CULTURA

VIAGGIO SENZA VENTO, LETTERA APERTA A JOE – I RACCONTI DI ZETTEL

Caro Joe,

sono 25 anni oggi che il tuo viaggio è iniziato, è uscito da quei solchi, da quelle tracce, dalle mie casse, per entrare nella mia vita e restarci, fino ad oggi e oltre.

La storia del tuo Viaggio senza Vento è diventata rapidamente la mia, quella di un ragazzo di 21 anni da compiere, con parecchi dubbi, diverse difficoltà e molta confusione sul domani.

Il quasi 46enne di oggi torna spesso a riascoltare la tua storia e ogni volta il viaggio vero è attraverso quegli anni, quei momenti, quelle scoperte.

La prima botta, forte, secca, indelebile, mi arrivò dopo una strofa della prima canzone. Qualcosa di mio lo lascerò, in questo mio tempo. Erano i mesi in cui, per la prima volta, con un briciolo di costrutto, sembrava che la mia vita stesse prendendo forma e direzione; era il momento in cui i fallimenti sbiadivano e la convinzione di aver azzeccato una scelta si faceva lampante. Joe, tu stavi andandotene, io per la prima volta capivo dove volessi andare.

Una traccia nel mondo, un segno, una richiesta tangibile di dimostrare la mia esistenza; da piccolo inesperto quale ero, iniziava ad essermi chiaro che non avrei potuto lasciare solo stupidaggini e sbagli, nel mio tempo, ma la strada che avevo intrapreso mi parlava di aiutare gli altri, mi parlava di servizio ed empatia, di affermare me stesso attraverso l’aiuto dato.

Qualcosa di mio, oggi, posso dire di averlo lasciato certo, si chiamano Ludovica e Virginia e per quanto male possa fare il mio lavoro e malissimo possa fare il padre, loro esistono, nel mio tempo e sono i miei traguardi più belli.

Vedi Joe, il fatto è che il tuo viaggio, come il mio, era un viaggio di scoperta, di scoperta prima di tutto di noi stessi, ma per farli, certi viaggi, è giusto lasciarsi indietro alcune cose.

Il tuo sangue impazzito l’ho visto scorrere, a fiumi, nelle mie strade, nella mia quotidianità, nel mio lavoro. la sensazione di sentirsi soli, abbandonati, a volte l’ho provata, ma soprattutto l’ho sentita sulla pelle di molti che ho avuto davanti agli occhi.

Era giusto andarsene, Joe, hai fatto bene, io tifavo per te, da sempre, da quando in questa canzone la chitarra elettrica squarcia l’arpeggio e la voce sale di tono ed intensità.

Quel trittico di canzoni che inizia con Lasciami in down poi mi sono entrate dentro man mano che mi si chiariva cosa avrei “fatto da grande” e quali fossero gli sbagli che avrei voluto evitare, nel lavoro come nel mio approccio in generale alla gente che avrei incontrato.

Così come avrei voluto evitare (e ancora cerco di fare) certi Guardiani di cani, che vivono in funzione dell’influenza negativa che possono avere sugli altri e sul potere che sugli stessi possono esercitare, no, non avrei abbaiato a comando, meglio restare un bastardino invece che aspirare ad un pedigree la cui importanza fosse inversamente proporzionale alla dignità del suo titolare.

Scappa Joe, urlavo tra me e me mentre ascoltavo la tua storia, scappa, vai via.

Il sogno non sparirà mai, cantavi, certo che no, pensavo, ma sono ancora vivo, come cantavano altri, lontano da qui, che poco prima avevano deciso pure loro di incasinarmi la vita con il disco d’esordio.

Crescita, perdita, sogno, la vita prosegue e si complica, dannatamente, quindi vederti andare via era sempre accompagnato da un po’ di invidia e spirito di emulazione, vedere allontanarti per andare verso quell’oriente così misterioso, che significava ampliamento della conoscenza, spiritualità, più semplicemente maturazione.

Una lei da abbandonare, perchè si parte da soli, per trovare noi stessi, suoni nuovi, che all’epoca il flauto traverso o certe percussioni non capitavano spesso nelle mie orecchie, la speranza che chi resta non si butti via.

Quel senso comunque di appartenenza, ad una città, ad una regione, ad un quartiere, anche solo ad un campetto da calcio dove abbiamo consumato pomeriggi, pantaloni e ginocchia, ma che in quel momento faceva parte del sogno, anzi era il sogno. Appartenenza che non sparisce allontanandosi, senso di comunità che resta dentro di noi anche quando vogliamo diventare acqua che si disseta da sè. Quella Lombardia così profondamente tua, che buffo per me che invece la vedevo, specialmente la grande Milano, come meta lontana, quasi fosse un traguardo.

Ma dovrò andar via.

Ogni volta, iniziare questo album voleva dire fermarsi ed accompagnarti fino alla fine, senza pause; non sono un grande appassionato dei cosiddetti Concept Album, ma questo era diverso, parlava a me, lo fa ancora oggi, lo fa da 25 anni.

Arrivavo in un lampo a quella pioggia così liberatoria, prima volta che questa similitudine mi venne incontro, prima dei Creedence e delle mille cover, prima di tutto, quel son felice perchè, lava queste strade, entra dentro di me, certo che si, dentro, in fondo, a ribaltarmi per l’ennesima volta l’anima, a sparigliare le carte su un tavolo già di suo ben traballante, come era quello delle mie presunte certezze.

Alla fine sei tornato Joe, sei tornato più forte, più uomo, lo hai fatto le migliaia di volte che ho lasciato tutto da parte per dedicarmi alla tua storia, lo hai fatto oggi, che compie 25 anni questo disco così importante per me, per la mia crescita, per il mio percorso, anzi viaggio, che qui dove abito di vento ce n’è un bel po’.

Da qui non te ne sei mai andato, ovvio, hai attraversato città, guerre, serpenti che volevano avvelenarti, ma sei sempre stato un amico fedele, ogni volta che sentivo il bisogno di buttare la chiave per ascoltare cosa avevi, da sempre, da insegnarmi.

Oggi festeggio il tuo viaggio, ma festeggio anche quel ragazzo che voleva lasciare qualcosa di sè stesso al mondo e credimi, continua a provarci, anche da uomo, invecchiato, impigrito, ma che sulle tue tracce ci si incamminerà sempre volentieri.
Hey Hoe where do you go now?

Vuoi scacciare le serpi?
Non parlar di canzoni,
coi giornali “intelligenti”
coi disc jockey più coglioni

 

Alberto Calandriello per Zettel

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