LE INTERVISTE

FOTOGRAFIA, LA PASSIONE DI UNA VITA. INTERVISTA AD ALESSIA PICA

La fotografia per lei è una passione lontana.
La scoprì a nove anni quando realizzò, con una reflex, diversi scatti durante una vacanza con sua madre a Praga. Nel frattempo ha studiato giurisprudenza ed esercitato la professione forense e, con il tempo, anche il mondo della fotografia ha cambiato pelle, passando dall’analogico alla rivoluzione del digitale.

Un amore in crescendo fino a quando prendere in mano la macchina fotografica è diventata un’esigenza fisica, poter raccontare finalmente la sua verità sul mondo che viveva. Anni di studio e formazione con la stessa dedizione dei testi giuridici. E poi l’incontro fortunato con Giovanni Gastel, il fotografo milanese, scomparso a marzo, nipote di Luchino Visconti e famoso per i suoi scatti di moda e per i suoi ritratti.

Oggi la fotografia è diventata, per Alessia Pica, una scelta di vita.

Ama mettersi in gioco e sperimentare ogni genere fotografico, ma la sua vera passione, sono i ritratti, proprio come il suo Maestro. Cogliere le espressioni e le impressioni diverse che ogni persona riesce a trasmettere attraverso il proprio sguardo ed entrare così nel loro mondo. Un punto di forza, un tratto distintivo di ogni suo scatto. 

Abbiamo deciso di fare due chiacchiere con lei che ci ha raccontato po’ di sé, del suo mondo e della sua passione per questa arte magica.

Ciao Alessia e grazie per aver accettato l’intervista per Metis Magazine. Presentati ai nostri lettori. 

Grazie per avermi dato quest’opportunità! Mi chiamo Alessia Pica e sono lucana, mamma, moglie e fotografa.

Da quanto tempo fotografi? Raccontaci come è nato il tuo interesse per la fotografia.

Avevo circa 9 anni quando mia madre mi mise in mano la sua reflex. Ricordo in particolare un episodio di qualche anno dopo: eravamo in vacanza nell’allora Cecoslovacchia (oggi Repubblica Ceca). Era caduto, da circa un anno, il muro di Berlino. Feci un ritratto a mia madre a Praga. Eravamo salite sulla Torre dell’Orologio Astronomico di Piazza Staré Mesto, il più antico di quelli ancora in funzione in Europa, da dove è possibile ammirare un panorama mozzafiato e godere della splendida vista. Una volta rientrate in Italia, mia madre realizzò un ingrandimento della foto scattata da Piazza della Città Vecchia, la più antica ed importante di Praga. Lo incorniciò e lo appese in soggiorno. Fu una grande soddisfazione.

Ovviamente per me, ancora bambina, era solo un gioco: mi divertivo a fotografare paesaggi, strade, città, e a catturare i momenti di gioco tra le amiche. Non ho mai avuto una mia macchina e durante l’adolescenza mi sono sempre servita di quelle terribili ma magiche camere usa e getta. Durante gli anni universitari mi sono appassionata alla post-produzione digitale e al digitale in generale: fotografavo con una webcam staccabile dal pc, davvero incredibile! Poi, dopo aver troppo rimandato, sette anni fa, mi sono regalata la prima fotocamera reflex digitale. È stato un amore in crescendo fino a quando fotografare è diventata un’esigenza fisica.

Quale è stata la tua formazione? Hai frequentato scuole di fotografia o seguito corsi specifici per sviluppare la tua tecnica?

Sono laureata in Giurisprudenza ed ho svolto per qualche anno, con entusiasmo e sacrificio, la professione forense nella città di Parma. Il trasferimento in Basilicata e la maternità sono state un’autentica rivoluzione: avevo finalmente la mia prima macchina e un figlio neonato a disposizione come fonte di ispirazione e che mi aveva fatto scoppiare qualcosa dentro. Così, ho deciso di ricominciare dalla fotografia, da quella passione intravista, sempre rimandata e mai approfondita perché davo priorità ad impegni che mi sembravano più importanti. 

Nasco come fotografa autodidatta. Ho cominciato studiando diversi manuali con la stessa dedizione dei testi giuridici. Ho osservato i grandi autori, cercando di intuire la ricerca del loro lavoro e ne sono rimasta folgorata. Ho scoperto la fotografia d’autore. Tra i grandi viventi e non, rimasi molto colpita da Giovanni Gastel: le sue foto erano molto vicine al mio modo di percepire l’universo, riscritto con eleganza, poesia, ironia con un chiaro tentativo (del tutto riuscito per lui) di sollevarsi da questo mondo terreno per reinventarne un altro. 

Ho fatto di tutto per incontrarlo, per essere formata sul campo da lui. Dopo qualche anno di tentativi e dopo aver frequentato qualche corso presso la scuola di fotografia, film-making e cultura dell’immagine, “F.Project” di Bari, riuscii a partecipare ad uno dei suoi workshop su Moda e Ritratto, i cui posti andavano esauriti nel giro di qualche ora. 

Lo raggiunsi nella sua Milano nel 2019. Giovanni Gastel era un autentico gentiluomo, disponibile a qualsiasi spiegazione, una persona di una cultura e umanità di dimensioni titaniche. Chi lo ha conosciuto sa di cosa parlo, mancherà a molti. I suoi insegnamenti mi accompagneranno lungo la mia vita e gliene sarò per sempre grata.

C’è qualche scatto, realizzato negli anni, a cui sei particolarmente legata e perché? 

Beh si, una foto scattata con Giovanni Gastel: fu lui a farmi da assistente! Che fortuna! Sono poi legata ad altre dieci foto tra cui le tre copertine della testata 106Express in modo particolare quella che ho scattato per la campagna “Stop Plastic Pollution”. 

Giovanni Gastel rimarrà uno dei più grandi fotografi italiani di sempre. Lui diceva che “per sviluppare un proprio stile è necessario scavare dentro sé stessi, rintracciare la parola che più ci rappresenta e costruire la nostra estetica su questa base”. Cosa caratterizza il tuo stile?

Tra i tanti momenti formativi vissuti con Gastel ne ricordo uno in particolare, per me molto significativo. Si avvicinò a lui una giovane e bravissima fotografa, gli mostrò i suoi scatti, uno più bello dell’altro. Io ero accanto a lui, li osservammo insieme. Era rimasto colpito, affascinato da quelle foto. La ragazza effettivamente sapeva padroneggiare il mezzo fotografico, ma quale era la sua identità di fotografa? Le foto perfette possono essere migliaia ma perché – le chiese – un editore avrebbe dovuto scegliere proprio lei come fotografa. 

Credo che bisognerebbe cominciare a scavare dentro di sé partendo proprio da questa domanda. Chi sono io? Io non ho ancora trovato una risposta definitiva, la mia ricerca è appena iniziata. Posso affermare che il mio stile, ad esempio, nel ritratto femminile si sintetizza nel bello che evoca un sentimento di fascino e di etereo: la donna in quel momento diventa davvero la Donna, l’unica e la più bella, un condensato di cose meravigliose. Lo stesso vale se ritraggo un uomo, un bambino. Per me è importante chi ho davanti l’obiettivo, senza alcuna distinzione. 

Oltre a Giovanni Gastel, c’è stato qualche altro incontro che si è rivelato importante per il tuo lavoro? 

Penso che chiunque possa insegnarmi qualcosa. Ho sempre da imparare, ma scelgo accuratamente chi possa considerarsi davvero importante per me. Giovanni Gastel lo è e lo sarà sempre. Anche l’incontro con Lorenzo Capellini, un altro grande fotografo di fama internazionale, avvenuto durante la realizzazione delle foto per Paolo Portoghesi, (architetto, accademico e teorico dell’architettura, esponente della corrente del Postmodernismo), presso la Cattedrale di Lamezia Terme, è stato proficuo.

Quali schemi di luce usi più spesso e quali obiettivi prediligi?

Il più delle volte beauty dish a pioggia con una luce di ribattuta. Uso diversi obiettivi a seconda del tipo di foto da realizzare e degli spazi che ho a disposizione. Prediligo gli obiettivi fissi.

In quale genere fotografico ti senti maggiormente a tuo agio? 

I ritratti mi danno la possibilità di conoscere, di parlare con chi fotografo, di entrare nel mondo dell’altro e viceversa. Con alcuni di loro, soprattutto donne o ragazze, sono diventata un’amica. Mi piace moltissimo ascoltare chi ritraggo. Le foto di architettura, invece, mi aiutano a sentirmi parte degli spazi progettati dall’essere umano per i suoi simili, a capire qual è la visione di un architetto, a sentirmi parte di essa. I paesaggi a capire quale è il mio spazio nel mondo e dove posso collocarmi.

Come trovi ispirazione per i tuoi lavori? 

A volte mi estraneo e dopo cerco di guardare il mondo con gli occhi di chi vede le cose per la prima volta. Molta influenza ed ispirazione mi arriva dalla pittura e scultura. Ho sempre amato Diego Velasquez ma anche Picasso, Bosh, Prassitele e Canova. Mi piacciono le geometrie del Bauhaus. Sono generi molto diversi tra loro ma che hanno un’identità molto forte e rappresentano punti di svolta. Anche la musica ha un ruolo importante, come del resto tutte le altre arti. 

“Il desiderio di scoprire, la voglia di emozionare, il gusto di catturare, tre concetti che riassumono l’arte della fotografia” affermava Helmut Newton. Cos’è per te la fotografia, in tre concetti? 

La fotografia è la luce modellata secondo il nostro modo di vedere il mondo. È sicuramente dimenticare la tecnica. Essa è una materia finita, infinita, invece, è la creatività, prerogativa dell’intelligenza umana. 

È reinventare il mondo. Anche la foto di reportage non sarà mai ciò che vediamo, perché la fotografia è solo un frammento di vita e, pertanto, una forzatura, un risultato di per sé innaturale e per di più personale. Il fotografo fa molte scelte, in pochi secondi, quando scatta una foto.

Infine, non per importanza, la fotografia è uno strumento per pensare. Chi osserva deve sentirsi parte di essa, deve riconoscersi in un’emozione, in un’atmosfera, in uno stato d’animo. 

Progetti futuri

Mettere in pratica tutti gli insegnamenti che mi ha lasciato il mio amato Maestro e poi chissà una mostra collettiva con altri fotografi e artisti, come è già accaduto. Trovarsi con altri artisti per me è sempre stato un momento fondamentale di confronto e di crescita, specie dopo questa pausa forzata che la pandemia ci ha imposto. 

Alessia Pica è su Fb e Ig

Copyright immagini – Alessia Pica

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