EL MILAGRO DE LOS ANDES, UNO DEI DISASTRI PIÙ INCREDIBILI DI SEMPRE

Milagro de Los Andes. Così fu definito l’incidente aereo avvenuto sulla Cordigliera delle Ande, nel territorio argentino di Malargüe, il 13 ottobre 1972 e passato alla storia come uno dei disastri più incredibili di sempre per i macabri avvenimenti che ne conseguirono.

È il 12 ottobre 1972 quando da Montevideo decolla un aereo militare della Fuerza Aérea Uruguay, noleggiato come charter per un volo civile con tanto di equipaggio. A bordo del velivolo salgono anche i componenti dell’Old Christians Club, una delle migliori squadre di rugby di tutto l’Uruguay. L’aereo è diretto a Santiago del Cile, dove gli atleti sono attesi per un’importante amichevole contro l’Old Grangonian Club.

Quella partita non verrà mai disputata.

I due piloti dell’equipaggio, portati a conoscenza delle avverse condizioni meteorologiche che interessavano le Ande durante il viaggio, chiedono di poter atterrare in via straordinaria nell’aeroporto di Mendoza, in Argentina. I passeggeri scendono e nella cittadina molti di essi trascorrono il loro ultimo pomeriggio all’insegna dello svago, facendo shopping per le vie del centro.

Il giorno seguente il velivolo riparte, non potendo permanere su suolo argentino per più di ventiquattro ore, essendo un aereo straniero. L’emergenza maltempo sulla Cordigliera delle Ande sembra rientrata, e così l’equipaggio decide di proseguire per la destinazione programmata e raggiungere Santiago.

Si rivela, tale scelta, un fatale errore. Il primo di una lunga serie.

I piloti decidono di non sorvolare le montagne (alcune troppo alte per la sicurezza del mezzo a bordo del quale viaggiano) e scelgono di volare bassa quota, attraversando i valichi andini. Commettono però una serie di sbagli di calcolo in merito alla distanza che li separa da Santiago e cominciano a scendere ulteriormente di quota. Il maltempo, la nebbia e una improvvisa turbolenza fanno il resto. L’aereo si ritrova troppo vicino alle pareti rocciose della Cordigliera e ci va a sbattere contro, perdendo l’ala destra e la coda, poi l’ala sinistra. Cadono nel vuoto i passeggeri seduti in fondo e lo steward di bordo.

L’aereo si schianta sulla neve, slitta a velocità folle per due chilometri, fino a impattare contro un cumulo di neve che ne ferma la corsa. L’impatto provoca la morte sul colpo di altre 12 persone.

E così i sopravvissuti, feriti (alcuni molto gravemente) e atterriti, si ritrovano a guardare la morte in faccia. Sono soli in mezzo al niente, a 4000 metri di altitudine, senza provviste o vestiti pesanti, senza strumenti di bordo con cui comunicare, da soli, esposti a temperature che sfiorano anche i 30 gradi sotto lo zero. Riescono a sentire la radio e apprendono che sono state attivate le loro ricerche, ci sperano con tutte le loro forze, ma dalla stessa radio dopo circa dieci giorni scoprono che queste sono state definitivamente interrotte perché il velivolo sembra scomparso nel nulla.

Durante i primi tempi i superstiti riescono a tirare avanti con gli snack e i pochi viveri trovati a bordo della fusoliera, ma quando il cibo comincia a scarseggiare e dei soccorsi non si vede nemmeno l’ombra, si pone il dilemma di come sopravvivere. Ed è a tal punto che si comincia a pensare all’inimmaginabile: cibarsi della carne dei propri compagni di viaggio morti.

Tra titubanze, tabù e disquisizioni di tipo etico è Roberto Canessa ad “aprire le danze”. È lui che prende in mano la situazione e mangia, per primo, un pezzo di carne umana. È certamente una scelta difficile per i sopravvissuti, anche perché potrebbe toccare anche a loro prima o poi. E così stringono un patto: si promettono di non rivelare mai i nomi delle vittime di cannibalismo e acconsentono a diventare anch’essi cibo per i propri compagni in caso di morte.

Il tempo sulle Ande è inclemente. A fine ottobre una valanga investe la fusoliera. Muoiono ancora otto persone e i superstiti rimangono in diciannove.

È il 1 novembre quando rispunta il sole e, consapevoli di non avere molte speranze di resistere ancora a lungo lì, i sopravvissuti cominciano a pianificare la spedizione a valle. È una missione impegnativa, estenuante, che forse non porterà ai risultati sperati, ma si individuano le quattro persone più idonee per fare almeno un tentativo.

Il cammino è lungo, lo portano avanti solo in due, Carrado e Panessa. Il tragitto si rivela pieno di difficoltà, non porta risultati e la delusione è sempre più alta, lo sconforto è alle stelle. Ma i due non si danno per vinti e dopo oltre un mese di estenuanti giornate di cammino, la mattina del 20 dicembre Parrado e Canessa incontrano un mandriano, tale Sergio Catalán. È dall’altra parte del fiume, comunicare con lui è difficile, ma l’uomo capisce la situazione di difficoltà e lancia ai due sconosciuti un foglio attorno a un sasso e delle pagnotte di pane. Parrado scrive chi sono e da dove provengono, rilancia il sasso sull’altra sponda. Il mandriano fa cenno di aver capito e parte alla volta della caserma della polizia più vicina, che dista circa dieci ore di galoppo dalla sponda del fiume. Nel frattempo i due ragazzi trovano ospitalità presso un allevatore, Armando Serda, al quale raccontano tutta la loro storia.

Li raggiunge presto anche la polizia e vengono organizzati i soccorsi in elicottero, sebbene difficile sia individuare il luogo dei resti dell’aereo. I sedici sopravvissuti (nel frattempo erano morte ancora tre persone) vengono trasportati presso l’ospedale di San Fernando, 100 chilometri a sud di Santiago, dove sono ricoverati e sottoposti a cure.

Sono salvi!

Raccontano alla stampa di essere riusciti a sopravvivere cibandosi di resti umani, ma l’opinione pubblica e persino il Vaticano li “proscioglie”. Era necessario.

I pochi scatti dei luoghi, tutti di dominio pubblico, sono giunti a noi grazie al rinvenimento di una macchina fotografica che Parrado trovò lungo il cammino nei pressi della coda dell’aereo. Il disgelo dell’estate australe l’aveva riportata fortunosamente alla luce permettendo di immortalare alcuni momenti di questa vicenda che ha a dir poco dell’incredibile.

I meno fortunati sono stati sepolti tutti insieme, a poche centinaia di metri dallo schianto, in un luogo battezzato Glaciar de las Lagrimas, a tre giorni di cammino dal villaggio argentino più vicino.

Tra sfortuna e stato di necessità, quella del disastro aereo delle Ande, occorso il 13 ottobre 1972 – che pure fa gridare al miracolo per i pochi che hanno potuto raccontarlo – rimane una delle pagine più tristi della storia dell’umanità.

Milagro de Los Andes

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