CULTURA

IL TEATRO DELL’USIGNOLO ALLA RADIO

La radio ancora oggi rappresenta un mezzo di comunicazione di grande fascino, quel luogo dove le parole, come sosteneva il sociologo Marshall McLuhan, “assumono improvvisamente nuovi significati, una stanza degli echi che ha il potere di toccare corde remote e dimenticate”. Le prime trasmissioni radiofoniche nascono nel 1924 e per decenni il mezzo radiofonico è stato nel nostro paese l’unica fonte di informazione, d’intrattenimento e di diffusione della lingua italiana, negli anni trenta diventa servizio pubblico e si trasforma in uno strumento di propaganda del regime fascista. Ciò che contraddistingue la radio dagli altri mezzi di comunicazione è il linguaggio radiofonico, esclusivamente parlato, costituito da testi scritti e letti ad alta voce, che esclude qualsiasi tipo di linguaggio gestuale. La forza espressiva del linguaggio radiofonico si esprime proprio quando riesce a far coincidere sensazioni emotive e comunicazione razionale, è musica e melodramma, suono e parole, e per questa sua particolarità, l’uso del linguaggio radiofonico richiede una scelta molto accurata del lessico prediligendo l’utilizzo di termini comuni per costruire un discorso accessibile a tutti. Tra gli elementi fondamentali riconosciamo il rumore o il suono definito come né propriamente verbale né propriamente musicale, ma come effetto ‘naturale’ nel momento in cui l’associazione tra un suono e il suo significato, come sosteneva il grande Umberto Eco, “è culturalmente riconosciuta e sistematicamente codificata”, in particolare quando l’ascoltatore ‘riconosce’ un particolare ‘rumore’ e lo interpreta nello stesso modo in cui viene inteso dall’autore del programma, perché entrambi fanno riferimento a un medesimo codice culturale; poi c’è il silenzio, elemento di fondo del linguaggio radiofonico, soprattutto perché l’uso sapiente delle pause in un discorso, in una musica, o in una serie di suoni o rumori, può comunicare una vasta gamma di stati d’animo e sensazioni. L’uso della pausa è estremamente utile per valorizzare l’espressività del testo parlato, creando, attraverso l’attesa, una maggiore attenzione o suggestione e suggerendo riflessioni profonde in modo da evitare pause troppo lunghe, in gergo definite ‘buchi’, che possano interrompere la comunicazione. Un esempio di questo connubio tra parola e rumore è rappresentato da una delle più importanti e originali trasmissioni radiofoniche del dopoguerra, il Teatro dell’Usignolo. Una rubrica dedicata alla poesia che andò in onda per la prima volta il 12 Novembre 1947 con una puntata dedicata al grande poeta Giacomo Leopardi e al Dialogo di Cristoforo Colombo e di Pietro Gutierrez, recitato con voci sussurrate e un sottofondo musicale, che quella sera accompagnò gli ascoltatori sostituendosi al libro da comodino. L’appuntamento del mercoledì sera, dalle 23.25 alle 23.45, era come un canto che si diffonde nelle ore notturne quando il silenzio domina inosservato, il momento migliore per pensare, ascoltare e immaginare; Il Teatro dell’Usignolo è la storia di grandi collaborazioni artistiche, di grandi autori e di talentuosi “rumoristi ” ma è anche la storia di alcuni intellettuali e della loro voglia di raccontare la poesia attraverso la ” messinscena “, estremamente attenti a fattori come intonazione e modulazione, essi riuscirono a fondere il puro elemento sonoro della parola con suoni, silenzi, sfumature e musiche in un accordo suggestivo capace di rendere al meglio le qualità del testo poetico accompagnato dalla voce di fini poeti che interpretavano le atmosfere con fruscii, passi, sospiri, perfino porte sbattute e rumori che affascinarono migliaia di ascoltatori. Il Teatro dell’Usignolo nacque da un’idea di Gian Domenico Giagni e Leonardo Sinisgalli, due intellettuali lucani (Sinisgalli era nato a Montemurro nel 1908 e Giagni a Potenza nel 1922) che concepirono un programma da trasmettere nelle ore notturne, in un momento propizio all’ascolto introspettivo della poesia; entrambi si ispirarono a varie esperienze radiofoniche europee e americane, come il poeta surrealista Robert Desnos, che operava prima della guerra presso la radio francese, o Archibald MacLeish a New York, o ancora il Third Programme da poco varato dalla BBC o lo Stage d’ètudes diretto da Jacque Copeau in Francia.

I poeti Sinisgalli e Giagni, con l’aiuto e il talento del maestro Gino Modigliani per la scelta delle musiche e di Franco Rossi per la regia dei testi, i “quattro dell’usignolo”, costituirono una piccola redazione, compatta e affiatata, sostenuta da Sergio Pugliese, Direttore dei Programmi di Prosa Radiofonici e da attori a cui era affidata la recitazione poetica, come Renato Cominetti, Adriana Parrella, Wanda Tettoni, Antonio Crast, Luciano Mandolfo, Antonio Bonucci, oltre che agli stessi poeti come Libero De libero, o ai traduttori come Romeo Lucchese.La voce della poesia in ogni luogo e in ogni tempo cominciò a diffondersi attraverso la radio, da Virgilio a Eliot, da Saffo a Puskin a Walt Whitman, da Rike a Corazzini, da Salvatore di Giacomo a Shakespeare, da Gide a Mc Leish a Montale, e ancora Goethe, Shelley, Apollinaire per dare vita ad un programma innovativo, colto e suggestivo, spontaneo ed eclettico, attento all’ essenza dei testi come alle potenzialità specifiche del mezzo radiofonico, e che già dopo pochi mesi di programmazione vantava una platea ampia e affezionata di ascoltatori (150mila nel 1948). 

Il Teatro dell’Usignolo rappresentò, per vari motivi, un momento fondamentale dell’ evoluzione culturale della radio italiana, volto a mettere in luce un linguaggio che, senza rifarsi agli stilemi della recitazione convenzionale, fosse in grado di esaltare la potenzialità evocativa del mezzo radiofonico e che nasce in un’epoca storica che stava ricostruendo quello che il Regime avevo portato via: il sapere e la cultura; allo stesso modo la radio, “un medium cosmico che stimola non solo il nostro udito ma sommuove la nostra coscienza”, come la definiva Sinisgalli, “una delle poche invenzioni moderne adatte ad accogliere la voce dei poeti”, come soleva dire Giagni, donava, come un canto notturno, conforto per l’anima.

copertina : Photo by Alessandro Cerino on Unsplash

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