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EFFETTI PANDEMIA: LA SCOMPARSA DELLA MUSICA TRADIZIONALE DEGLI ALTOPIANI DELL’OZARK

Nella terra aspra e rocciosa di Ozark, altopiano dell’America centrale esteso tra il Missouri, l’Arkansas, il Kansas e l’Oklahoma, è radicato da secoli un popolo robusto e cordiale che ha imparato a sopravvivere ai capricci delle intemperie e ai pericoli acuminati della fauna locale con modesto ingegno e una gioia di vivere trascinante che ha trovato la sua espressione nella particolare tradizione musicale della zona chiamata, appunto, “Musica dell’Ozark“.

Una caratteristica tipica di questi montanari è di essere sempre stati non solamente dei gran lavoratori, dei fedeli credenti e degli ospiti generosi ma in particolare dei musicisti davvero sorprendenti pronti a celebrare il cambio delle stagioni, l’inizio del raccolto o di una storia d’amore e persino di una vecchia faida tra vicini imbracciando violini, banjo, chitarre e dulcimer al chiaro di luna.

(Foto di  Stephen Ludwig and Gala Morrow, Copyright immagine)

Appartenente al genere “musica di montagna”, la caratteristica peculiare della musica dell’Ozark è di essere stata tramandata da decenni, con il suo suono predecessore del bluegrass, solo oralmente, senza mai aver impresso su partiture i brani ideati che per lo più ben rievocano, in un crescendo dolce e allegro, le giga vibranti dei pionieri scozzesi e irlandesi che un tempo si stabilirono sulle colline.

La musica popolare antica dell’Ozark rientra quindi a pieno titolo nel prezioso calderone della musica folk ovvero di quelle sonorità diffusasi ai margini della cultura sonora ufficiale e trasmessa con il contatto diretto tra i membri di una piccola comunità attraverso ora i canti popolari che non presentano quasi mai una narrazione ben definita ora attraverso il racconto di amori, perdita e ricordi delle ballate diventando così il legame più tangibile fra diverse generazioni.

Jean Ritchie (Copyright immagine)

I contadini dell’Ozark che all’inizio del ventesimo secolo vivevano ancora di sussistenza in quella tasca isolata degli Stati Uniti, suonano così tuttora canzoni legate ai sospiri sentimentali, all’aridità della terra e alle leggende europee su dei raccolti giganteschi cresciuti improvvisamente durante le notti magiche pagane e addirittura a storie sulle nobiltà e i reali britannici con riferimenti di fraseggio musicale tardo-medioevale.

Di fronte alla fragilità della tradizione orale, da alcuni anni numerosi collezionisti di canzoni popolari stanno perciò provando a preservare nella permanenza questa preziosa musica tradizionale, registrando con attenzione la maggior parte delle jam session informali che negli altopiani dell’Ozark si rinnovano quasi quotidianamente.

L’urgenza di fissare quanti più brani possibili è quanto mai pressante oggigiorno poiché, secondo una recente inchiesta del New York Times, in questi ultimi mesi a causa dell’emergenza pandemica da COVID-19 la maggior parte dei vecchi violinisti e banjoisti che tramandano queste sonorità “ad orecchio” di figli in nipoti sono stati lasciati totalmente da soli se non addirittura decimanti per il virus e gli stessi ritrovi musicali, occasioni vitali per la trasmissione orale di questa musica, sono ancora sospesi da novembre.

Nella speranza che con la campagna vaccinale quei pochi musicisti anziani rimasti potranno presto riprendere le feste nei fienili e ritornare, così, a suonare, i musicologi stanno cercando di rivolgere maggiormente la loro attenzione anche ai festival più formali della zona come il primaverile Ozark Folk School, evento che affianca le lezioni di violino alla produzione di banjo di zucca e ai corsi sugli intagli per sedie di campagna e cesti di quercia bianca.

John Taylor è ad esempio uno di quei montanari-musicisti che quasi ogni fine settimana da metà febbraio in poi organizza nel cuore dell’Arkansas delle jam session per appassionati di musica folk pronti ad unirsi al ritmo picchiettando sulle bandite tavolate di legno cucchiai o ballando country sopra piccole balle di fieno disposte in cerchio a mo’ di poltrone. Anche Taylor, come tutti i suoi coetanei, ha iniziato a suonare il violino verso i 12 anni grazie alle lezioni del nonno, come se fosse una conseguenza naturale alle cose da imparare da grande, un po’ come l’andare in bicicletta o guidare un trattore.

Sempre in Arkansas ma a Mountain View, tra le sterminate distese di corniolo, è stato fondato nel 1973 il parco statale dell’Ozark Folk Center con l’intento di preservare e interpretare i costumi tradizionali della zona. Il Craft Village dispone infatti di 24 edifici e aree esterne che offrono dimostrazioni di artigianato e programmi musicali associati alla vita negli Ozarks dal 1820 al 1920.

La Rackensack Folklore Society è stata invece creata nel 1963 con lo scopo non solo di perpetuare questo miscuglio tra musica irlandese e tradizioni sonore dell’Appalachi ma anche di convogliare la maggior parte del pubblico locale come magari alcune di quelle migliaia di persone che tra il 19 e il 24 luglio del 1974 intasarono in massa le gradinate dell’Ozark Music Festival in Missouri tanto da costringere gli organizzatori a sospenderlo.

Grazie a questi eventi, esperti musicali sono stati in grado di pubblicare raccolte più complete di canzoni popolari americane come i quattro volumi di “Ozark Folksongs ” di Vance Randolph, musicologo che è stato ad esempio capace di archiviare ad esempio circa 116 canzoni della cantante folk Emma Dusenbury o i saggi del folkrorista Wolf che ha riacciuffato dall’oblio le melodie di Almeda Riddle, della suonatrice di banjo Ollie Gilbert, della violinista Violet Brumley Hensley e i più di 6.000 brani del mezzadro Jimmy Driftwood.

In merito alle parole dei brani, un esempio di canzone umoristica del genere è una vecchia strofa del 1940 di Sourwood Mountain di Joshua C. Keithley di Ridgedale apparsa nel volume di “Ozark Folksongs” di Randolph:

“Old man, old man, I want your daughter, Hi ho diddle dum, hi ho day,

To make my bread an’ pack my water, Hi ho diddle dum a day.

Young man, young, man, you can have her, Hi ho diddle dum, hi ho day,

But she won’t work, an’ I caint make her, Hi ho diddle dum a day.”

Una musica tradizionale, quella degli altopiani dell’Ozark, che non possiamo permetterci di non appuntare per iscritto foss’anche come semplice omaggio a quei vecchi suonatori dal sorriso largo e le mani callose di fatica e corde di chitarra, visto che, come dice un vecchio detto popolare del posto….

“Sugli Ozark difficilmente puoi sputare senza colpire un tizio sorridente che strimpella un banjo.”

(Copyright immagine in evidenza: photo by Jessica Rinaldi/The Boston Globe via Getty Images)

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