CULTURA

DALLA POENA CULLEI AL BUSINESS DELLA PIPÌ, CURIOSITÀ SULL’ANTICA ROMA

La civiltà romana si diffuse nei territori dell’Italia centrale appena dopo quella Etrusca. Si fa risalire all’anno 753 a. C. l’inizio di tale epoca, perché in tale anno i villaggi sorti intorno al Tevere decisero di unirsi per dar vita a un’unica città.

Nacque così Roma, città che si sviluppò velocemente e conquistò dapprima tutto il Lazio per poi estendere il proprio dominio all’Italia intera e arrivare, nel tempo, a creare un impero dalle vastissime dimensioni, con domini in Europa, nell’Africa del Nord e nel Medio-Oriente.

Quella romana fu una civiltà variegata che si protrasse per oltre un millennio, attraversando diverse fasi e abbracciando più forme di governo. Una civiltà su cui sono state scritte migliaia e migliaia di pagine e che esercita un fascino senza paragoni su studiosi, critici, storici, archeologi e appassionati del mondo antico.

Ma quante cose sappiamo sull’antica Roma e sulle abitudini e i costumi del suo popolo? Siamo andati a caccia di curiosità e abbiamo selezionato qualche “stranezza” da portare all’attenzione dei nostri lettori.

LA POENA CULLEI

Nell’antica Roma le esecuzioni erano quasi sempre degne di nota. Tra le particolari modalità di inflizione della pena di morte, ve n’era una decisamente insolita e crudele. Anche detta “pena del sacco”, la poena cullei era la pena inflitta a chi si fosse reso responsabile di parricidio, reato assai grave per i romani.

I colpevoli di tale crimine erano condotti in carcere indossando zoccoli di legno e un cappuccio di pelle di lupo. Qui venivano frustrati con delle verghe di colore rosso sangue, poi messi all’interno di un sacco impermeabile insieme a un cane, un gallo, una vipera e una scimmia. Il sacco era ricucito e trasportato attraverso la città su un carro condotto da un bue nero, per poi essere gettato nel Tevere o in mare.

La presenza degli animali non era casuale, ma carica di simbolismo. Il gallo – il cappone per la precisione – era considerato talmente feroce da poter spaventare persino i leoni e poteva infliggere al colpevole le pene corporali che meritava; il cane era considerato invece l’animale più vile e immondo ed era facilmente accostabile al parricida per tali sue peculiarità; la scimmia, poi, era considerata la caricatura orrenda dell’uomo ed era simbolicamente associata al colpevole di parricidio perché era solita abbracciare i suoi piccoli così forte da strangolarli; e la vipera in ultimo era l’emblema della velenosità dell’azione criminosa commessa dal parricida. Plinio il Vecchio racconta che un esemplare di vipera femmina riusciva a partorire un solo figlio al giorno su un totale di venti per ogni parto e che non facesse in tempo a partorirli tutti perché gli ultimi, per la fretta di vedere la luce, perforavano il fianco della madre, uccidendola.

Sta di fatto che la modalità di inflizione della pena per mezzo del sacco era di certo motivo di pentimento per il reo che probabilmente al Tevere arrivava già dilaniato e, se non già morto, quanto meno consapevole che di lì a poco lo sarebbe stato per annegamento.

LA TOGA VIOLA

La toga era un indumento maschile tipico del cittadino romano. Assolutamente proibita agli stranieri, agli schiavi, ma anche ai romani stessi mandati in esilio, si trattava di un indumento che veniva solitamente indossato per le occasioni formali, avvolta per diversi giri attorno al corpo lasciando libero il braccio destro.

Indossare la toga era rappresentazione di uno status, cosa assai importante in una società classista in cui ricchi, poveri e schiavi dovevano essere sempre ben distinguibili.

Ma sebbene fosse un indumento in grado di ostentare la romanità, ve ne erano alcune varianti non accessibili a tutti i cittadini. In particolare la toga viola era appannaggio esclusivo di imperatori e generali o comunque di romani di alto rango per alcune ragioni in particolare.

In primo luogo il viola era simbolo di gloria e regalità e dunque era un colore non proprio comune; in secondo luogo, aspetto più venale ma di non minore importanza, per ottenere la tintura in grado di conferire ai tessuti il colore viola occorreva utilizzare la porpora di Tiro, un colorante di origine animale che veniva estratto dalle murici comuni, molluschi allevati dai Fenici.

Dai murici veniva ricavata una particolare ghiandola mucosa che, se lasciata a mollo in acqua salata riscaldata per alcuni giorni, rilasciava una secrezione incolore che diventava color porpora per via della sua capacità di reazione alla luce del sole.

Il processo era lungo e dispendioso e richiedeva particolare perizia. Si pensi che per ottenere un grammo e mezzo di porpora era necessario utilizzare oltre dodicimila murici!

IL BUSINESS DELLA PIPÌ

Non tutte le case romane erano dotate di bagno, i meno fortunati facevano i propri bisogni all’aria aperta, nel Tevere o nei bagni pubblici; nell’antica Roma ve n’erano ben 140 ed erano luoghi di socializzazione e scambio… Soprattutto di pidocchi e infezioni.

Ma i bagni pubblici erano anche uno dei luoghi da cui derivava il più redditizio dei business dell’epoca romana, almeno nel periodo dell’imperatore Vespasiano.

La pipì era preziosa. L’ammoniaca contenuta al suo interno veniva utilizzata per sbiancare i denti e il bucato, ma anche per la concia dei pellami. Essa veniva raccolta e distribuita oppure erano gli stessi esercizi di lavanderia ad andare a prenderla nei bagni.

Vi fu chi nella pipì vide una considerevole possibilità di lucro. L’imperatore Vespasiano, subodorato il potenziale di guadagno, decise infatti di mettere una tassa sulla raccolta del liquido di scarto, la cosiddetta centesima venalium. Inutile dire che fu come fare bingo!

Si narra che suo figlio Tito, disgustato dalla cosa, manifestò la propria disapprovazione al padre e che questi di rimando gli fece annusare una moneta d’oro chiedendogli se avesse o meno un cattivo odore. La risposta fu negativa. Fu allora che Vespasiano pronunciò la celebre frase “Pecunia non olet“!

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