ATTUALITÀ

CHIESA E PEDOFILIA

“Io capivo che non era una cosa per bambini, mi immaginavo che non era una cosa per bambini, gli dicevo sei grande, per favore, lasciami stare, sono un bimbo”.

Sono le parole dette da un ragazzino di dieci anni al pm Milto De Nozza.

Il bambino faceva il chierichetto in una parrocchia di Mesagne. A finire in manette, con l’accusa di abusi sessuali perpetrati e pluriaggravati è un parroco brindisino, Francesco Caramia, 42enne di Mesagne.

E’ il quarto caso di pedofilia in pochi mesi a Brindisi. Prima di lui, nel maggio e nel Novembre 2015, don Giampiero Peschiulli, di Brindisi, e don Franco Legrottaglie, di Ostuni, erano stati posti ai domiciliari nell’ambito di altre indagini: uno per pedofilia, l’altro per possesso di materiale pedopornografico.

Non solo i casi di pedofilia ecclesiastica, in Italia come all’estero, continuano a verificarsi di continuo, ma persiste anche la tendenza, da parte delle diocesi e della Congregazione per la Dottrina della Fede, a non dare il giusto peso a questi gravissimi episodi. Le ragioni di un tale, incomprensibile comportamento sono diverse. In molti casi, ciò si manifesta con un’eccessiva tutela dei presunti colpevoli, che fa trasparire una velata propensione all’omertà, probabilmente motivata dalla necessità di proteggere la rispettabilità della Chiesa.

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In Italia sono innumerevoli i casi di preti pedofili che sono stati insabbiati: la denuncia arriva della rete “L’Abuso”, che riunisce le vittime dei preti pedofili. Una denuncia con tanto di mappa dettagliata degli abusi avvenuti in tutta la Penisola.

In tutto si tratta di quasi 200 casi, di cui circa 120 con condanne ormai definitive.

Molti sono i vescovi, che informati su abusi compiuti dai sacerdoti delle proprie diocesi, hanno agito con negligenza, rifiutandosi di prendere seri provvedimenti a riguardo. Limitandosi nella maggior parte dei casi al solo allontanamento o alla sospensione temporanea della carica invece di denunciare l’accaduto all’autorità giudiziaria. Discutibile in questo senso, il contenuto delle linee guida ribadite dalla Cei (Conferenza episcopale italiana) che afferma: “Il vescovo, non rivestendo la qualifica di pubblico ufficiale, non ha l’obbligo giuridico, salvo il dovere morale di contribuire al bene comune, di denunciare all’autorità giudiziaria notizie riguardanti casi di abuso sessuale nei confronti di minore da parte dei sacerdoti”.

Al fine di arginare tale fenomeno, papa Francesco ha varato lo scorso 4 Giugno, una nuova legge che prevede la rimozione dei vescovi e superiori religiosi che non hanno agito in modo responsabile davanti a denunce di abusi sessuali compiuti da ecclesiastici sottoposti alla loro autorità.

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Dal 5 settembre prossimo, infatti, i prelati negligenti in materia di tutela dei minori potranno essere rimossi dalla diocesi loro affidata.

Ed a cacciarli potranno essere proprio le Congregazioni della Curia Romana, investite di un apposito potere d’indagine. Queste, in sintesi, sono le due innovazioni portate dal motu proprio “Come una madre amorevole”.

Il motu proprio di Francesco segue la linea – prima di Giovanni Paolo II, poi di Benedetto XVI – di massima severità nella gestione dei casi di pedofilia del clero.

Non è dello stesso avviso Francesco Zanardi, portavoce della rete L’Abuso, che lamenta “la scarsità di atti concreti che vadano oltre i proclami forniti dal papa, e la scarsa attenzione riservata alle vittime”.

“Di loro non si parla mai, per loro nessun aiuto, eppure ci sono e sono moltissime, diverse migliaia solo in Italia. Alcune di loro hanno fatto un video messaggio e lo hanno inviato a Bergoglio, ma non ha risposto, perché? Tanti proclami, spesso non mantenuti, e provvedimenti in tutela della chiesa e della sua immagine, mai delle vittime. Come possiamo fidarci? Non sarebbe più risolutivo e anche più semplice fare un decreto che obblighi i vescovi a denunciare i reati all’autorità giudiziaria del paese dove vengono commessi i crimini?” conclude l’uomo al termine del suo intervento.

Emanuele Cerrito

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