Il miracolo olimpico di Steven Bradbury

Grazie al lavoro della Gialappa’s band, e dei numerosi programmi del format “Mai Dire…”, nel decennio scorso abbiamo visto decine di video e spezzoni televisivi a dir poco esilaranti. Uno in particolare, l’impresa di Steven Bradbury, merita sicuramente di essere ricordata.

Salt Lake City, Olimpiadi Invernali del 2002. Nel video in questione osserviamo tre gare di pattinaggio, dai quarti di finale alla finale vera e propria. Parliamo di competizioni di corsa, sulla lunghezza dei mille metri. L’atleta, svantaggiato in tutte e tre le gare, finisce incredibilmente per qualificarsi e vincere, grazie alla cadute dei suoi avversari, nel giro finale. Una sorta di barzelletta sportiva, in cui vince colui che è considerato incapace.

La storia è invece ben diversa, al punto da trasformare la barzelletta in favola.

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Steven nasce in Australia nel 1973, e nei primi anni 90, appena maggiorenne, sembra che la sua carriera sportiva sarà destinata a grandi risultati. Nella categoria “staffetta” riceve già i primi premi, celebrati da tre medaglie mondiali (oro nel ’91, bronzo nel ’93, argento nel ’94), e dalla sua prima medaglia olimpica, con il bronzo alle Olimpiadi del ’94. Giovane, capace, promettente. La stella di Steven Bradbury, nel firmamento del pattinaggio, si è appena accesa.

Peccato che sembri destinata a spegnersi fin da subito. Una serie di gravi infortuni distruggerà la carriera dell’atleta. Dopo le Olimpiadi finirà infatti dissanguato, tramite una ferita all’arteria femorale ottenuta durante una competizione. 111 punti di sutura saranno necessari per chiudere la ferita, lasciando il campione irrimediabilmente privo delle sue massime potenzialità. Una lunga riabilitazione lo accompagnerà negli anni, non senza ulteriori ostacoli: nel 2000 si frattura il collo in allenamento, ma ciò non gli impedirà di rincorrere e raggiungere, nonostante tutto, le Olimpiadi del 2002.

Perseveranza, determinazione, volontà: Steven Bradbury, otto anni dopo, riesce a tornare sul più grande palcoscenico sportivo del mondo. Salt Lake City sarà il suo canto del cigno, anche se sa di andare incontro a una forte umiliazione.

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Arriva così la gara che lo celebrerà nella storia. Riesce a superare le qualificazioni, va oltre la semifinale, e arriva in finale. Sa di aver già chiesto fin troppo al Dio del Pattinaggio, sa che la sua stella si è spenta quasi dieci anni prima. Eppure corre. Corre, senza fermarsi. Quando vede, di fronte a lui, cadere tutti, uno per uno, trascinandosi via nella caduta. Di fronte a sé, un viale per la vittoria. Un viale fatto di lacrime, di dolore, di sangue versato per quasi dieci anni.

Lo stesso Steven dirà:«Non ero certamente il più veloce, ma non penso di aver vinto la medaglia col minuto e mezzo della gara. L’ho vinta dopo un decennio di calvario».

La medaglia d’oro è sua, e nessuno potrà togliergliela.

Così come un posto nella leggenda.

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