LE INTERVISTE

IL RUOLO DELL’EDUCATORE CINOFILO: INTERVISTA A GAIA QUINTO

L’educatore cinofilo è una figura di riferimento per chi ha un cane. Educare il proprio cucciolo è importante per un buon inserimento nella società e per un perfetto adattamento alle varie situazioni di vita. L’educatore previene possibili problemi comportamentali dell’animale che spesso sono la conseguenza di errori compiuti dal padrone. Ciononostante non a tutti è chiaro a chi e quando serva davvero, così come non è chiaro cosa debba e non debba fare. Per approfondire l’argomento e avere consigli pratici abbiamo intervistato Gaia Quinto, educatore cinofilo e operatore di zooantropologia didattica Siua.

Ciao Gaia, grazie per aver accettato il nostro invito per l’intervista. Presentati ai lettori.

Ciao Tonia, grazie a te e Metis Magazine per questa splendida opportunità. Mi chiamo Gaia, sono nata a Policoro, in provincia di Matera, città dove vivo e abito. Nella vita sono educatore cinofilo e operatore di zooantropologia didattica Siua. Attualmente sto studiando per ottenere la qualifica di specializzazione di Istruttore Cinofilo.

A cosa serve, cosa fa e qual è il compito dell’educatore?

Il compito dell’educatore cinofilo è quello di aiutare a migliorare la relazione tra il cane e il suo compagno umano. Il cane è il nostro compagno di vita eppure spesso ci troviamo impreparati ad affrontare la vita insieme. L’obiettivo primario dell’educatore è quello di fornire alla coppia gli strumenti necessari per conoscersi reciprocamente, colmare le distanze tra il mondo dell’uno e quello dell’altro, imparare a “camminare” insieme autonomamente. L’ educatore ha, inoltre, il compito di insegnare alle persone che possiedono un cane, di inserirlo adeguatamente nel contesto familiare e sociale.

Quando serve quindi rivolgersi all’educatore?

È preferibile contattare un educatore cinofilo nel momento della scelta del cane affinché ci indichi quello più adatto al nostro stile di vita. Ad esempio, se salviamo dal canile un meticcio di pastore conduttore per poi pensare di tenerlo tutto il tempo solo in giardino non ci sarà da stupirsi se molto presto si darà al giardinaggio distruggendo tutto il prato. Se scegliamo di regalare, invece, un Jack Russell alla nonna per compagnia (perché sono animali piccoli e simpatici), non ci sarà da stupirsi se si ritroverà con tutti i cuscini del divano sbrindellati per casa. Se non lo abbiamo fatto prima, è importante rivolgersi ad un educatore, quando il cucciolo mette piede in casa per la prima volta. I cuccioli sono come “spugne”: assorbono qualsiasi cosa con cui vengono in contatto. Una piccola mancanza, un piccolo errore, un’esperienza fatta in maniera sbagliata viene registrata e trasferita nella costruzione della sua identità.

Quali sono le maggiori difficoltà che incontri nel relazionarti con i proprietari?

Relazionarsi con i proprietari è la parte più difficile del mio lavoro. Chi decide di intraprendere un percorso con un educatore è sicuramente una persona che vuole investire nel rapporto, vuole il meglio per il proprio amico a quattro zampe. La maggior parte delle volte, però, si ritrova impreparato perché il suo rapporto con il cane viene inevitabilmente messo in discussione, viene stravolto. Il nostro compito è quello di promuovere un cambiamento senza farli sentire in colpa.

Educatore cinofilo - Gaia Quinto

Il Covid-19 ha cambiato le nostre vite e le nostre abitudini. Quali sono stati gli effetti che la pandemia ha avuto sugli animali, sui cani in questo caso?

Sono in corso studi circa gli effetti che la pandemia da Covid-19 ha avuto sui nostri cani, sui cuccioli in particolare. Il Covid ci ha cambiati e inevitabilmente ha cambiato anche loro. Tanti cuccioli sono stati adottati in quel periodo, cuccioli che come noi, sono rimasti rilegati in appartamento senza la possibilità di fare esperienze mirate nel mondo, né di mettersi alla prova. Un cane diventa adulto già a due anni. Prima di allora si trova nella fragilissima fase dell’età evolutiva, periodo indispensabile per definire i caratteri di base dell’identità. L’età evolutiva è divisa in tappe ed ognuno di queste tappe corrisponde ad una finestra temporale che si apre verso il mondo, la ricerca di opportunità possibili per apprendere e costruire l’identità. Una volta che la finestra è chiusa è impossibile riaprirla. Per ognuna di queste finestre il cane necessita di fare un’esperienza mirata per diventare, al raggiungimento dei due anni, un adulto equilibrato. Se la pandemia ha creato così tanti disagi in noi, figuriamoci cosa possa aver scatenato in un essere che comincerà ad affacciarsi nel mondo direttamente in età adulta. La mia esperienza, mi ha permesso di osservare alcune situazioni critiche. La prima denota il motivo per cui sono stati adottati così tanti cani. Per tante persone, adottare un cagnolino è stato un tentativo per alleviare la solitudine in tempo di pandemia. È vero che un cane può fare molta compagnia ma è anche vero che non dovrebbe essere quello l’unico motivo per adottarne uno. Parlando con queste persone, ho scoperto quanto fossero alte le loro aspettative durante l’attesa del cucciolo e quanto poi siano state disilluse dopo il suo arrivo, inficiando terribilmente la relazione e l’idea che avevano di lui. Le relazioni sono un dare e avere costante: non possiamo delegare ad altri la responsabilità del nostro stato emotivo. La seconda è rappresentata dai problemi del post Covid. I nostri cani si sono abituati ad averci vicini 24 ore su 24. Addirittura c’è chi, per compagnia, ha deciso di far entrare nelle proprie abitazioni cani che fino a quel momento tenevano rilegati in campagna. In seguito, improvvisamente, ci hanno visto rientrare a lavoro, alle nostre faccende, ai nostri hobby, senza prima essere stati preparati a questo passaggio. Questo ha portato ad un aumento esponenziale di problematiche. Cani che non riescono più a stare da soli, distruggono casa, ululano, smettono di mangiare, cominciano a marcare dentro casa, si auto-lesionano. Ma non tutti i mali vengono per nuocere! Tra gli aspetti positivi, invece, la riscoperta del rapporto con il proprio cane.

Qual è la situazione che hai osservato nella nostra regione e nella zona del Metapontino, in particolare?

La cultura del cane si sta facendo strada velocemente qui in Basilicata e sono sempre di più le persone che decidono di impegnarsi in questa relazione straordinaria. Come spiegato nel corso di questa intervista, il cane non viene riconosciuto nella sua interezza, non si conoscono i suoi bisogni, né le sue esigenze. Nel nostro territorio l’agricoltura rappresenta il cuore pulsante dell’economia e sebbene il centro della vita si sia spostato ormai da diverso tempo nei paesi, le tradizioni della vita rurale continuano ad accompagnarci in ogni aspetto della nostra esistenza, compresa la visione del cane. Da una parte c’è chi ha fatto propria la cultura dei nostri avi e propende per la visione: “il cane deve fare il cane”. La differenza è che in passato “il cane faceva il cane” affiancando le attività dell’allevatore e dell’agricoltore. Venendo meno le sue funzioni, al cane non resta che il riconoscimento dell’essere diverso e per questo, molte volte, si trova recluso all’esterno, isolato dai suoi affetti e senza possibilità di azione. Dall’altra parte, invece, assistiamo alla visione opposta: “per me il cane è come un figlio”. È il pensiero di chi si è emancipato dalla vita rurale e abita il centro abitato. I cani vivono negli appartamenti, dormono nei letti, mangiano insieme a noi ma molto spesso non hanno la possibilità di esprimere sé stessi. Viene riconosciuta la loro identità ma non la loro diversità. Sembrano due visioni opposte, eppure, in entrambi i casi, viene meno l’alterità animale: l’essere soggetto della sua vita e allo stesso tempo l’essere diverso. Ne consegue una convivenza frustrante e forzata, che è alla base di gran parte degli abbandoni. In Basilicata non abbiamo, purtroppo, una raccolta di dati che ci dia una stima dei numeri su questo fenomeno. Con certezza, posso affermare che questa situazione riguarda non solo la nostra regione ma anche il resto d’Italia. Più di un collega mi ha riferito di trovarsi in grosse difficoltà con cani che erano stati “salvati” dai canili della Basilicata e ora vivono a Milano o a Bologna in una situazione di assoluto disagio, perché totalmente impreparati ad affrontare quel mondo. Approfitto di quest’intervista per lanciare un appello ai veterinari privati, a quelli delle Asl, ai comuni, ai canili e soprattutto ai volontari. Possiamo fare tanto per i cani del nostro territorio, ma nessuno di noi può farlo da solo. La mia speranza è quella di riuscire ad unire le forze e di creare una rete in cui ognuno possa mettere la propria figura professionale al servizio di un progetto comune finalizzato non ad allontanare quanti più cani possibili ma a rivalorizzare il nostro territorio, a preparare i cani ad uscire dai canili con le competenze necessarie per affrontare la loro nuova vita e ad infondere nelle persone la consapevolezza di chi sia un cane e di cosa voglia dire vivere con esso.

Per informazioni: Gaia Quinto 348 036 8670 – Instagram

Copyright foto: Gaia Quinto

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