CULTURA

GLI ANTICHI E LA NATURA, UN RAPPORTO CONTROVERSO

Gery Snyder poeta e saggista statunitense era solito affermare che la natura non è un posto da visitare. E’ casa nostra.

Precursore dell’ecopoesia viene descritto come il poeta dell’ecologia profonda.

‘’  Come poeta coltivo i valori più arcaici che ci siano. Risalgono al tardo Paleolitico: la fertilità della terra, la magia degli animali, la visione di potere nella solitudine, l’iniziazione terrificante e la rinascita, l’amore e l’estasi della danza, il lavoro comune della tribù.’’

Gery Snyder 

L’ eco-filosofia ha origini antiche e con essa il rapporto tra l’uomo e l’ambiente, ben diverso da quello attuale. L’osservazione antica della natura aveva forti componenti magico-religiose, pur non mancando l’osservazione scientifica di essa, come nel mondo greco. Eventi come terremoti, incendi, inondazioni, eclissi e molto altro ancora,  erano considerati prodigi da interpretare, segni divini che, in qualche modo, erano legati agli eventi sociali o politici di un determinato popolo.

Le calamità naturali erano per gli antichi come una fatale e tragica necessità contro cui non si poteva lottale. Questo spiegherebbe,ad esempio, perché molti luoghi colpiti dalla furia della natura venissero abbandonati completamente.

Dopo il noto terremoto del 5 febbraio del 62 d. C., localizzato all’interno di una faglia sul lato meridionale del Vesuvio, che provocò numerosi danni alle città di Pompei, Ercolano e Stabiae, il filosofo Lucio Anneo Seneca ne descrive l’accaduto. Egli esorta la popolazione a non abbandonare quei luoghi perché la natura colpisce ovunque, mancando una vera e propria colpevolezza.

A Roma, durante il periodo della Repubblica, e poi ancora nel tardo impero, la furia della natura veniva vista come un messaggio chiaro di rottura di un equilibrio tra la società ed essa. La magia e la religione, poi, prevalevano su tutto, e l’unico modo per placare la Madre Terra era tramite il magico intervento divino.

Questo pensiero accomunava sia i pagani che i cristiani. Che si verificasse un terremoto, un alluvione, la siccità che rendeva sterile i terreni e molto altro ancora, non rimaneva che preparare un rito magico o pregare.

Gli antichi, come i greci ad esempio, avevano un rapporto controverso con essa.

Nell’antica Grecia il rapporto uomo- ambiente era un insieme unitario, una visione antropocentrica in cui l’essere umano è il centro focale nella realtà naturale, unico ed indiscusso dominatore.

La natura ha una doppia natura : è sia un locus amenus, sia  un locus horridus.

L’ambiente per gli antichi greci viene concepito come amenus in quanto sinonimo di pace, meraviglia, serenità ma ciò è solo un lato delle due facce di un’unica medaglia. La natura è horrida, è instabile, pericolosa e spietata.

Numerosi sono i filosofi greci che parlano di questo binomio.

Aristotele pone l’uomo sul trono naturale in  un regno retto da ferree leggi gerarchiche e rapporti di forza. Platone arriva a negare la bellezza e la forza motrice della natura ma, molti altri come Plutarco e Pitagora pretendono norme regolatrici di tale rapporto.

Una volta terminata la fase magico-simbolica legata alla natura, viene a crearsi una fase scientifica legata al nostro pensiero. Per la società attuale la natura viene percepita come una realtà che sta al di là di noi stessi: ci siamo noi su di un piano e c’è essa su un altro piano. Continuiamo a temerla ma ci sentiamo padroni : costruiamo case, ci serviamo di essa per nutrirci, vestirci e sfruttare le sue preziose risorse per i materiali e l’energia.

C’è una gioia nei boschi inesplorati, C’è un’estasi sulla spiaggia solitaria, C’è vita dove nessuno arriva vicino al mare profondo, e c’è musica nel suo boato. Io non amo l’uomo di meno, ma la Natura di più.
(Dal film Into the wild)

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