CULTURA

DEBORA FOGEL: L’INELUTTABILE FRAGILITÀ DEL BUIO

Oggi è così inutile questa malinconia
la dolce nebbia, il manto piovoso:
sui marciapiedi le foglie sono ruggine bagnata.
 
Le foglie non pendono più agli alberi,
in attesa di fantasie di rame —eppure
avevamo bisogno di dolci nebbie la settimana scorsa.
 
Ma tutto ciò che accade, ora è così inutile,
come se il tempo avesse fine; come se fosse solo imitazione della vita,
saturo dell’incertezza delle foglie gialle che porta indosso.
 
E non ti è concesso entrare nelle cose,
poiché tutto è perduto fin dal principio,
tutto arriva in ritardo e incerto…

(Debora Fogel, Harbst-nepl, da Manekinen Lider, Lwòw-Varsavia, 1934)

 

«[…] tutto è perduto fin dal principio / tutto arriva in ritardo e incerto…», scriveva all’inizio degli anni trenta Debora Fogel, poetessa e filosofa ebrea polacca, critica letteraria e d’arte, nella sua più intensa composizione poetica Harbst-nepl (Nebbia d’autunno), dieci anni prima di essere assassinata dai fucili nazisti nel ghetto di Leopoli.

Le parole della Fogel, spesso considerate dai critici oscure, troppo intellettuali e prive di temi femminili “adeguati” al pubblico maschile –e per questo in quegli anni accolte con giudizi severissimi e negativi– fluiscono per immagini. I suoi versi, scritti in lingua yiddish, conducono in stanze emotive buie e misteriose, cantano di una malinconia esistenziale, radicata nella modernità e nell’impossibilità di affidare la propria vita all’uomo che aveva sempre amato, il pittore e poeta Bruno Shulz.

Debora, già estimatrice di Shulz (pochi mesi prima cura la pubblicazione delle sue opere sul giornale Cusztajer), conosce il pittore tramite un amico comune e ne subisce il fascino. L’intensa seduzione, il gioco erotico mancato, la storia d’amore che nascerà tra i due artisti, sarà consolidata da uno scambio di lettere. Durante il periodo della loro frequentazione, Shulz, più grande di otto anni, visita spesso casa Fogel, invitando la giovane a lunghe passeggiate, nelle quali i due parlano di poesia e filosofia.

Decidono di sposarsi, ma la famiglia di Debora si oppone drammaticamente alla scelta, costringendo la poetessa a sposare Szulim Barenbluth, un ingegnere civile.

Il rapporto tra Debora e Bruno diventa meno intenso, proprio a causa del matrimonio di lei, ma proseguono il loro scambio epistolare, pur consapevoli, ormai, di non poter più vivere il loro amore. È questo il periodo di massima produzione poetica della Fogel.

Perduta fra il buio della modernità e l’amore impossibile, Debora, fonde arte moderna e poesia, creando uno stile che definisce “parole bianche”, una lirica della condizione urbana, una poesia statica, fresca, ricca di ornamenti geometrici e ripetitivi. La ripetizione sostituisce il dinamismo, la monotonia diventa il tema principale. La sua poesia diventa un quadro dipinto su tela, e proprio nella consapevolezza drammatica del moderno e dell’amore mancato, della fragilità d’esistere e della fragilità d’essere donna, ci regala immagini evocative, diventando quasi arte figurativa, pittura, inquietudine su tela.

Debora e Bruno si incontrano nuovamente solo nel 1938, durante una passeggiata per i sentieri di montagna di Zakopane, quando ormai, la Fogel ha un figlio, Bruno una relazione con una donna di nome Juna.

Quattro anni dopo, nel 1942, Debora Fogel è assasinata dai nazisti, insieme al marito e al figlio di sei anni nel ghetto di Leopoli. Nella violenza della sua morte, la memoria dei suoi versi – che saranno pubblicati in questa rubrica a puntate – è stata inghiottita dal velo nerissimo del silenzio, fino ad oggi.

[È possibile reperire, in versione digitale, l’edizione originale del 1934 di Manekinen Lider, grazie al meraviglioso lavoro di divulgazione realizzato dall’organizzazione Yiddish Book Center. I versi della Fogel sono disponibili al seguente link: http://www.yiddishbookcenter.org/]

 

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