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LA MUSICA COME FORMA DELL’ANIMA. INTERVISTA AD ATTILIO TROIANO, POLISTRUMENTISTA E ARTISTA ECLETTICO

Parlare di musica è come ballare di architettura diceva Frank Zappa.

Impalpabile, invisibile, eppure così consistente; presente al punto da risultare indispensabile nella vita di ogni essere umano… Al pari dell’ossigeno. La Musica è compagna di vita, generatrice di emozioni, portatrice di sogni e visioni senza cui l’esistenza non avrebbe grande senso.

È quello della Musica un linguaggio universale, forse l’unico davvero in grado di avvicinare dimensioni agli antipodi, di dipanare attriti, dirimere conflitti ed eludere le differenze del mondo. Di fronte alla Musica siamo tutti inermi ed esposti alle nostre emozioni più recondite.

Di questo parliamo con Attilio Troiano, polistrumentista e compositore bernaldese dalla personalità poliedrica ed eclettica.

Un Artista che la Musica la porta nell’anima.

Ciao Attilio, grazie per essere qui con noi. Raccontaci di te… Chi è Attilio Troiano? 

Attilio Troiano è semplicemente un essere umano che ama la vita in tutte le sue forme, un uomo da sempre alla ricerca di un “significato” che probabilmente esprime nel suo inconscio e che si connette con la musica liberandosi e rivelandosi. 

Per il resto vivo la vita come tante altre  persone. Amo viaggiare, mangiare, interfacciarmi a volte con altre persone e condividerne le esperienze. Amo circondarmi di musicisti che suscitano il mio interesse, sia per quanto riguarda la preparazione sia per quanto riguarda la storia di ognuno. Ritrovarsi nell’altro, riconoscersi in ciò che è bello o brutto, buono o cattivo, credo sia fondamentale. È fonte di arricchimento spirituale. 

Com’è nato l’amore per la musica e quando hai deciso che avrebbe fatto parte del tuo cammino?

Da sempre. Credo che la musica sia nata con me. Certamente ci sono stati dei fattori scatenanti che mi hanno convinto a troncare radicalmente altre strade; ma a parte questo, penso di aver sentito il desiderio di fare musica ogni giorno della mia vita. Pur vivendo anche la mia fanciullezza e gli svaghi, chiaramente. 

Se ti dovessi definire attraverso un genere musicale, quale sarebbe? 

Non saprei dirlo in realtà. Posso dire però che i generi musicali che più mi hanno formato sono stati la musica classica, tutta; i classici napoletani; anche la musica rock ha dato il suo contributo, sebbene in molti facciano fatica a crederci; e ovviamente il jazz, che probabilmente è il genere di musica in cui gli altri mi identificano. 

La tua attività concertistica ti ha visto impegnato in numerose performance in Italia e all’estero. C’è un’esperienza alla quale ti senti particolarmente legato?

Ce ne sono tante di bellissime esperienze. Certamente i tour con le mie Big Band. In particolar modo devo ricordare il mio esordio con la Big Band al festival di Ascona. È stato emozionante condividere il palco con grandi musicisti provenienti da diverse parti del mondo. Certamente però, ogni volta che si suona, provo sempre delle grandi emozioni. 

Sei un musicista versatile e un polistrumentista di alto livello. Sappiamo che suoni ben 20 strumenti! Ma qual è il tuo preferito e perché? 

In realtà l’approccio ai vari strumenti deriva probabilmente dall’esigenza di scoprire le potenzialità di ciascuno di essi. In questo modo posso comporre con facilità per tutti gli strumenti sapendo che quello che scrivo potrà certamente essere suonato. Posso esplorare meglio i limiti di ogni strumento e le varie sonorità. Capire meglio anche i vari impasti sonori etc. 

Non saprei qual è il mio preferito. Mi sono diplomato in clarinetto e ho avuto tante belle esperienze anche come sassofonista e come trombettista, ma non saprei davvero scegliere. In alcuni periodi preferisco suonare uno strumento piuttosto che un altro.

Leggendo di te, un progetto che ci ha stupito e non poco è quello che ti vede unico protagonista di una band nella quale sei impegnato, tu solo, nell’impiego di 14 strumenti. Com’è nato il progetto “All by myself” e quanto ha contribuito al tuo successo di artista poliedrico? 

All ‘epoca fu una idea del compianto Paolo Piangiarelli fondatore dell’ etichetta Philology. Ero un ragazzino che si divertiva (e ancora mi diverto!) ad incidere sovraincidendo ogni singolo strumento della Big Band. 

In realtà già con il CD “Shine” venne fuori l’idea del polistrumentismo e quello che poi ne è derivato.

Ci racconti dell’esperienza newyorkese e della Big Band che ha decretato la tua notorietà internazionale

Creare una Big Band con alcuni dei musicisti che preferivo al mondo è sempre stato il mio sogno e certamente andare a New York quando ero ancora un ragazzino mi ha aiutato molto. Grazie a quella esperienza sono riuscito a creare la mia Big Band senza eccessivi sforzi perché già conoscevo molti dei musicisti e certamente alcuni di loro mi sono stati di grande aiuto nella realizzazione del progetto. Ho un bellissimo ricordo di quel periodo.

Ho trovato grande umanità, disponibilità e serietà da parte dei musicisti. Ad esempio ricordo che ognuno arrivava alle prove con almeno 30 minuti di anticipo. All’epoca mi sorpresi di questo. 

Dopo questa esperienza e dopo esser riuscito a portare la Big Band anche in Europa (come dicevo prima ci fu un esordio al Festival Jazz Ascona) pensai all’idea di creare un’altra Big Band con ottimi musicisti provenienti anche da Francia, Germania e Italia. Tutto questo ha certamente allargato i miei contatti e i miei orizzonti.

Se potessi trascorrere un giorno con un artista del passato chi sceglieresti e perché?

Solo uno? Potrei dire Bach o Mahler, Mozart o Tchaikovsky. 

Non immagini quanto avrei desiderato poter fare anche solo due chiacchiere con uno di loro. 

Cosa serve secondo te per diventare un bravo artista in campo musicale e quali sono le doti imprescindibili che un musicista dovrebbe avere per emergere? 

Curiosità, dedizione, passione. 

Sicuramente è molto importante imparare ad ascoltare davvero. 

Imparare una cosa nuova ogni giorno e non dare mai per scontato quello che si pensa di sapere. 

E ai giovani che come te vorrebbero fare della passione per la musica una vera professione cosa ti senti di consigliare? 

Consiglierei ai giovani di studiare molto e di viaggiare senza paura, di confrontarsi. Prima col vicino, poi con i musicisti della propria regione, poi della propria nazione, poi del mondo e soprattutto confrontarsi con i grandi musicisti e compositori del passato. Mai competere ma solo confrontarsi. Apprendere anche dagli errori altrui. Mai pensare di fare musica per emergere. In quel caso la mente è offuscata dal successo e l’arte vera può morire. Quando un musicista è meritevole è facile che possa vivere di questo anche se oggi come sappiamo le difficoltà ci sono, ma ogni mestiere ha le sue difficoltà per cui meglio investire  su se stessi e credere nelle proprie attitudini e passioni vere. Certamente consiglierei anche di non aver mai paura di chiedere, prima a se stessi e poi agli altri. 

Un’ultima domanda che esula forse un po’ dal tema musicale ma che tengo molto a porti è … Sei felice?

La felicità piena non credo appartenga a questo mondo, ma penso che ad essa ci possiamo avvicinare molto tutti. La musica e l’arte certamente sono dei mezzi per metterci in contatto con la profondità dell’essere umano e con ciò che lo circonda. Io penso che a volte ho la grazia di ricevere questi picchi di profonda emozione e a volte commozione e in generale posso ritenermi una persona privilegiata. Bisogna però meditare molto e non lasciarsi prendere troppo dal mondo. 

Oggigiorno è molto comune il contrario e le cose futili imperversano. Forse piano piano ci risolleveremo dopo tempi bui.

Grazie mille, Attilio, per questa entusiasmante chiacchierata e per averci aperto le porte del tuo mondo. Conoscerti è stato un vero piacere!

Grazie a voi.

Photo in evidenza by Luca Vantusso

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