CULTURA

LA FOTOGRAFIA NEI FILM DI BERNARDO BERTOLUCCI

Nel cinema la fotografia riveste un ruolo fondamentale nell’illuminazione del set e in particolare all’interno del processo artistico ed estetico dell’immagine filmica, e il compito del direttore della fotografia, una delle figure più importanti nella realizzazione di un film, tecnico specializzato e allo stesso tempo artista, è quello di affiancare il regista nella scelta dei movimenti di macchina, nei tagli dell’inquadratura e nelle tecniche espressive.  Ci sono direttori della fotografia che hanno raccontato la storia di un film esprimendo la propria creatività e il proprio sentire in immagini  impresse ancora oggi nella mente dello spettatore come il cromatismo del giorno e della notte in Ultimo Tango a Parigi, i tramonti di Tè nel deserto, e la splendida luce nell’Ultimo Imperatore, capolavori del regista, Bernando Bertolucci e che hanno in comune lo stile unico di uno dei più grandi direttori viventi della fotografia, Vittorio Storaro, vincitore di tre premi Oscar. 

L’Ultimo Imperatore

Diplomato al Centro Sperimentale di Fotografia, Storaro si ispira al lavoro di grandi fotografi del passato come Alfred Stieglitz e Edward Steichen, ma anche alla lezione di pittori come Edward Hopper e allo stile Art Déco dei dipinti di Tamara de Lempicka utilizzando nel cinema il colore in modo simbolico e narrativo parlando di frequenze, inconscio, metabolismo, radiazioni energetiche; la luce naturale si mescola, con quella artificiale come nei film La Strategia del Ragno e Il Conformista, entrambi di Bernardo Bertolucci, regista con il quale intraprende una lunga collaborazione. Storaro sostiene che come l’autore musicale con le note e lo sceneggiatore con le parole, così il direttore della fotografia scrive il film con la luce dando rilievo agli spazi, alla profondità di campo attraverso giochi di luci e ombre e connotando le scene e i personaggi con il proprio linguaggio narrativo personale.  

Storaro e Bertolucci hanno condiviso trent’anni di lavoro raccontando film che fanno parte ormai della storia del cinema,  come Novecento, Il grande affresco di un’Italia popolare nella quale fanno irruzione nuovi ideali che cambieranno le vite e i destini dei protagonisti. La pellicola, del 1976, caratterizzato da una luce che segna il trascorrere del Tempo e delle stagioni in una dimensione lirica e attenta al realismo delle immagini, è stato oggi restaurato dalla Cineteca di Bologna proprio da Vittorio Storaro per omaggiare il suo grande amico Bertolucci a cui è rimasto profondamente legato. 

Storaro non ha mai amato essere definito Direttore della fotografia in quanto l’unico vero direttore del film era per lui il Regista, preferendo firmarsi e usare l’espressione Cinematografia ossia fotografia cinematografica. Sebbene l’avvento del digitale e di nuove tecnologie abbia cambiato e velocizzato i processi tecnici ed artistici, Storaro  sostiene tuttora che l’uso della luce e dei colori sarà sempre l’elemento fondamentale per scrivere visivamente la storia su immagini in movimento dove non è importante il mezzo ma l’ideazione cinematografica che risiede in un buona conoscenza del linguaggio della luce e dei suoi componenti, i colori e dei significati filosofici che questi rappresentano: la simbologia, la fisiologia e la drammaturgia. 

Riconoscere la fotografia come strumento fondamentale nella narrazione filmica ci aiuta a comprendere meglio il significato di un film e della sua storia; quando, nel buio della sala cinematografica, ci accorgeremo che la luce e i colori delle immagini sono in grado di trasmettere emozioni e arricchire la nostra fruizione di nuovi significati, allora avremo compreso il valore e i differenti linguaggi che compongono un’opera filmica, di ieri, di oggi e del futuro. 

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