ANTONIO CANOVA: LO SCULTORE DELLA BELLEZZA IDEALE

Antonio Canova nasce il primo novembre 1757 a Possagno, in provincia di Treviso. Figlio d’uno scalpellino, fece il suo apprendistato a Venezia dove aprì uno studio nel 1775, realizzando le sue prime opere classicheggianti rappresentanti Orfeo e Euridice, Dedalo e Icaro e Apollo. Nel 1779, a soli ventidue anni, si trasferisce a Roma entrando in contatto con i maggiori protagonisti dell’arte neoclassica. Ed è proprio da Roma, dalla città dei papi del Settecento che avviene il riconoscimento al suo talento che gli procurerà in seguito un successo mondiale. La prima opera scultorea realizzata a Roma fu Teseo sul minotauro su commissione dell’ambasciatore della Repubblica Veneta Girolamo Zulian. Teseo, seduto sul corpo del mostro che ha ucciso, è rappresentato dopo la lotta: il momento scelto dall’artista è successivo all’azione. Ogni passione è spenta, la rabbia e la furia del combattimento sono passate. L’eroe, simbolo della vittoria della ragione sull’irrazionalità bestiale, siede sul minotauro come un cacciatore su una preda.

Antonio CanovaTeseo e il Minotauro, 1781-1783, marmo bianco, 145,4 x 158,7 x 91,4 cm, Londra, Victoria and Albert Museum . Copyright immagine

L’obiettivo di Canova è il raggiungimento del bello ideale, cioè trasfigurare la realtà contingente in forme perfette, in cui non vi sia nulla di eccessivo, scomposto o grezzo ma armonico nelle linee, forme e nei suoni. Teoria espressa dal teorico del Neoclassicismo, Johann Joachim Winckelmann, nella sua opera Pensieri sull’imitazione dell’arte greca nella pittura e nella scultura (1775).

“Il buon gusto che si va sempre più diffondendo nel mondo, ebbe origine in terra greca. (…) la generale e principale caratteristica dei capolavori greci è una nobile semplicità e una quieta grandezza, sia nella posizione che nell’espressione. Come la profondità del mare che resta sempre immobile per quanto agitata ne sia la superficie, l’espressione delle figure greche, per quanto agitate da passioni, mostra sempre un’anima grande e posata”.

Canova incarna i principi neoclassici di Winckelmann, sia nel disegno sia nella scultura e nella seconda parte della sua carriera , quella maggiormente produttiva, si dedica alla realizzazione di una serie di opere dedicate alla bellezza ideale femminile, con l’intento di lodarla, rappresentarla e celebrarla.

Nel gruppo di Amore e Psiche che si abbracciano (1787- 1793) Canova rappresenta un episodio della favola narrata ne L’Asino d’oro di Apuleio, quella in cui Amore rianima Psiche svenuta in quanto, contro gli ordini di Venere, aveva aperto un vaso ricevuto nell’Ade da Proserpina. Canova ha fermato nel marmo un attimo che rimane sospeso: la tensione dei due giovani corpi che non si stringono ma si sfiorano con sottile erotismo. E’ l’attimo che precede il bacio, un contatto che sta per avvenire, che l’atteggiamento dei corpi e gli sguardi preannunciano.

In Paolina Borghese, esempio riconosciuto del suo legame con Napoleone Bonaparte, Canova rappresenta la sorella di Napoleone e moglie del principe romano Camillo Borghese, come Venere vincitrice. Con gesto grazioso tiene in mano il pomo della vittoria offerto da Paride alla dea giudicata da lui la più bella. Il busto è nudo fin quasi all’inguine, mentre la parte inferiore del corpo è velata da un drappo  che riveste il ritratto di erotismo. L’idealizzazione del volto e le sembianze divine collocano Paolina al di fuori della realtà terrena.

La produzione canoviana comprende anche numerosi monumenti funerari, come quelli dedicati a Maria Cristina d’Austria nella Augustinerkirche di Vienna e ai pontefici Clemente XIV e Clemente XIII. Il Monumento funebre a Maria Cristina d’Austria , concluso nel 1805, è l’opera che, in modo più efficace, si lega facilmente al tema della morte come espresso nel Carme dei Sepolcri del Foscolo.

La sepoltura si presenta come una piramide, all’interno della quale una mesta processione reca le ceneri dell’estinta. Tutti sono legati fra loro da una ghirlanda di fiori e tutti sono invitati a entrare passando sul tappeto che unisce ancora, fisicamente, l’interno (la morte) con l’esterno (la vita). In alto, sulla facciata della piramide, una figura femminile alata (Felicità celeste), sostiene il ritratto scolpito di profilo dell’arciduchessa Maria Cristina d’Austria.

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