Metis Cinema

INCOMUNICABILITA’ E RAPPORTI MALATI AL CINEMA

La lunga pandemia con la quale ci stiamo confrontando dai primi mesi del 2020 ha determinato un cambiamento nei rapporti sociali e interpersonali e ha stravolto completamente il nostro modo di comunicare con gli altri; un periodo che ha messo a dura prova le nostre vite costringendoci a rimanere isolati nelle nostre case e a gestire i rapporti con i nostri amici e parenti esclusivamente in forma virtuale e con le dovute precauzioni. Il senso di precarietà e incertezza legato alla imprevedibilità dell’evolversi della pandemia, soprattutto nelle prime fasi e poi le misure adottate come mascherine, distanze di sicurezza, eventi annullati, cinema e palestre chiuse, l’impossibilità di spostarsi e fare viaggi ci hanno portato a vivere in un mondo ovattato e silenzioso, privo di emozioni e di abbracci, alimentando paure e ossessioni che di conseguenza hanno condizionato le nostre relazioni. Anche il cinema, specchio della realtà, ha raccontato la difficoltà di comunicare con gli altri e il conseguente isolamento; uno degli autori che ha affrontato il tema dell’incomunicabilità, è stato il regista Michelangelo Antonioni.  Nella famosa Trilogia, L’Avventura (1960), La Notte (1961)  e L’Eclisse (1962) l’autore ha descritto, in forma estetica e stilistica, lunghi e impenetrabili silenzi, la solitudine e la noia, il lento vagabondare dei personaggi nelle periferie delle città deserte, la tristezza e la crisi esistenziale, il senso di vuoto e di smarrimento, l’alienazione e la disperazione. Stati d’animo e condizioni umane che tutti abbiamo vissuto durante il lockdown, che ancora oggi ci pervadono, caratterizzando ormai la nostra epoca. 

Il virus, quel nemico invisibile che ha messo in crisi e in pericolo le nostre vite, rappresenta ancora una minaccia e quelle azioni banali a cui eravamo abituati come abbracciarsi, darsi la mano, stropicciarsi gli occhi, assumono un significato diverso e ogni contatto con gli altri si circonda di un’atmosfera sospetta. Questo ci porta a stare sulla difensiva e a trasferire la nostra paura della minaccia sugli altri che diventano i nostri nemici e su cui sfoghiamo la nostra inquietudine.  

Nel film Contagion (2011) di Steven Soderbergh si parla della paranoia che nasce durante un’epidemia e dei comportamenti quotidiani che possono diventare improvvisamente letali come aprire una porta con un’innocua maniglia diventa un gesto spaventoso; mentre in It Follows (2014) di David Mitchell, la paura del virus e del contagio è strettamente legata alla paura dei nostri simili; poi ci sono film come Qualcosa è cambiato (1997) di James Brooks, una commedia che mette in mostra le ossessioni e le manie di uno scrittore di romanzi sentimentali che soffre di disturbo ossessivo-compulsivo e che offende costantemente tutti quelli che incontra e che appaiono diversi da lui; poi ci sono film come Lei (2013) di Spike Jonze, in cui la tecnologia prevarica l’intelligenza umana e i rapporti sentimentali non sono più autentici ma sostituiti da un’assistente virtuale dalla voce suadente ed empatica. Quello che ci ha lasciato la pandemia è la sensazione di vivere nella incombente paura di contagio e nella consapevolezza di dover accettare nuove forme di socialità, mentre ciò su cui il cinema ci spinge a riflettere è che si può imparare ad affrontare il diverso e le nostre paure, e che la nostra realtà è fatta di tante sfumature e che tutto può cambiare in un attimo. 

Lei di Spike Jonze

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