ATTUALITÀ

DISFORIA DI GENERE: VITA E RI-NASCITA DA TRANSGENDER

Le tematiche riguardanti la relazione che intercorre tra sesso biologico, sessualità e genere stanno suscitando sempre più attenzione soprattutto nella speranza di diramare le controversie che da anni sull’argomento ribollono, in ambito sociale, politico e culturale.

Dal punto di vista clinico, la distinzione tra i termini sesso e genere è stata introdotta negli anni Cinquanta del Novecento quando, grazie al contributo di autori come Money e Stoller, il lemma sesso ha iniziato ad indicare una persona descrivibile come “maschio” o “femmina” in base ai caratteri sessuali biologici dalla nascita (ovvero quelli primari come cromosomi e genitali esterni e secondari come crescita e dismorfismo fisico) e invece il lemma genere utilizzato come riferimento al risultato dell’interazione di più fattori esterni ed interni, psicologici e sociali.

Ne consegue che qualsiasi adesione o distanziamento delle caratteristiche tipiche del genere maschile e femminile porta alla costituzione di una propria identità di genere.

(Boys don’t cry, Copyright immagine)

Se per la maggior parte delle persone sesso biologico e identità coincidono, può capitare invece che invece altre si sentano appartenenti a un genere che non corrisponde al loro sesso biologico di nascita o addirittura altri che non si riconoscano nel sistema binario di genere.

La disforia o incongruenza di genere è quindi una condizione caratterizzata da una intensa e persistente sofferenza causata dal sentire la propria identità di genere diversa dal proprio sesso, una percezione che resta, badi bene, sempre indipendente dall’orientamento sessuale.

Recentemente la condizione di transgender è stata finalmente eliminata dalla classificazione statistica internazionale delle malattie mentali (ICD-11) e l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) sembrerebbe pronta a tutelare e garantire a tutti gli interessati l’accesso alle fondamentali cure sanitarie necessarie a quelle persone che decideranno i intervenire sul proprio corpo per renderlo più simile a come si sentono attraverso trattamenti ormonali e/o chirurgici, desiderando una femminilizzazione (da maschio a femmina, male to female, MtF) o una mascolinizzazione (da femmina a maschio, female to male, FtM) del proprio corpo.

(Danish Girl, Copyright immagine)

Secondo l’approfondito saggio “Disforia di genere in età evolutiva” di Laura Rigobello e Francesca Gamba, la disforia di genere si presenta di solito in età evolutiva attraverso alcuni indicatori specifici, di solito caratterizzati da una marcata scontentezza verso l’appartenenza al proprio sesso biologico, il desiderio di usare un nome di fantasia o abiti del sesso opposto, bisogni che, ovviamente in un ambiente dalla mentalità ristretta possono sfociare in veri e propri atti di bullismo psicologico e fisico per mano di chi è incapace di confrontarsi con la diversità.

Non a caso secondo una ricerca dell’organizzazione Transgender Europe, tra il 1° gennaio 2008 e il 20 settembre 2020 nel mondo si sono registrati 3731 con vittima una persona trans o genere non conforme di cui 98% delle persone trans assassinate nel mondo è donna, maggioranza di omicidi avvenuta in Brasile (151), Messico (57) e negli Stati Uniti (57) e a detenere questo triste primato europeo sono la Turchia (54) e l’Italia (42) dove la transfobia non è ancora percepita come un vero e proprio allarme nazionale.

I perpetratori di violenza e molestie sono, nella maggior parte dei casi, uomini sconosciuti che agiscono in gruppo che attuano questi ignobili crimini d’odio soprattutto in spazi pubblici e aperti come piazze, giardini o parcheggi.

Oltre ai focolai di abusi, il rifiuto al sostegno di fetta di popolazione nazionale si esplicita in altre forme diverse come in sede lavorativa dove i transgender, respinti già in fase di colloqui conoscitivi anche a causa di un mancato riconoscimento giuridico (i tempi per il cambio anagrafico di identità sono, soprattutto in Italia, quasi biblici) sono investiti dal più alto tasso di disoccupazione mondiale.

Per questa ragione non solo l’UE sta cercando di consolidare sempre di più delle norme europee a protezione dei lavoratori e delle lavoratrici transgender, rintracciabili nella legislazione relativa alle pari opportunità fra uomini e donne (un esempio è la direttiva europea 2006/54) ma sta cercando di formare le aziende sul comportamento che dovrebbero politicamente adottare in questi casi come, ad esempio, il permettere al dipendente transgender di utilizzare i servizi igienici adeguati al “genere di elezione” (lo stesso dicasi per spogliatoi e spazi interni divisi per genere), o di riconoscergli un indirizzo email e  documenti di riconoscimento interni (badge) conformi al nome scelto.

(Transamerica, Copyright immagine)

In Italia la mancata tutela giuridica contro il mobbing lavorativo dei transgender si espande anche a altri ambienti comunitari come il carcere dove la divisione tra reparti uomini e reparti donne è ancora così estremamente rigida da perpetuare gli abusi.

Chi finisce più spesso in carcere (o, peggio, nei CIE) sono transgender che, proprio a causa della mancanza di un lavoro dignitoso, cercano di sopravvivere come prostitute, spesso vittime di sfruttamento. Questa narrazione transgender uguale prostituta porta la maggior parte della gente ad associazioni sbagliate e dannose lasciando credere che la disforia di genere sia strettamente connessa all’universo dell’ipersessualità e del bizzarro.

(Hijra indiana, copyright immagine)

Dovremmo prendere esempio dall’antico mondo greco e latino dove queste identità e ruoli non solo non erano così stigmatizzati ma erano ampiamente integrati nel tessuto collettivo e anzi occupavano addirittura posizioni di rilievo, come nel caso delle hijra indiane, uomini intersessuali nati maschi o castrati che adottano aspetti tipici e nomi femminili pronte a esibirsi durante ai matrimoni per augurare fertilità alla coppia e che dire dei bambini Konso etiopi o domenicani che, nati con genitali ambigui, vengono cresciuti prima come femmine e durante la pubertà come maschi? 

Essere transgender è quindi una condizione normale e non è una malattia come con orgoglio rivendicano transgender bell* e fier* come l’attrice Laverne Cox e Daniela Vega, le modelle Valentina Sampaio e Lea T. o le iconiche matrixiane sorelle  Wachowski.

(Paris is burning, Copyright immagine in evidenza)

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