CULTURA

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2.

I giorni sembravano non passare mai, e soprattutto il mio romanzo era fermo a pagina cinquantacinque da due settimane. Mio padre era riuscito a mettermi in contatto con una grossa casa editrice che mi aveva proposto un contratto a termine con la scadenza di cinque mesi. Ne erano passati già due e io non avevo consegnato nemmeno un capitolo. La storia c’era, e nella mia testa era anche bella, ma spostarla sulla carta era un’impresa. Avevo pubblicato già tre romanzi con case editrici minori, ma ovviamente ora era diverso, le major, se vogliamo chiamarle così, si aspettano sempre troppo e soprattutto pretendono di mettere voce in capitolo su quello che scrivi, cosa che le piccole case editrici indipendenti e autofinanziate non fanno. Ovviamente non è che pubblicano tutto, ma se vuoi riuscire ad arrivare a fine mese costruendoti un’indipendenza economica devi per forza di cose scendere a compromessi con i più forti. Sostanzialmente la trama del romanzo a cui stavo lavorando, trattava di una tizia I. che torturava la gente. Mi direte che questa storia l’avete già letta un migliaio di volte, e vista al cinema ancora di più…avete ragione e probabilmente non era che merda.

Un giorno decisi che avevo bisogno di un giudizio esterno, così feci leggere quello che avevo scritto a Lucilla. Era entusiasta, le brillavano gli occhi e mi disse di non aver mai letto una cosa del genere e che soprattutto non si aspettava che io scrivessi così bene.

-Pensavo fossi un’esaltata del cazzo. Invece hai talento.-

Queste furono le sue parole. Mi rincuorarono. Pensavo di essere arrivata a un punto morto della storia, ma lei mi fece riflettere e mi aiutò a proseguire la storia. Rimasi chiusa per una settimana nella mia stanza, uscendo solo per mangiare qualche cosa a orari diversi ogni giorno. Finii la prima stesura, la battei al computer con l’aiuto di Lucilla che pazientemente mi dettava tutto e dopo con lei andai dall’editore.

Dopo tre giorni la segretaria dell’editore mi chiamò per fissare un appuntamento per il pomeriggio seguente. Non mi disse nulla, e io stavo impazzendo.

-Non posso venire oggi stesso?- dissi per telefono alla segretaria.

-No oggi non è possibile, al massimo possiamo fare domattina verso le undici.-

-Va bene, alle undici sarò li.-

-Allora a domani signorina Pinci.-

Puntuale il mattino seguente mi recai alla casa editrice. Puntuale forse è riduttivo dato che alle otto ero già li. Ero stata lungimirante, poiché la segretaria mi annunciò e il redattore mi ricevette subito.

Lo guardai in faccia e si capiva che era soddisfatto di quello che aveva letto.

-Signorina Pinci è un piacere rivederla. Come stanno i suoi genitori?-

-Molto bene grazie. Allora che ne pensa del romanzo?- Arrivai subito al dunque accendendomi una sigaretta. Non mi piaceva aspettare e stare sulle spine e soprattutto non me ne fregava nulla dei convenevoli e di come stavano i miei genitori che non sentivo da settimane.

-E’ molto diretta lei, mi piace. Il suo romanzo è una bomba. Ma ho paura che esploda in maniera inaspettata.-

-In che senso scusi?-

-Vede, i temi da lei trattati sono molto, come dire, inaspettati e soprattutto intollerabili. Ma questo non è per forza un male. Il problema è nella gente che potrebbe leggere il suo romanzo, potrebbe trovare inaccettabile la storia di una bella signora che nel tempo libero ammazza la gente…-

-Lei sta banalizzando la mia opera. Evidentemente non l’ha letta bene.-

-Lei invece deve farmi finire di parlare.- Sorrise. –E’ proprio questo che voglio. Voglio che la gente si scandalizzi come i farisei, voglio una sfilza di ammiratori ai suoi piedi e voglio vendere milioni di copie. Penso che questo romanzo la farà diventare ancora più ricca di quello che è già.-

-I miei genitori sono ricchi. Non io.-

-Dettagli signorina. Deve essere meno austera con i suoi datori di lavoro. Le ho preparato il contratto. Lo legga con calma e mi faccia sapere cosa decide. Se lo firma il lavoro di editing partirà subito. E dovremmo anche decidere una strategia pubblicitaria. Non escludo che da questo romanzo si possa fare anche un film. Quindi, prima lo pubblichiamo e prima vedremo chi vorrà comprare i diritti, perché sicuramente accadrà.-

Ero abbastanza confusa. Non mi aspettavo tutto questo, e soprattutto non mi aspettavo di ricevere così tante critiche favorevoli. Ok che gli editori pensano solo ai soldi, ma nel loro mestiere sono bravi e penso che sappiano riconoscere le schifezze dalle cose di valore, e io per lui ero la gallina dalle uova d’oro. Ma non mi importava, io volevo la fama e i soldi, e qualche riconoscimento. Non è che io scrivessi spazzatura da un milione di euro. Anzi. Quello che scrivevo era una necessità. Ma ovviamente volevo diventare famoso. Non volevo morire povera e sola senza nessuno che mi ricordasse. Volevo diventare immortale. Ovviamente non ero Proust o Dostoevskij… ero Anna Pinci e volevo essere i miei romanzi.

-Allora cosa vuole fare? È rimasta senza parole?-

Annuii. –Sinceramente si. Da come aveva iniziato non pensavo le piacesse così tanto.-

-Adesso se vuole di là c’è una stanza libera, può leggere il contratto in pace e decidere, oppure può portarlo a casa. Decida lei.-

Decisi di leggerlo lì nella stanza. Mi fece accompagnare dalla segretaria che mi portò anche un caffè. Mi sedetti sulla comoda poltrona di pelle nera. La stanza era asettica, con il pavimento di linoleum nero e le pareti grigie. Lessi con calma e attenzione il contratto sulla scrivania di vetro. Lo rilessi per almeno un’ora e mezza, poi chiamai la segretaria e le dissi se potevo essere ricevuta nuovamente. Avevo deciso di firmare. L’editore mi accolse nuovamente ed era davvero contento che avessi deciso di accettare il contratto. Mi disse che avrebbe fatto partire le stampe la settimana seguente, ma che dovevamo incontrarci con i pubblicitari per decidere che strategia adottare per la promozione. Ci demmo appuntamento per la mattina seguente.

Tornai a casa e raccontai tutto a Lucilla, che forse era più felice di me. Volevo che anche lei fosse presente alla riunione, e la convinsi a venire, anche se era un po’ titubante, ma io la consideravo parte integrante del mio romanzo. Senza di lei non l’avrei mai finito. E soprattutto, senza di lei non l’avrei finito in maniera perfetta, che non aveva bisogno di grandi correzioni. Il pomeriggio arrivò a casa il romanzo rivisto insieme al correttore di bozze. Ci sedemmo, gli offrii una delle mie tisane speciali con carcadè e peperoncino e lui mi fece vedere quali fossero le correzioni che aveva apportato. Niente di sconvolgente, disse, il romanzo era perfetto, tranne qualche sbavatura. E in effetti aveva ragione…

Continua…

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