ATTUALITÀ

TRA RESISTENZA E RESA: I NATIVI AMERICANI OGGI

Negli ultimi 500 anni, i nativi americani hanno dovuto affrontare genocidi, dislocazioni e numerose forme di abuso fisico, mentale e sociale. 

I 6,7 milioni di indigeni che vivono attualmente nelle varie riserve degli Stati Uniti d’America sono ancora impegnati nel tentare di scendere, con fatica e dolore, a patti con la loro storia di perdita, saccheggio della propria identità spirituale e culturale e appropriazione indebita.

Ad oggi, perciò, sia le 300 tribù indiane riconosciute in altrettante riserve federali che le circa che le 130 non riconosciute dalle autorità federali sono totalmente tagliate fuori da qualsiasi aiuto statale, tanto da versare in condizioni di isolamento e assoluta indigenza.

(Copyright immagine: frame da Gather, documentary)

Alla radice delle numerose difficoltà sanitarie, educative e economiche che continuano a travolgere i nativi americani c’è di base il perpetuarsi dell’impossibilità di far fruttare quello che l’economista Hernando de Soto ha definito “il capitale morto” ovvero il non poter sfruttare, a seguito dei divieti governativi, una certa quantità di terra che su carta dovrebbe appartenere loro.

Non è un caso se uno degli stereotipi più comuni diffusi tende a far ipotizzare che le tribù native siano adesso incredibilmente ricche dopo le concessioni del Federal Indian Gaming Regulation Act (IGRA) che nel 1988 aveva concesso loro i diritti, da entità sovrane, di aprire all’interno di stati in cui sono vietati dei casinò in stile Las Vegas quando, in verità, la presenza di queste scintillanti bische nelle aride riserve naturali più che far diminuire la disoccupazione sta portando in maniera sempre più costante all’aumento di bancarotte, furti e dipendenze dal gioco d’azzardo.

(Copyright immagine: frame da Reservation Dogs)

I nativi americani contemporanei hanno insomma alti tassi di problemi legati sia alla salute sia fisica (come diabete, malattie cardiache, cancro, obesità, malattie del fegato, epatite e ictus) che psicologica, come il crescente numero annuale di casi borderline di violenze domestiche, abuso d’alcool e suicidio giovanile (quest’ultimo diventato negli ultimi anni per le ragazze native tra i 10 e 14 anni la prima causa di morte).

È stata la dottoressa Maria Yellow Horse Brave Heart, docente associato presso l’Università del New Mexico, la prima studiosa a sviluppare “la teoria sul trauma storico e collettivo” nei nativi americani, ovvero l’idea che quel persistente e perenne dolore che ancora incatena questo popolo sia dovuta a quella ferita emotiva e psicologica squarciatasi durante la prima invasiva colonizzazione e mai rimarginata di generazione in generazione.

(Copyright immagine: frame da Souting Secrets)

Dopo la guerra biologica attraverso l’introduzione di malattie occidentali, le politiche discriminatorie del XIX secolo che hanno letteralmente falcidiato modi di vita tradizionali, lingue, canti, danze e saggezze antiche degli anziani hanno inevitabilmente sviluppato giovani una coriacea incapacità di riconoscersi sia all’interno della cerchia tribale che della cultura moderna dei colonizzatori.

Una disperazione cupa legata alla povertà (in alcune riserve circa l’85% della popolazione è disoccupata) e alla mancanza di opportunità economiche che ovviamente in questo periodo economico complesso sta allargando anche il bacino di analfabetismo e rinuncia alle opportunità di istruzione oltre che spegnendo quel desiderio di indipendenza progettuale personale, tanto che secondo uno recente studio sul “The Condition of Education 2020“, gli studenti nativi americani hanno dei pericolosi ritardi di apprendimento in lettura e matematica e risultano avere due volte più la probabilità di abbandonare la scuola rispetto ai propri coetanei caucasici.

(Copyright immagine: frame da Little Chief)

Nonostante lo zoccolo duro dei gravi problemi di salute mentale tra la popolazione dovuti ai già citati fattori di rischio come aggressione tra le mura domestiche, mancanza di opportunità lavorative e abuso di alcool non sembra ancora ammorbidirsi, è comunque presente oggi una generazione di nativi americani che sta iniziando a far rifiorire la speranza e l’orgoglio nelle tribù con l’obiettivo di trovare il giusto equilibrio tra la rivitalizzare la propria identità culturale e il vivere in un mondo dominato dalla cultura dominante e pop

Determinati a rompere i legami del trauma storico, questi giovani attivisti sono decisi a dimostrare che la cultura nativa non è solo una parte del passato ma un’entità attuale e dinamica, tanto mai come in questo periodo storico sta assumendo importanza la celebrazione, a novembre, del “National American Indian Heritage Month” per l’intento di riconoscere non soltanto gli importanti contributi dei nativi alla Nazione ma educare il pubblico alla consapevolezza delle sfide uniche che i nativi americani hanno affrontato in passato e continuano in forme diverse ad affrontarne nel mondo contemporaneo ancora non pienamente capaci di librarsi da terra come aquile sante.

(Copyright immagine in evidenza: COMPOSITE. GETTY IMAGES, ©MARSHALL STIEF,  NETFLIX )

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