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LEOPARDI 2.0 – TUTTO QUELLO CHE IL POETA DI RECANATI NON AVREBBE VOLUTO ESSERE PER LE NUOVE GENERAZIONI

Una semplice lezione di poesia in una seconda superiore si svolge spesso tra sbadigli e incomprensione. Gli sbadigli, quando si inizia a parlare dell’opera poetica di Giacomo Leopardi si placano, ma l’incomprensione resta.

Il fatto che i ragazzi non capiscano la figura di Leopardi (più che la loro opera) è perché questi sono completamente immersi in quella società dell’apparenza che sotterra qualunque tipo di diversità. Allora, Giacomo Leopardi diventa “il gobbo”, “il depresso”, “lo sfigato”. Nemmeno un film come Il Giovane Favoloso, uscito nelle sale cinematografiche qualche anno fa, con protagonista un superbo Elio Germano, riesce a far cambiare idea all’orda di ragazzini in questione.

A questo proposito sono illuminanti le parole di Alessandro D’Avenia, scrittore e docente di lettere in un liceo milanese:

Caro Giacomo,
quando devo iniziare la parte di programma che ti riguarda, non dichiaro la tua identità, ma dico che è venuta l’ora di leggere il più grande poeta moderno, un poeta che ha trasformato ogni limite in bellezza, ed ebbe chiaro che questa era la sua vocazione all’età dei ragazzi che ho di fronte.

Mi guardano con gli occhi grandi per quei pochi secondi che dura l’attenzione al nuovo di questa generazione, in attesa del nome. Ma dal momento che non lo rivelo, cominciano a fare ipotesi. Quando qualcuno indovina, quasi subito una voce aggiunge: «No… quello sfigato di Leopardi, no!». Abbi pazienza, sono giovani e ignoranti: si fanno prestare i luoghi comuni pur di avere un pensiero in bocca. Ma vedi, Giacomo, io spero che usino quell’aggettivo, perché smaschera tutta la paura che nasconde, quella di una cultura per la quale chi si chiede il senso delle cose non è altro che “sfigato”, tanto quanto chi non ha un corpo perfetto.

Ne L’arte di Essere Fragili (sottotitolo Come Leopardi Può Salvarti la Vita), Alessandro D’Avenia esplora la complessità del genio del poeta di Recanati e cerca di renderlo fruibile alle nuove generazioni, cercando di abbattere tutti quei tabù derivati, non dalla poca conoscenza della materia autoscale, bensì dalla poca voglia di accettare l’altro da noi, il diverso.

Purtroppo i ragazzi, anche nella più lucida interpretazione di D’Avenia non riescono a capire fino in fondo quello che è nascosto tra i versi leopardiani, la voglia di vivere, di assaggiare la vita, morderla e succhiarne il nettare. La gioia vitale di Giacomo Leopardi verrà sempre surclassata dalla sua condizione fisica, proprio quello che Leopardi stesso non avrebbe mai voluto.

La domanda quindi è ancora più profonda e non è dettata dalla noia dei banchi di scuola, perché purtroppo non è solo questo. La volontà degli insegnanti di insegnare la diversità di ogni poeta, accostandolo alla fattibilità del reale è una battaglia persa a priori. O meglio, non è una battaglia facile da vincere e certamente lascerà più morti che superstiti. I morti, in senso figurato, saranno quei giovani che non vorranno capire e che, per quanto un insegnante si impegni, impareranno a memoria la pappardella per poi ripeterla in cattedra, oppure non la impareranno proprio rifugiandosi in una più confortevole ignoranza. Coloro che riusciranno a superare lo scalone del pregiudizio riusciranno a comprendere qualcosa, non imparare, comprendere, è di questo che parliamo.

Leggere Leopardi oggi nel 2019, a 200 anni dalla pubblicazione di una delle poesie più importanti della storia del pensiero umano, L’Infinito, è un atto di coraggio. Cercare di proporre questa lettura, e il personaggio stesso di Leopardi, è un atto dovuto per formare giovani menti senzienti che riescano a sviluppare un pensiero critico, una riflessione sul mondo.

Dobbiamo portare degli esempi concreti ai nostri giovani, esempi di fattibile conoscenza, reale superamento dei limiti, comprensione della mente umana che può superare ogni barriera o impedimento fisico. Se non lavoriamo su questo, per altri 200 anni Leopardi sarà ancora “il gobbo” e “il depresso”.

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