LE INTERVISTE

ALLENARE LO SGUARDO NARRATIVO: INTERVISTA AD ALESSANDRA MINERVINI

Scrittrice, writing coach, editor, Alessandra Minervini è una delle personalità più poliedriche del mondo della scrittura. Una levatrice di storie caparbia e appassionata, lo si deduce già dalla citazione di John Fante che ha scelto per accoglierci nel suo sito www.alessandraminervini.info:

«Per scrivere bisogna amare, e per amare bisogna capire».

Dopo aver frequentato il Master biennale della Scuola Holden (2005) e il Corso Rai in Sceneggiatura cinematografica e televisiva (2007), dal 2008 a oggi le sue attività principali riguardano i laboratori di scrittura, l’editing e lo scouting editoriale, oltre alla pubblicazione delle sue opere. Il suo primo romanzo, Overlove (Liberaria 2016), è stato riconosciuto come uno degli esordi narrativi più promettenti degli ultimi anni. Ha inoltre pubblicato Bari, una guida (Odos Edizioni 2020) e svariati racconti sulle principali riviste letterarie italiane (a partire dal 2012). 

Il suo ultimo libro, Una storia tutta per sé (Les Flaneurs 2021), è il frutto della sua lunga esperienza nel mondo dell’insegnamento della scrittura.   

Alessandra, raccontaci di te: ti definisci una poliscrittrice e svolgi moltissime attività, tutte legate dal fil rouge della passione per le storie. Come si sposano le tue diverse prospettive sul mondo dei libri?

Il mondo credo di averlo conosciuto prima leggendo che vivendo. Sono sempre stata una persona, anche da bambina, in overbooking di immaginazione. Quindi credo che la necessità di immaginare altro, rispetto a ciò che vedo e vivo nella realtà mi conduca a spalancarmi nel mio mondo letterario. Quando lavoro e quando scrivo e leggo, non fa differenza. E non ho usato a caso il termine “spalancarmi”. Il senso comune associa la vita letteraria a un gesto di chiusura e solitudine. È pur vero. Il fatto è che quando leggo, quando scrivo, quando faccio lezioni o incontri sulla scrittura io sento proprio l’aria che si apre, mi sento più vicina al mondo esterno di quanto non lo sia nelle situazioni ufficialmente sociali.

Come avrai intuito, ho un debole per la citazione di Fante che hai scelto di riportare sul tuo sito: «Per scrivere bisogna amare, e per amare bisogna capire». Da esperta della scrittura in tutte le sue forme, e in particolare di scrittura autobiografica, come definiresti il legame fra scrittura, amore e comprensione?

Le storie sono legami e i legami hanno bisogno di cura, di parole, di prove e di verità. Per certi versi innamorarsi di una storia, di una visione, di un personaggio non basta per scrivere. Scrivere è innamorarsi, a qualcuno succede anche ogni giorno o comunque  più di una volta nella vita. Ma amare è stare insieme, creare legami e tenerli saldi di fronte alle intemperie, proteggerli e nello stesso tempo lasciare che siano anche liberi di esprimersi. Raccontare (e finire di scrivere) una storia è la stessa cosa.

Sei un’insegnante di scrittura affermata, e prima sei stata anche un’alunna della stessa scuola con cui ora collabori, la Scuola Holden. I corsi di scrittura sono da sempre circondati da un alone di scetticismo: per alcuni la predisposizione alla scrittura è un talento naturale e come tale sarebbe impossibile da insegnare, per altri i corsi di scrittura sfornano libri tutti uguali. Come risponderesti a queste accuse sulla base della tua duplice esperienza (studentessa prima e insegnante poi) in questo ambito?

La  mia esperienza alla Scuola Holden, nel lontano biennio 2003/2005, mi ha insegnato una cosa che vale ancora oggi: tu non sei l’unica. Questo atteggiamento di sentirsi unici, gli eletti, i primogeniti fa male a chi scrive, in generale, ma in particolare a chi ha ambizioni editoriali. Dentro una scuola, o in un corso di scrittura, il  sé arroccato di chi scrive si svilisce e si amplia, producendo una consapevolezza che rende il tuffo nel vuoto, che è ogni esordio, più morbido. Io credo che questo sia fondamentale per chi scrive: confronto e consapevolezza. E una buona scuola di scrittura li rende possibili. Per quanto riguarda l’appiattimento dello stile, o comunque una certa omologazione narrativa, anche questo è vero. Non sempre. Ma è accaduto e accade. Solo che la responsabilità è anche di chi scrive, perché sceglie di uniformarsi oppure non sa fare diversamente. Scrivere è qualcosa che si può insegnare e ne sarò convinta per sempre. Ma la voce di chi scrive, invece, appartiene a chi ce l’ha. E chi ce l’ha, la fa sentire eccome.

La tua attività come insegnante di scrittura è al centro del tuo ultimo libro, Una storia tutta per sé (Les Flaneurs 2021). Quando e come nasce il desiderio di raccogliere la tua esperienza sul campo in un testo scritto?

Questo libro nasce dal desiderio di stabilire dei punti fermi rispetto al mio lavoro. Un’esigenza che ho ritenuto necessaria, dopo un po’ di anni. Una specie di bisogno di fare ordine nel caos creativo. Ho tenuto la prima edizione del laboratorio autobiografico, Una storia tutta per sé,quasi dieci anni fa, nato dall’esperienza alla Scuola Holden. Questo libro raccoglie le radici delle storie che sono nate dentro il laboratorio, comprese le mie.

I tuoi studenti occupano molto spazio all’interno del libro: spesso racconti confronti avvenuti a lezione, prendi spunto dalle loro osservazioni, riporti anche esempi di svolgimento degli esercizi assegnati durante il corso. La condivisione di un’esperienza intensa come quella della scrittura crea un legame particolare?

Il laboratorio è molto intenso, si crea un’energia che scavalca anche il video dei nostri computer. In presenza poi la sensazione di trovarsi in universo parallelo e condiviso è ancora più forte. Il mondo fuori non esiste più e tutto ciò che accade è dentro la stanza in cui si scrive. Questa condizione di massima concentrazione e di elevato grado di separazione dal resto espone i partecipanti alla propria fragilità e questo è un bene. Non si può scrivere nulla di buono, soprattutto se si parte dal proprio vissuto, senza mostrarsi felicemente e maledettamente fragili davanti alla propria storia.

Uno dei primi scopi che si prefiggono sia il tuo manuale che il tuo corso è quello di guidare l’aspirante scrittore a individuare la propria «storia tutta per sé». Quanto è importante trovare “la storia giusta” e come si può imparare a riconoscerla?  

Il laboratorio è stato fucina di talenti, pubblicati o meno. Non esagero. Chi lo ha fatto descrive il percorso come un’esperienza di trasformazione. Molti di loro iniziano a scrivere grazie a Una storia tutta per sé. Penso a Bianca Favale e il suo esordio Il posto dei santi che è nato all’interno del laboratorio come idea e poi lei lo ha scritto nel tempo, seguendo però quella voce nata durante uno degli esercizi svolti in aula.

Nel libro offri molti consigli a chi si appresta a scrivere la propria storia, ma a volte tiri anche le orecchie, in particolare in merito alla necessità di imparare a distinguere il semplice desiderio di sfogo da un’istanza creativa.

A questa domanda non c’è una vera risposta, almeno non una sola risposta. Il discrimine tra scrivere solo per se stessi e scrivere per raccontare una storia a un pubblico di lettori lo stabilisce il tempo. Io però non sono contraria alla scrittura come sfogo espressivo di per sé. Ritengo solo difficile che uno sfogo possa poi diventare un libro. Ma scrivere, sempre. Se facendolo siamo felici.

Una storia tutta per sé è un manuale di scrittura, fra l’altro scorrevole e immediato, ma a tratti si avvicina anche alla critica letteraria. In particolare dedichi ampio spazio alle “Verità eterne” tramandate da alcuni grandi autori della letteratura contemporanea: Sidonie-Gabrielle Colette, Annie Ernaux, Cesare Pavese. Quale rapporto intrattieni con i tuoi “autori modello”?

Un rapporto spirituale. Ho una passione per le vite letterarie da tempo immemore, e prima di qualsiasi moda editoriale. Chi vive la scrittura con le viscere, come faccio io, sia naturalmente predisposto a conoscere le viscere di scrittrici e scrittori amati. Così faccio io. Non solo leggo tutto avidamente ma divento lettrice anche delle loro vite. Non per sentirmi come loro ma per sentirli vicini a livello creativo, e anche umano.

Sempre a proposito dei modelli letterari, spesso il primo scoglio che gli esordienti incontrano è la difficoltà nel riuscire a far emergere la propria voce. In che modo i nostri libri-radice possono aiutarci a individuare il nostro stile e il nostro immaginario? Come si passa dall’esigenza di riconoscersi negli altri alla capacità di conoscere se stessi e la propria identità autoriale?  

Questa domanda è perfetta per consigliare a tutti di leggere la risposta nel mio libro, in particolare nei Rifornimenti di Claudia Durastanti, che racconta come ha scoperto la sua voce leggendo quella di un’altra adorata scrittrice.

Oltre alla sezione “Verità eterne”, ognuna delle tre parti in cui è suddiviso il libro contiene anche una sezione di “Rifornimenti”, che ospita interviste ad alcune fra le scrittrici italiane più affermate del momento. 

Sì, come ho anticipato prima ne fanno parte Claudia Durastanti, Elena Varvello e Giulia Carcasi. Sono loro le protagoniste della sezione “Rifornimenti” una sorta di backstage dell’universo che appartiene alle loro letture ispiratrici. Vorrei organizzare una cena con Elena Varvello, Claudia Durastanti e Giulia Carcasi: tutte insieme. Sono le tre scrittrici presenti nel volume che per tre motivi diversi hanno influenzato le mie letture,  soprattutto riguardo la scelta di alcune scrittrici che, anni fa, non conoscevo o che conoscevo ma forse non avrei mai letto se non le avessi viste attraverso la loro passione. In questa cena faremmo scintille, potrebbero nascere ispirazioni e discorsi interessanti su Annie Ernaux, Flannery O’ Connor Virginia Woolf. Perciò, ragazze questo è un invito serio: organizziamoci.

Mi avvio alla chiusura con una domanda che mi porto dentro da quando ho terminato la lettura del libro. Nella sezione “Rifornimenti” abbiamo scoperto da dove è nato il desiderio di scrivere di Giulia Carcasi, Elena Varvello e  Claudia Durastanti. E da dove è nato il desiderio di scrivere di Alessandra Minervini?

Penso da quando so scrivere, e ho capito, pur inconsapevolmente, che scrivendo posso essere e posso fare ciò che voglio.

Chiudiamo con una domanda di rito. Quali sono i tuoi progetti per il futuro, i tuoi sogni, gli obiettivi che vorresti ancora raggiungere?

Resto in casa con la risposta e dico che vorrei che questo libro fosse tradotto in più lingue. Sarebbe un’esperienza di arricchimento non solo del mio ego, ma sarebbe la strada più naturale per un percorso di lettura e scrittura come questo: scoprire quali sono le storie tutte per sé in giro per altri Paesi, altre culture, altri mondi narrativi.

Intervista a cura di Annachiara Biancardino

(Copyrigh immagine in evidenza)

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