ALLA PIÙ BELLA… DAL POMO D’ORO ALLA GUERRA DI TROIA. PARIDE: EROE O ANTIEROE?

Chi di noi non ha sentito parlare, almeno una volta nella vita, del pomo della discordia e della guerra di Troia che da esso scaturì?

Il mito narra che durante il banchetto organizzato da Zeus in occasione delle nozze tra la ninfa Teti e il mortale Peleo, da cui nacque poi il valente Achille, la dea della discordia Eris – irata per non essere stata invitata al banchetto nuziale – lanciò sul tavolo degli ospiti una mela d’oro. Su questa era incisa l’iscrizione “Alla più bella”. Le tre dee Era, Atena e Afrodite si contesero il pomo e si recarono al cospetto di Zeus perché scegliesse chi tra loro fosse meritevole di riceverlo. Ma il padre degli dèi, non volendo assumere un comportamento parziale che di certo gli avrebbe reso vita non facile con le escluse, decise che a scegliere fosse un mortale.

L’ingrato compito spettò a Paride, uomo molto caro al dio Ares, inconsapevole delle ripercussioni che la sua decisione avrebbe avuto sulla storia di Achei e Troiani. E così dinanzi a questi, che pascolava sul monte Ida, le tre dee furono condotte da Ermes, affinché la scelta fosse operata.

Ciascuna delle dee promise a Paride una ricompensa in cambio della decisione: Atena lo avrebbe reso sapiente e imbattibile in guerra; Era gli promise ricchezza, poteri immensi e gloria per il suo nome; Afrodite, in ultimo, l’amore della donna più bella.

Paride scelse quest’ultima e grazie all’intercessione di Afrodite rapì la meravigliosa Elena, moglie del re di Sparta Menelao, scatenando così la memorabile e storica guerra di Troia. Paride era infatti uno dei cento figli di Primo, il re della città di Troia, che fu assediata dagli Achei per vendicare l’affronto ricevuto da Menelao.

Della guerra più famosa e affascinante di tutti i tempi è il poema epico dell’Iliade a narrare gli ultimi 51 giorni, mentre all’Odissea va il merito di aver raccontato il ritorno in patria di Odisseo, artefice, secondo il mito, dello stratagemma del famigerato cavallo di legno grazie al quale fu possibile per gli Achei entrare nelle mura troiane, ritenute ormai inespugnabili, dopo ben dieci anni di assedio.

Come per ogni evento mitologico che si rispetti, naturalmente, anche sulla distruzione di Troia aleggia l’ombra della preveggenza. Sembra infatti che la tragedia fosse stata annunciata.

Poco prima della nascita di Paride, infatti, sua madre Ecuba sognò di dare alla luce un tizzone ardente a causa del quale la ridente città di Troia sarebbe stata incendiata. Un indovino di nome Esaco, figlio dello stesso Priamo e della ninfa Alexirroe, preavvertì Priamo che il sogno di Ecuba preannunciava la tragedia e che, dunque, Paride doveva morire. Il bambino, quindi, fu affidato da Priamo a un pastore, che lo abbandonò sul monte Ida, ma dopo 5 giorni, trovandolo ancora vivo ne ebbe pietà e lo tenne con sé. Ecco spiegato il motivo per cui le tre dee che si contenevano il pomo d’oro furono condotte al cospetto di Paride proprio sul monte dove egli conduceva la propria vita da pastore, ignaro dei suoi nobili natali.

Le vicende legate alla controversa figura del principe pastore sono parecchio articolate. Il “bello qual dio”, secondo la definizione che ne dà Omero nell’Iliade, non doveva essere particolarmente valente, né il suo amore per Elena così forte, dato l’epilogo della storia. Ma nonostante lo scarso coraggio, Paride fu l’artefice della morte di Achille, che egli colpì scoccando una freccia e colpendolo nel suo unico punto vulnerabile, il tallone. A dire il vero si narra che quella freccia fosse guidata dalla benevolente mano di Ares, cui Paride – come dicevamo poco sopra – era molto caro.

Poco dopo tale episodio Paride trovò anch’egli la morte, colpito da una freccia scagliata dall’arco di Ercole, nelle mani di Filottete. Ferito a morte chiese ai suoi amici di riportarlo a quella che considerava casa propria, sul monte Ida, da colei che un tempo era la sua donna, Enone, e che aveva abbandonato per inseguire il sogno di congiungersi con la più bella donna del mondo conosciuto. Enone negò il suo aiuto all’ex sposo e decise di non prestargli le proprie cure per vendicarsi dell’abbandono subito; e così il ferito a morte venne riportato a Troia dove morì. Enone, poi, pentita e divorata dai rimorsi, si impiccò.

Dall’analisi della figura del principe pastore (che non sappiamo se definire eroe o antieroe) viene fuori un profilo non proprio felice. Difetta Paride del valore della virtù e si pone come eccezione alla regola sposata dai greci secondo cui bellezza e virtù sono valori assolutamente complementarari.

Copyright foto: il giudizio di Paride

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