CULTURA

STORIE IN GIALLO: L’ENIGMA MARTA RUSSO

Sono le ore 11:43 del 9 maggio 1997 quando Marta Russo, studentessa di ventidue anni iscritta alla Facoltà di Giurisprudenza, durante una passeggiata lungo uno dei vialetti della cittadella universitaria La Sapienza di Roma in compagnia dell’amica e compagna di corso Iolanda Ricci, viene misteriosamente ferita a morte.

Il colpo – sordo, attutito, quasi indistinguibile – raggiunge la testa della ragazza e ne provoca la repentina caduta al suolo. L’amica Iolanda, vedendola accasciata per terra, pensa a un malore improvviso. È il sangue che sgorga dal capo di Marta a farle capire che, in realtà, la giovane donna è stata raggiunta da un colpo di arma da fuoco proveniente da un luogo imprecisato.

Marta non muore subito, ma le sue condizioni sono gravissime. Viene trasportata al Policlinico Giovanni XXIII dove arriva già in coma. Resiste in tale condizione per cinque giorni, ma il 14 maggio – viste le sue condizioni disperate e ormai irrecuperabili – la famiglia acconsente allo spegnimento delle macchine che la tengono in vita artificialmente. Nell’intento di assecondare un desiderio espressamente manifestato dalla giovane sin da quando era adolescente, i genitori acconsentono anche all’espianto degli organi.

Sul caso Marta Russo la Procura di Roma, già sotto i riflettori per la mancata individuazione di un colpevole nel caso di via Poma e nell’omicidio dell’Olgiata, apre immediatamente una serrata indagine, che però si rivela subito complessa. Nella prima fase investigativa, che genera un vero e proprio caso mediatico destando l’interesse di testate giornalistiche e televisioni, le piste seguite sono le più disparate, dall’ipotesi di terrorismo a quella dello scambio di persona, all’ipotesi ancora per cui a commettere il delitto fosse stato un ex fidanzato della ragazza.

Il passato di Marta Russo viene scandagliato approfonditamente, vengono sentiti professori universitari, studenti, uscieri, bibliotecari, fino ad iscrivere nel registro degli indagati circa quaranta persone. Tra i sospettati vi è anche un tale Rino Zingale, bibliotecario della Facoltà di Lettere, su cui gli inquirenti pongono la loro attenzione, ma che viene subito scagionato, insieme a molti altri, per insufficienza di elementi a carico.

A generare ulteriore tensione nell’operato dei magistrati sono sicuramente determinanti i molti elementi di particolarità della vicenda. Oltre al luogo dei fatti – l’Università La Sapienza era già in quegli anni una delle cittadelle del sapere più frequentate e rinomate d’Europa – anche il giorno del delitto induce a riflettere sulla possibilità del movente politico, data la coincidenza della data in cui fu esploso il colpo di pistola che si rivelò fatale per Marta Russo con quella della morte del politico assassinato dalle Brigate Rosse Aldo Moro e altresì con quella della morte, apparentemente accidentale, di una studentessa universitaria colpita, vent’anni prima, da un proiettile vagante. 

Ma la Procura non cede alle tensioni mediatiche, né teme le critiche impietose per gli errori di valutazione commessi in prima battuta o per l’improduttività dei primi tentativi andati a vuoto di trovare un colpevole e prosegue nelle indagini. Data la particolarità del luogo, viene utilizzata una telecamera laser tridimensionale unica in Italia per ricostruire la dinamica dell’evento e la scena del delitto e attraverso tali attività investigative si arriva a sostenere la tesi per cui il colpo di pistola può essere partito solo ed esclusivamente dall’aula 6 dell’Istituto di Filosofia del Diritto, sul cui davanzale – peraltro – viene rinvenuta in prima istanza della polvere da sparo. Circostanza questa certificata da una perizia balistica disposta dalla Procura.

Il cerchio si stringe attorno ad alcuni esponenti della Facoltà di Giurisprudenza e in particolare dell’insegnamento di Filosofia del Diritto.

Si scopre infatti che nell’imminenza dell’ora dello sparo, dalla stanza 6 erano partite due telefonate, che successivamente si apprende essere state effettuate dalla dottoranda Maria Chiara Lipari. La Lipari, in realtà dapprima nega la presenza di alcuno al’interno della stanza nelle circostanze di tempo in cui avvenne l’esplosione del colpo, ma poi – ritrattando la versione precedentemente data – asserisce che in quella stessa stanza vi erano i due ricercatori Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro.

È fatta. I due vengono arrestati e tratti a processo, anche se con un’accusa debole e piena di elementi indiziari difficilmente tramutabili in prove.

Non viene mai ritrovata l’arma da cui sarebbe stato esploso il colpo rivelatosi mortale, tanto per dirne una; ma altresì non si comprende quale fosse il movente per un fatto di cronaca così sconcertate. Si cavalca la tesi per cui i due volessero mettere in atto il delitto perfetto e avessero deciso di inscenare o simulare un delitto senza movente. La situazione sarebbe poi sfuggita loro di mano e le conseguenze sarebbero quelle note a tutti. 

Nonostante la farraginosità di tali ipotesi accusatorie, all’esito di una lunga e complessa vicenda giudiziaria accompagnata dal clamore televisivo e dell’informazione mediatica locale e nazionale, dopo arresti, perquisizioni, testimonianze al limite dell’incredibile, false piste, grossolani errori commessi dagli inquirenti, una perizia balistica prima portata a sostegno dell’accusa e poi sconfessata, nel 2003 gli imputati Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro vengono condannati in via definitiva, il primo per omicidio colposo aggravato, il secondo per favoreggiamento. Per la giustizia Scattone è l’assassino di Marta Russo, Ferraro il suo complice. Cinque anni e quattro mesi per il primo, quattro anni e due mesi per il secondo, in buona parte già scontati durante le misure di custodia preventiva e all’esito del cui decorso i due tornano alla loro quotidianità, pur con la macchia legata al crimine commesso.

Ma in tutta questa vicenda tanto dolorosa quanto surreale, in pochi si sono chiesti chi fosse Marta Russo, il cui volto è stato per lungo tempo relegato al limitato spazio quadrato e impersonale di una foto tessera.

Eppure Marta aveva davvero molto da raccontare, voleva diventare magistrato e aiutare gli altri. Voleva vivere.

A darle voce è stata la sorella Tiziana che, a distanza di vent’anni dall’omicidio, in un libro cartaceo e in un ebook  dedicati al caso, ci racconta il lato umano di Marta, le sue passioni, i suoi desideri, le sue insicurezze, i suoi pensieri. E a lei racconta, come fosse ancora qui, i vent’anni trascorsi senza averla accanto.

A darle la forza di mettere “l’ultima parola” su uno dei casi di cronaca più intricati di sempre, sarebbe stato il ritrovamento di alcuni diari di Marta su cui si leggono parole che hanno del profetico… Io vorrei essere felice, ma non nel futuro, nel presente, anche perché non so fino a quando potrò vivere. E ancora, sarà la verità a non tacere mai.

Marta Russo vive nello spirito di generosità e altruismo portato avanti con costanza e determinazione dall’associazione che porta il suo nome, che promuove la donazione degli organi al fine di regalare la vita a quanti sono apparentemente senza speranza e di consentire a chi non c’è più di continuare ad esistere.

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