia a promuovere il deaf talent in ambito cinematografico, e che invece, come sappiamo, è ferma da ben 4 anni a causa del taglio dei fondi proprio da parte delle istituzioni. Tra l’altro, è proprio in questa prospettiva che è nata l’esperienza di studio e di digitalizzazione della conoscenza di Minoranze.it

Oltre al suo lavoro come ricercatrice universitaria e responsabile scientifico del progetto Minoranze.it lei è anche una eccellente illustratrice. Com’è nata questa sua passione per i pennelli e quali sono i soggetti che predilige dipingere?

Per rispondere a questa domanda devo necessariamente parlare di Rosanna. Rosanna è mia madre, l’artista, la poetessa, in origine era lei: è da lei che ho imparato, da piccolissima, è da lei, anzi, che ho cominciato a “copiare”, come molte figlie fanno, per contrastarla e cercare di superarla nel terreno che avevo scelto per affermare la mia identità. Poi, a un certo punto, diciamo intorno ai 15 anni, ho cominciato a dividere quello che è di Rosanna da quello che è di Linda. E quindi ho smesso di dipingere ad olio l’arte del ‘400 (che è quello che fa lei), e ho provato di tutto e ho incontrato i miei acquerelli, (anche se la mia è una tecnica molto “sporca”, perché mischio diversi tipi di colori), l’impressionismo e l’espressionismo. E ho quasi smesso di fare i ritratti per i paesaggi, anche, ultimamente, astratti, con i contorni sempre più sfasciati. Abbiamo delle idee molto diverse dal punto di vista artistico, in effetti, io e lei, a partire dall’ atto creativo: per me è un’azione d’impeto, che cambia completamente, con alti e bassi, da un momento a un altro; per lei esiste “il piano dell’opera”…Però l’uso dei colori saturi e a contrasto, mi hanno fatto notare, è una traccia della pittura a olio: quindi questo sì, è un tratto dell’arte della mia mamma che ci accomuna e che è rimasto nella mia.

(Copyright immagine: Quadro di Linda Monticelli)

Se potesse riascoltare un su di una fumante tazza di caffè una delle tante toccanti storie di minoranza che l’ha colpita, quale vorrebbe che fosse? E perché?

Sarebbe, se me lo chiede oggi, la storia di Matteo, ragazzo con un’importante forma di disabilità fisica, che vive davanti allo schermo la sua prima esperienza sessuale all’età di 30 anni con la lovegiver Anna, operatrice professionale all’emotività, all’affettività e alla corporeità (O.E.A.S.) La storia di questo incontro, e della sofferenza impenetrabile di un ragazzo imprigionato in un corpo “pesante” che non ha soluzioni, è raccontata dal regista Pietro Balla, recentemente scomparso, con una delicatezza estrema, e mi ha fatto male. Male, come fa male a tutti l’esperienza del limite e del dolore che è inconoscibile e irrisolvibile.

Dont’ Worry di Gus Van Sant (Copyright immagine)

Per accedere e accogliere le storie di minoranze emarginate e invisibili di Minoranze.it cliccate qui.

(Copyright immagine: Quadro di Linda Monticelli)

(Copyright immagine in evidenza: da Figli di un Dio minore di Randa Haines)

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