CULTURA

LA TRADIZIONE LUCANA DEI FUOCHI DI SAN GIUSEPPE

Ogni anno, la sera del  18 Marzo, a Matera e in molti paesi della Basilicata come Castelluccio Inferiore, Pignola, Ferrandina, Montescaglioso, Marsico Nuovo, Tito, Ruvo del Monte e tanti altri, le piazze si illuminano di grandi falò attorno a cui si riuniscono gli abitanti per celebrare la Festa di San Giuseppe, un antico rito che unisce fede cristiana e culto pagano, fortemente legato alla cultura della nostra terra. Questa tradizione risale ai riti arcaici del fuoco, elemento di purificazione e propiziatorio per il raccolto; il falò richiama il focolare domestico, simbolo di aggregazione di una comunità, come il fuoco acceso da San Giuseppe nella grotta di Betlemme per riscaldare il Bambinello e Maria.  Infatti, nelle case, si trovano affisse immagini o piccole statue raffiguranti San Giuseppe con in braccio il Bambino Gesù per proteggere le case e le persone care, poiché il Santo è il simbolo della famiglia, dell’umiltà e della semplicità e non a caso, la festa in suo onore coincide con la giornata dedicata ai papà.

La tradizione popolare dei fuochi di San Giuseppe è una manifestazione che coinvolge attivamente le comunità locali dei piccoli paesi lucani, una serata magica in cui si celebrano la Festa del Papà, San Giuseppe e l’arrivo della primavera, infatti i rituali pagani delle popolazioni pre-cristiane servivano per salutare l’inverno e accendere i falò era di buon augurio per l’arrivo della primavera del 21 Marzo. Per questa occasione, le donne preparano “la pup “ o “lu casazz”, la bambola di pezza piena di petardi  “i trun “ che veniva posta sul falò per rappresentare l’inverno che bruciava e andava via per lasciare il posto alla primavera, e come rito di purificazione dagli spiriti maligni; se la bambola fosse bruciata tutta d’un colpo ci sarebbe stata un’annata brutta,  se invece fosse arsa lentamente ci sarebbe stata un’annata buona.

La preparazione dei falò, secondo la tradizione, inizia un mese prima con la raccolta da parte degli uomini e dei ragazzini di “ r’ zeppr “ tralci delle viti che erano state potati, o “r’ troppl” pezzi di alberi tagliati, i “fascìne” di ginestra per ravvivare il fuoco per tutta la durata della festa; con questa legna si accendono enormi cataste nelle piazze e nelle borgate rurali, per lasciarsi alle spalle l’anno trascorso e augurarsi una buona stagione. Negli ultimi anni, in alcuni paesi, ogni rione o quartiere organizza il proprio falò per fare a gara a chi riusciva a farlo più grande, ma ciò che caratterizza principalmente il falò di San Giuseppe in Basilicata, è ballare intorno al fuoco al ritmo della tarantella suonata da organettisti improvvisati, degustare pizze rustiche e le famose Zeppole di San Giuseppe, bere buon vino paesano e divertirsi fino a notte fonda.

A fine serata, o meglio verso le prime ore del mattino seguente, è tradizione arrostire le patate nella brace creatasi dopo ore e ore di fuoco, e portare nella propria casa un po’ di brace che viene considerata benedetta. Focarazz”,“fucanoi”,“fusteletuat”,“ fucatazzi”, “fucarazz” sono tanti i nomi che vengono dati ai falò che illuminano e riscaldano le piazze dei paesi lucani non solo in occasione della Festa di San Giuseppe, ma anche di altre feste popolari come quella di Sant’Antonio Abbate il 17 Gennaio, perché il “fuoco” non solo rianima la festa con il suo calore e la sua luce, ma rappresenta simbolicamente la volontà di abbandonare il vecchio a favore del nuovo e rigenerare la natura circostante di nuova vita.

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